Mi sarebbe piaciuto raccontare a Mathias…

Quello che mi sarebbe piaciuto raccontare a Mathias

 

Premessa: ….credo che non riuscirò mai a rispondere al mio unico nipote (e tanto meno a sua sorella, ancora più giovane) alla domanda: “Nonno racconta…..”. Prima di tutto perché mi domando , anche considerando una aspettativa – per me – di vita la più generosa possibile, se tale tipo di domanda possa essere davvero formulata in tempo utile da un ragazzino più giovane di me di ¾ di secolo o giù di lì…

Tali curiosità, credo, nascono più tardi quando cominciano ad affiorare nella nostra psiche domande tipo “Da dove vengo?” “Dove vado?”A quel momento, nel caso di Mathias e ancor più di Olivia (come ho appena detto), con tutto il bene che mi voglio, sarò già partito, definitivamente.

Altra e più costrittiva ragione di questa certa difficoltà di comunicazione tra noi: in questa mia propria famiglia nata “a cavallo” tra due culture e tradizioni (francese e italiana), la francese, nella seconda generazione, successiva alla mia,ha preso evidentemente il sopravvento. Chissà se mai Mattia (Mathias) parlerà l’italiano…È nato in Francia da padre “mezzo-sangue” italiano ed educato – a parte le scuole elementari fatte in Italia – in scuole francesi e da madre cento per cento francese etc. etc., morale: non parla una parola d’italiano (ad oggi…) a parte : “Nonno”……

L’italiano è oramai una lingua – per uno straniero – utile soprattutto a coloro che amano l’opera…e a coloro che desiderino avere una nozione più che superficiale di un “Paese” (non ancora, oggi, una vera “Nazione”….) dove la cultura occidentale si “respira”già nell’aria, ammirando i monumenti e i paesaggi che- purtroppo – il tempo e l’inciviltà degli italiani progressivamente cancellano. Monumenti e paesaggi, peraltro, tutti – o quasi -consegnati fortunatamente ai posteri nelle opere dei tanti artisti che da questa mia Terra hanno tratto ispirazione. Recentemente Mathias ha definito l’italiano come la lingua “….des vieux” ed in effetti ha ragione in quanto la sente usare, in famiglia, soltanto quando “il nonno” viene a trovarlo…

Quindi “mi sarebbe piaciuto raccontare a Mathias”… semmai all’ombra di un bell’albero, sia pure in terra francese, quanto andrò raccontando….Credo non avverrà mai.

E allora, perché no, in francese? Anche se mi esprimo abbastanza correntemente nella lingua della madre dei miei figli, Christine, non posso dire di conoscerla al punto da esprimermi con quel minimo di eleganza necessaria ad invogliarne l’ascolto (mi riesce ancora difficile definire la giusta collocazione dell’accento grave o acuto sulla “e”) figuriamoci a scriverla.

Spero che – meglio tardi che mai – prima o poi, la curiosità o forse il desiderio di conoscere una parte importante delle sue “radici” , spinga Mathias ad apprendere la lingua di Dante, Petrarca, Leonardo, Michelangelo, Botticelli, Piero della Francesca (nato a Sansepolcro come suo padre) e….di suo nonno .

 

Nota: e invece, oggi (inizio 2019) la situazione in merito a quella che potrà essere la “lingua madre” dei miei carissimi nipoti Mathias e Olivia é ben diversa da come si presentava quando iniziai a scrivere queste note  (incredibile: più di dieci anni fa,Olivia non era ancora nata!). Emanuele , lasciata L’Occitane si è trasferito a Milano, Cecile, la madre dei miei nipoti lavora addirittura in una industria dolciaria italiana (la “Venchi”), Mathias e Olivia vanno sì alla scuola francese a Milano ma vuoi il contatto giornaliero con l’ambiente italiano, vuoi la straordinaria correntezza dell’italiano parlato anche da loro madre (e quindi l’uso frequentissimo della lingua italiana anche negli “scambi d’informazione” familiari, ha fatto sì che Mathias e Olivia abbiano già acquisito una ottima comprensione dell’italiano e una, ancora incerta. correntezza nel parlarlo. Insomma c’é da sperare che la situazione, per questo aspetto migliori sensibilmente piuttosto che il contrario.

 

 

 

Dire che io ti abbia meritato, caro nipote, non posso affermarlo. Infatti avevo con tua nonna Christine l’espresso accordo di non avere figli nel nostro matrimonio. Non sono mai stato particolarmente positivo ed ottimista su questo nostro passaggio terreno (ammesso, e non concesso, che rappresenti un preludio a una “vita” ulteriore, ma io lo spero….) quindi, per quanto riguarda eventuali figli, eravamo rimasti d’accordo, Christine (tua nonna) ed io, prima del matrimonio di non averne. Poi, invece,la “femminilità” (ammesso, e – ancora una volta – non concesso, che davvero esista) prese il sopravvento. Tua nonna mi confessò, un paio d’anni dopo il nostro matrimonio, che desiderava molto fortemente un figlio/a e che questo desiderio aumentava di anno in anno. Preferiva, dunque, avere questo figlio/a da me ma, in mancanza….

Cedetti al “ricatto”, che ricatto non era ,visto che non mi fu esposto nei termini crudi da me qui utilizzati…Insomma é nato, quasi subito dopo questa “discussione”, tuo padre. Per il calendario – tre anni esatti dopo la celebrazione del nostro matrimonio religioso avvenuto, questo, il 1° Febbraio 1962 nella (vecchia) chiesa di St Honoré d’Eylau, quella che dà, direttamente, sulla piazza Victor Hugo a Parigi.

In Italia, allora non c’era il divorzio civile come oggi. “Tutti” si sposavano in chiesa e il matrimonio religioso aveva, anche, e vincolante, valore civile. In Francia, ottemperando al principio laico (parliamo dei primi anni 60) “libera Chiesa in libero Stato” solo il matrimonio alla “Mairie” aveva valore civile, quello religioso era (ed è tuttora) separato dal primo. Già allora, in Francia, non era raro trovare coppie – agnostiche o scarsamente cattoliche – che in chiesa non ci passavano neppure . In Italia invece sposarsi solo civilmente era considerato contrario non solo alla Fede cattolica ma addirittura intollerabile in una famiglia (“rangè”) borghese. Il divorzio. come ho detto, non era contemplato, ancora, nella legge italiana…Il fatto che io mi sposassi in Francia dove le due cerimonie – civile e religiosa – erano separate tanto da essere celebrate in date diverse (31 Gennaio il mio matrimonio civile nella “Marie” del XVI° Arrondissement, 1° Febbraio 1962 quello religioso) creava peraltro uno “spiraglio” per la Legge italiana allora vigente, aprendo una possibilità di chiedere un annullamento civile . Infatti, le due cerimonie – religiosa e civile – celebrate assieme in Chiesa, come usava allora in Italia – costituivano un implicito riconoscimento ed accettazione, come “preponderante”, della legge canonica col conseguente risultato che – non essendoci divorzio civile – solo l’annullamento religioso da parte del Tribunale romano della Sacra Rota poteva cancellare un vincolo matrimoniale così contratto.

Citai esplicitamente – e poco diplomaticamente – a mio padre (tuo bisnonno) questa possibilità di “rottura”. Già allora pensavo – come penso tuttora – che …”si può sbagliare…”.

Poco mancò che ciò provocasse la sua assenza alla cerimonia. Non poteva ammettere, da cattolico convinto e praticante qual’era (e tale restò, sino alla fine), che suo figlio potesse pensare già a una, sul piano civilistico, possibile rottura dell’imminente vincolo matrimoniale, in dispregio alle “regole” che sancivano, allora come oggi, l’indissolubilità del legame religioso che mi accingevo a sottoscrivere.

Fu padre Astorri (un gesuita che era stato suo compagno di scuola e che era diventato il suo ”padre spirituale”) a convincere tuo bisnonno a “lasciar correre” cioè a rimandare eventuali interventi soltanto a quando, e se, l’intenzione di “rompere” diventasse attuale….Così la cerimonia (o, meglio, le due cerimonie) avvenne(ro) senza intoppi, rispettivamente come ho già detto, il 31 Gennaio e il 1° Febbraio 1962, giorno, quest’ultimo, in cui Parigi si risvegliò coperta di neve….E con la neve, dopo la cerimonia e un piccolo ricevimento (era morta, da poco, la tua trisnonna Bambergèr, madre di tua bisnonna Geneviève quindi il nostro matrimonio venne celebrato, come usava allora quando c’era un lutto in famiglia avvenuto da poco, “dans l’intimitè”) partimmo da Parigi sulla SIMCA Aronde che era il regalo di mio padre, per il nostro viaggio di nozze. La meta finale era Bogliasco, vicino Genova dove mio fratello Lupo possedeva una piccola, vecchia, casa di pescatori direttamente sulla spiaggia. E si, niente viaggi esotici in paesi tropicali come “usa” oggi…soldi ce n’erano ben pochi…

 

Passo subito ad un altro 1° Febbraio quello del 1965, quando nacque tuo padre. Allora eravamo a Sansepolcro, in provincia d’Arezzo, in Toscana, ai confini con l’Umbria, dove io lavoravo alla Buitoni che allora era una Società familiare con i proprii uffici nel “Borgo” . In effetti tuo padre sarebbe dovuto nascere a Roma…Il ginecologo che seguiva tua nonna (il dott. Spaini), abitava, ed esercitava, a Roma dove – tenuto conto del fatto che i tuoi bisnonni Osti vivevano in quella città – noi andavamo spesso, in macchina, da Sansepolcro, per brevi soggiorni. Avevamo addirittura prenotato la clinica dove tuo padre avrebbe dovuto nascere…

Invece, tua nonna, nella notte tra il 31 Gennaio ed il 1° Febbraio 1965 (con circa un mese di “anticipo” sulla data prevista) ebbe le doglie che annunciavano un parto imminente e dovetti portarla immediatamente all’ospedale di Sansepolcro che allora era in un palazzo del ‘500 pieno di scalette anguste , corridoi e salette fatiscenti, con apparecchiature antiquate e medici non proprio alla punta della professione… Fortunatamente c’era una levatrice che aveva messo al mondo centinaia, se non migliaia di bambini (la Rosina) che molti biturgensi (cittadini di Sansepolcro) ricordano tuttora, cosicché – presa la direzione delle operazioni (cacciò addirittura dalla “sala parto” i medici…) – aiutò egregiamente tua nonna a “scodellare” tuo padre benché lui fosse in posizione “podalica”, cioè in posizione contraria alla normale : prima il sedere invece della testa.

Sansepolcro (anticamente : Borgo Sansepolcro), ai confini della Toscana con l’Umbria, in provincia di Arezzo, non è una grande città, ma un “borgo”, un paesone (circondato da mura) o poco più,  oggi (2018)  diverso – ma non tanto – da quanto ricordo io.

 

Ora faccio un altro “salto” e torno indietro nel tempo …….. non lo era neanche Vevey (Vaud, Svizzera) , dove abbiamo vissuto un paio d’anni, più o meno – prima di Sansepolcro – subito dopo il nostro matrimonio che t’ho già descritto..

Lì, a Vevey, Christine, tua nonna, lavorava insegnando a “La Fontanelle” (sita su Boulevard St. Martin dove era anche la casa nella quale avevamo affittato un piccolo appartamento) una scuola-pensionato per giovani fanciulle dove si studiava non molto ma dove le allieve – provenienti da tutto il mondo (anche dal Venezuela e dalla Liberia addirittura) – acquisivano una educazione forse superficiale ma reputata (giustamente) necessaria, prima di essere “impalmate” da qualche notabile dei loro paesi. Una liberiana , ragazza splendida, di una bellezza statuaria direi, sposò uno dei figli dell’ambasciatore liberiano a Roma. Costui era stato da “undergraduate” con me ( io ero“graduate student” perché già laureato in Agraria a Napoli) alla Università di Cornell nello stato di New York in America (il suo nome di famiglia era Taylor come quello del dittatore di quel paese in anni meno recenti). Li incontrammo qualche anno dopo, casualmente, a Parigi.

Lui era diventato Ministro dell’Agricoltura liberiano. Essendo stato all’Università negli Stati Uniti aveva ovviamente titoli sufficienti per montare i gradini della carriera politica in Liberia più presto di altri. La Liberia aveva allora un dittatore (Mr Tubman) discendente – come tutta la classe dirigente liberiana di allora – da “schiavi liberati” negli Stati Uniti e rispediti, liberi, in Africa, in Liberia, alla fondazione di quella Nazione. La Liberia era nata, appunto, per accogliere gli schiavi americani “liberati”; questi liberiani un po’ speciali avevano imparato, sembra, la “lezione” e si comportarono peggio, forse, di un qualsiasi colonizzatore europeo – in ogni caso non meglio – con gli autoctoni. Appena poterono, ma molti anno dopo, questi ultimi fecero a pezzi Tubman e molti dei suoi seguaci di origine americana o meno. Chissà se il giovane Taylor e soprattutto la moglie, che per il miglioramento fisico della razza umana se lo sarebbe meritato, sono riusciti a farla franca. Non li ho mai più visti.

Io, a Vevey lavoravo alla Nestlé o, meglio, alla “AFICO” una specie di “concentrazione di cervelli” per lo studio ed il lancio di nuovi prodotti (ma anche per altre funzioni centrali del gruppo) nel mondo. Ma ne riparleremo in seguito.

A Vevey c’erano le montagne, le passeggiate, i concerti a Montreux, e poi Losanna molto vicina.

 

A Sansepolcro, invece, per tornare all’Italia dove tuo padre è nato, a parte le bellezze artistiche e architettoniche del Rinascimento (c’è nato, oltre a tuo padre, anche Piero della Francesca e c’è la sua – strepitosa – Resurrezione nel Museo Civico . Quella stessa il cui restauro é stato finanziato in gran parte da tuo nonno, e non me ne pento affatto, anzi…) e quelle naturali, c’è ben poco…

Quando arrivammo (dalla Svizzera), in macchina, una sera di Aprile, credo, del 1964 l’ora era quella, in prima serata, del così detto “struscio”, della passeggiata, cioè, di tutta la popolazione, sul “corso”: una strada, non molto larga, che attraversava diametralmente tutto l’antico “borgo” da una porta all’altra delle vecchie mura. Un’ora più paesana, provinciale, piccolo borghese, non potevo scegliere…. Tua nonna, nata e cresciuta, poverina, a Parigi, si mise a piangere… più “esiliata” di così non poteva sentirsi… E invece, poi, ci adattammo bene, io grazie al lavoro che mi piaceva e mi interessava – almeno all’inizio – e tua nonna grazie a Misette Buitoni (morta purtroppo nel 2007 nella sua bella casa di Perugia) che viveva con il marito, Bruno ,che era il mio “capo”, Amministratore delegato della Buitoni S.p.A., morto anche lui (sto rileggendo ed emendando quanto scritto, siamo nel 2019!),  a Sansepolcro. Lì infatti erano gli uffici della Buitoni (ora parte del gruppo Nestlé, ma hanno venduto il “sito” nel 2008), con la grande fabbrica di pasta ed altro. Misette era svizzera francofona, di Losanna, quindi un po’ perché poteva parlare la sua lingua, un po’ perché Misette era veramente gentile, divertente,simpatica (e bella), e prese tua nonna in simpatia, gli anni di Sansepolcro furono tra i più piacevoli della nostra vita di coppia.

 

Dunque, caro Mathias, forse non t’ho meritato, visto che tuo padre m’è stato “imposto” ma, senza ombra di dubbio, sono contento che lui, come anche te e tua sorella, ci siate e mi auguro (stavo dicendo : “prego Iddio”, come tanti miscredenti che, esprimendo un augurio, sperano che una “entità suprema” o Padreterno che dir si voglia, faccia sì che l’augurio non subisca impedimenti di sorta), mi auguro, ripeto, per quanto ti riguarda, che tu possa continuare ad esserci a lungo e che quanto ti capiterà in seguito, nella tua vita, sia di tuo gradimento e soddisfazione tua e di tutti, per almeno altri cent’anni.

Come hai letto, quando ho cominciato a scrivere questi ricordi, tua sorella Olivia non c’era ancora….é nata mentre questa “raccolta” non era ancora completata….chissà mai se lo sarà visto che man mano che progredisco, nello scrivere, i ricordi si accumulano…e ce ne sono per chissà quante pagine ancora. Continuo a correggere, ad aggiornare….

Ma andiamo per ordine.

 

– Osti e Tavernieri

Nel 1954, appena laureato (nel Novembre) in Scienze Agrarie (alla Facoltà di Scienze Agrarie dell’Università di Napoli che, come oggi, era a Portici non lontano da Napoli) raccoglievo, a Viterbo e Provincia, dati e informazioni per acquisire esperienza e verificare la metodologia statistica di “campionamento” per uno studio economico commissionato all’INEA (Istituto Nazionale di Economia Agraria) di Roma, da cui dipendevo, dalla FAO (Food and Agriculture Organization) che ha anch’essa la sua sede a Roma (malgrado sia una”agenzia” dell’ONU di New York) sugli effetti economici della Riforma Agraria in Italia. Il campionamento avveniva estraendo a sorte un certo numero di parcelle catastali. Da qui si risaliva alle proprietà private “campione”. Queste facevano da “pendant”, a quelli tra i “poderi” o “quote” distribuite ai beneficiari della Riforma Agraria, che erano stati campionati per lo studio, anch’essi estratti a sorte tra l’”universo” dei poderi e delle “quote” (più piccole di un “podere”) dell’Ente di Riforma Agraria, in provincia di Viterbo.

Tra le proprietà private fu estratta, anche, quella di un convento di suore di clausura a Marta, nel viterbese, sul lago Trasimeno non lontano da Bolsena dove ha un bellissimo giardino tuo “zio” Mattia Osti (figlio di mio fratello Lupo) ereditato, appunto, da suo padre che lo ha a lui affidato all’inizio del 2010. Malgrado il tempo continui a passare a velocità sempre crescente (siamo già nel Settembre 2011 con questa mia ennesima revisione…) mio fratello Lupo é ancora, fortunatamente, vivente. Parlare con lui è per me un grande piacere e , malgrado la grande differenza d’età (ha undici anni più di me), spero continui.

Intervistai, quindi nel 1954, la superiora che, gentilissima, mi passò tutte le informazioni che la “bozza” di questionario (che stavo “testando”) prevedeva e poi mi propose di visitare la cappella, cosa che io accettai con interesse, visto che era chiusa al pubblico la maggior parte della giornata. Non ci trovai gran che come opere d’arte – se ricordo bene – ma notai una targa marmorea a ricordo e celebrazione dei donatori che nel secolo precedente, o all’inizio del secolo allora corrente, non ricordo bene, avevano permesso il restauro, o l’”arricchimento” estetico, della cappella e dell’edificio del convento. Tra questi c’erano gli “Osti e Tavernieri di Marta”… “Vede, reverendissima madre, non sapevo che la mia famiglia fosse tra i benefattori del convento…” osservai, cercando di apparire arguto…. La superiora sorrise, immaginando che io avessi tentato di fare dello spirito. In effetti se avessi così commentato per essere spiritoso, la cosa non era mal trovata …il problema era che parlavo “sul serio”… non avevo notato affatto l’associazione, ad altri occhi evidente, tra “osti” e “tavernieri” che rendeva lapalissiano anche al più’ stolto dei lettori della targa di quali “osti” si trattasse… Vidi quindi dipingersi , progressivamente, sul viso della reverendissima madre (visto che apparentemente sembrava parlassi sul serio)  una espressione di inorridito stupore alla palese idiozia dell’interlocutore e me ne accorsi. Forse ci misi una toppa facendo, allora, una gran risata … ma il dubbio, da parte della reverendissima madre, di aver incontrato un perfetto cretino non fu completamente dissipato…

Ma andiamo al dunque…… probabilmente la famiglia Osti è stata, é, o sarà benefattrice e/o edificatrice di opere di bene, ma certo non a Marta anche se mio fratello, e tuo pro-zio, Lupo, come ho appena detto aveva (ed ha, attraverso suo figlio Mattia) “La Lucciola” a Bolsena, non tanto lontano da Marta,con tanto di collezione di Peonie ed altre meraviglie dendrologiche e orticolturali.

 

 

Gli Osti, infatti, la famiglia intendo, da cui discendi tu, avevano, nel 18° secolo (e , probabilmente, qualche anno prima) delle proprietà nel bolognese. Ovvio quindi dedurne che,forse in origine “osti” (o “tavernieri”), gli Osti erano diventati agricoltori, occupazione questa di gran lunga preponderante tra la popolazione della penisola italiana fino a tempi molto recenti. Speriamo che l’evoluzione (ancora una volta, ammesso e non concesso che il passaggio da “osti” a “possidenti/agricoltori” sia, di per se, positivo) in senso buono, continui… A parte i tuoi parenti “diretti”,  esiste tuttora sulla piazza di Bazzano, a pochi chilometri da Bologna, una farmacia Osti (la ha fotografata recentemente – nel 2018 – tuo cugino Cristoforo Osti). Stessa famiglia della nostra. Tanto avevano confermato le indagini di mio zio Anselmo, fratello di tuo bisnonno Arrigo, che riuscì ad arrivare, consultando documenti varii – soprattutto parrocchiali – ad un Adamo (non compagno di Eva e mangiatore di mele, ma, semplicemente, Osti) vissuto a cavallo del 17mo/18mo secolo a Bazzano, appunto , e ad un Antonino, priore di Bazzano il cui stemma campeggia su di un muro della casa Osti di Bazzano tuttora, pare, di proprietà degli Osti locali. Tale stemma è tra le fotografie, disegni ed altro che ho raccolto su di una chiave USB legata al mio computer come anche la copia del ritratto del detto Antonino che è di proprietà , appunto, degli Osti di Bazzano. Ho anche copiato due “diplomi” dello Stato Pontificio che si riferiscono al detto Antonino la gloria, conosciuta, più antica della famiglia.

Tra gli Osti di Bazzano è entrato a far parte, impalmando l’ultima discendente di quel ramo, Dimitrios Georgiou che, pare, secondo mio fratello Lupo col quale ha intrecciato una certa corrispondenza di carattere “araldico”, abbia addirittura aggiunto al proprio nome il nostro, cioè è diventato Georgiou-Osti. Quindi hai, come parenti degli Osti-Guerrazzi e dei Georgiou-Osti.

Tra le nostre tombe della Certosa (il cimitero di Bologna dove anche le mie ceneri potrebbero andare a finire) c’é quella di Osti Antonino. Le altre due di cui siamo proprietarii sono una della famiglia Zanarini (una Zanarini sposò un tuo quadrisnonno) e l’altra Bonvicini: tua trisnonna era una Bonvicini.

Quando con tuo padre andrai a Bologna (ci sono, dal 1987, anche le ceneri di tua nonna Christine che non hai mai conosciuto) controlla i nomi sulle lapidi….In quella degli Zanarini ci sono andate – di recente e cioè nel Febbraio 2010 – anche le ceneri di tua pro-zia (mia sorella) Ornella che è all’origine del secondo nome di tua sorella Olivia Ornella.

Tra le leggende tramandatemi da zio Vittorio Moroni (marito di mia zia Anna Osti, sorella di mio padre, l’unico che m’abbia mai parlato dei nostri avi) c’è quella che gli Osti,vissuti a cavallo, appunto, tra i due secoli (il 18mo ed il 19mo), coltivassero canapa tessile nel bolognese, (allora – pare – la canapa non si fumava) mettendo poi su una “impresa” che arrivò a tessere tutta la teleria destinata al corredo dell’Armata napoleonica del Regno d’Italia, poi decimata in Russia (purtroppo non è stata l’ultima batosta sofferta dagli italiani in quelle terre) .

Di cotone, la fibra vegetale ora di gran lunga la più usata , ce n’era poco, allora, in Europa, e la canapa, col lino, era tra le “fibre” vegetali più utilizzate nei tessuti per biancheria.

Da ragazzo ricordo di aver dormito in lenzuola di canapa, (chissà se erano ereditate da casa Osti del XIX secolo ?) freschissime e piacevolissime se usate a lungo precedentemente. Quelle che corredavano il mio letto erano state “lisciate” dall’uso fatto dal “personale di servizio” di casa che allora, visto che veniva retribuito scarsamente, era numeroso anche nelle famiglie della media borghesia quale era, ed è rimasta, la nostra. In effetti, nuovo,un tessuto di canapa potrebbe essere usato per grattarci sopra il parmigiano…

Per il mio servizio militare italiano (1958-1959), tra il corredo fornitomi dall’Esercito quando frequentai il Corso Allievi Ufficiali di complemento ( il 18°,ad Ascoli Piceno) c’erano due paia di mutande in tela di canapa. Non le indossai mai …se lo avessi fatto, tuo padre – e quindi tu – non sarebbe nato, tale era il potere abrasivo delle stesse…

È certo che gli Osti di Bologna erano, nel 19mo secolo, persone agiate, non aristocratici, ma borghesi benestanti. A parte il giudice Antonino non credo si distinguessero, o si fossero mai distinti, per imprese eccezionali anche se, pare, sia esistito, nel 19° secolo, un cardinale Osti… bah o meglio : boh…

Il nonno di mio nonno Annibale (sei generazioni prima della tua) ne fece però una davvero degna di menzione, se vera, in questo contesto. Durante i “moti” del 1848 che sconvolsero (entro certi limiti) l’Italia d’allora, anche Bologna passò qualche giorno molto agitato. Il tuo avo perciò pensò bene di mettere al sicuro la famiglia (immagino ben vettovagliata) in cantina e, armato di spada (ammesso che la sapesse usare), aspettava l’arrivo di giorni più tranquilli nel “rifugio”. Ma la cantina conteneva anche le botti del vino (chissà se era Lambrusco che è il vino emiliano per antonomasia, così come il Chianti è toscano) e la tentazione fu troppo grande…Ne bevve a dismisura, tanto che, sentendosi venir meno, sfoderò la spada, dette una poderosa “stoccata” alla botte vicina semivuota e (dicendo “Morte ti vedo ma non ti temo”)… spirò nelle braccia della consorte….Una versione di questa storiella, un po’ diversa ma con lo stesso epilogo dell’avo ubriaco fradicio e infilzante la botte è stata raccontata da mia nonna Adelina – di cui parlerò più a lungo più tardi – a mio fratello Lupo ….Vedi dunque da che nobile stirpe di guerrieri tu discendi…..

Annibale (tuo trisnonno) non amava –che io sappia – smodatamente il vino, come il suo avo, ma aveva una passione marcata per il gentil sesso. Si dice (sempre secondo lo zio Vittorio) che finanziando un corpo di ballo (addirittura portandolo a Parigi), ed altro, sperperò tutta la sua fortuna e anche quella della moglie, nata Bonvicini , un’altra famiglia agiata di Bologna, come ho accennato.

Fatto si è che non avendo più una lira ( dipende a che epoca riferisco il valore di una lira; molto meno di un millesimo (!!) di euro dei tempi più recenti ,se non saprai, quando e se mi leggerai, cos’era una lira), o quasi, un gruppo di amici lo appoggiò perché rientrasse (aveva già fatto il servizio militare da ufficiale) nell’Esercito Italiano. Lì finì per diventare colonnello (che era – forse é – il massimo grado raggiungibile quando uno entra nell’esercito senza fare l’Accademia) e arrivare alla pensione; molto magra peraltro tanto che, all’inizio, i figli più abbienti ( mio zio Alberto e tuo bisnonno Arrigo) accolsero in casa i genitori, uno per parte : (mio) nonno Annibale a casa di Alberto e mia nonna Anna Maria a casa nostra. Durò poco. Mia nonna Anna Maria, donna alquanto viziata e abituata ad essere servita di tutto punto, forse anche un po’ pretenziosa, divenne talmente insopportabile a sua nuora (mia madre e tua bisnonna) Mercedes e al suo stesso figlio che quest’ultimo (coll’appoggio dei fratelli) finì col mettere e madre e padre in un pensionato. Là la famiglia, a Roma, andava a trovarli, a turno, ogni Domenica.

Anna Maria ed Annibale, i miei nonni, ebbero sei figli, nell’ordine : Lorenzo (che morì giovanissimo), Aldo, Anselmo, Anna, Arrigo, Alberto. Come vedi tutti nomi che cominciano con la lettera “A” a parte Lorenzo che mio nonno Annibale reputava (con qualche ragione visto che il suo primogenito era morto poco dopo la nascita) portasse “scalogna” quindi, da Anselmo in poi venne adottato soltanto come secondo nome per tutti i maschi. Nonno Annibale avrebbe voluto che diventasse una tradizione di famiglia ma mio padre cominciò con Anna Maria (mia sorella “Ninni”, la maggiore), continuò con la seconda figlia Alberta Vittoria (mia sorella “Tita”) ma chiamò il primo figlio maschio Gian Lupo (mio fratello “Lupo”) che era un nome di casa del Bono, cioè della famiglia di mia madre. La terza figlia (tra Lupo e me) fu chiamata Ornella, un nome coniato da Gabriele D’Annunzio, autore e poeta italiano, aviatore e grande amatore, che andava per la maggiore quando Ornella venne a questo mondo. Ultimo di cinque figli lo scrivente, tuo nonno Aldo, semplicemente, senza Lorenzo per secondo nome. L’ho aggiunto io, di mia volontà, per distinguermi da mio cugino, Aldo anche lui, di tre anni più vecchio di me (il capostipite degli Osti-Guerrazzi-Samuelli) di cui parleremo in seguito, che aveva una “fama” abbastanza “sulfurea”. Anche lui bollato da un nomignolo da bambino viziato: Pupi….forse peggio di Cicci, il mio diminutivo tuttora (scrivevo nel 2011, ora sto correggendo all’inizio del 2019) usato da mio fratello e pochi altri, sempre meno. Ne riparleremo come riparleremo di Arrigo, mio padre e tuo bisnonno.

Anna sposò lo zio Vittorio (Moroni) già nominato, che aveva conosciuto insegnando nelle scuole italiane all’estero. Non ebbero figli. Dello zio Vittorio ho un ottimo ricordo, era un simpaticone, anche se non molto esigente, intellettualmente, con se stesso, e col prossimo. D’ogni tanto, con mio fratello Lupo e mio cugino Aldo andavamo a trovarli a Castiglioncello (Livorno), loro residenza, nella loro grande casa. Allora mi sono fatto tra le più spensierate e piacevoli risate della mia vita.

Lo zio Vittorio aveva la mania di imitare, inventando i più incredibili intrugli, bevande alcoliche “di marca”, ri-confezionandole in bottiglie – già vuote – originali, e passandocele – piene – per tali, anche come contenuto. Veniva regolarmente smascherato con corredo di lazzi e feroci accuse di essere un volgare falsario, tutte accuse che assumeva con gran spirito, rispondendo sempre argutamente in toscano stretto. Era, infatti, originario di Livorno città dove si parla il toscano più becero possibile. Aveva girato tutto il mondo insegnando nelle scuole italiane (dove aveva conosciuto mia zia Anna), e nel tempo libero aveva anche fatto cose “interessanti” come cercare l’oro – senza trovarlo, naturalmente – in Ecuador.

Ma torniamo agli Osti. Di tuo trisnonno Annibale ho già brevemente parlato. Non ti ho detto che, in vecchiaia era diventato cieco (“macula” senile degenerativa…. attento! E’ nei genî della famiglia! Ma pare non sia ereditaria, speriamolo), quindi, vuoi per le ristrettezze economiche, vuoi per la sua cecità, non credo fosse particolarmente allegro nei suoi ultimi anni.

Forse non era proprio fiero di aver sperperato in pessime speculazioni, donne ed altro, l’agiatezza sua e quella di sua moglie, peraltro ebbe la faccia tosta di chiedere ai suoi figli di coniare, alla sua morte, una medaglia d’oro (a spese dei figli, naturalmente, e da distribuire a tutti i discendenti) con la sua effige e quella di sua moglie, e con la scritta : “una sana costituzione, una buona educazione e un nome onorato sono il miglior retaggio per chi parte e la migliore eredità per chi resta” (o qualcosa del genere, in questo momento non sono riuscito a ritrovare la medaglia…). E tanti saluti!. Lo ricordo molto poco perché morì nel 1936 quando io avevo solo cinque anni….Una sua fotografia, in divisa e appoggiato in posizione “marziale” a una colonna è tra le fotografie conservate nella chiave USB allegata a questo computer.

Aldo (da cui il nome di mio cugino – figlio di Alberto – ed il mio) morì nel 1911 durante la campagna di Libia (c’è, in casa, una sua bella fotografia da ufficiale dei granatieri che entra alla testa del suo plotone di Granatieri di Sardegna a Tripoli) era sposato con (mia) zia Maria Giambruni, una famiglia, borghese, anche loro di Parma . Ebbe due figlie : una mai sposata, Pierina, l’altra, Luisa, sposò Giuseppe Chiarelli, di Martinafranca in Puglia, professore universitario e poi ,dopo una fortunata carriera, Giudice e finalmente Presidente della Corte Costituzionale italiana. Mio cugino Raffaele Chiarelli è anche lui Professore di Diritto Costituzionale; come dice (spiritosamente) lui,” per diritto ereditario”.Ci siamo completamente persi di vista.

Anselmo, il maggiore dei figli superstiti sposò, senza progenitura, una sua infermiera (era medico e di una onestà e dirittura morale assolutamente esemplari) : la zia Rosita, che lo rese felice. Era mio padrino di battesimo.

La prima moglie di Alberto, il più giovane dei sei figli di Annibale, era una Guerrazzi (Mariolina), quindi toscana. Gian Domenico Guerrazzi fu una delle figure più rappresentative del Risorgimento Italiano e “dittatore” della Toscana prima che, per referendum, scegliesse di annettersi al Regno d’Italia. Visto che detta famiglia si sarebbe estinta non avendo eredi maschi, mio cugino Aldo (il primo ad essere battezzato con quel nome, nella mia generazione) aggiunse, seguendo le corrette vie legali, negli anni 60 credo, al cognome Osti quello dei Guerrazzi. E poi i figli di Aldo essendo stati adottati, per facilitare fiscalmente, l’eredità, da una loro zia Samuelli (una famiglia del cosiddetto “generone” , la ricca borghesia “nera” romana) diventarono : Osti-Guerrazzi-Samuelli.

Ho già accennato alla immagine “sulfurea”di mio cugino Aldo e alla iniziativa da me presa di assumere come secondo nome – che non avevo – quello di Lorenzo, seguendo la direttiva tracciata da mio nonno Annibale…Certo che se mio cugino Aldo avesse assunto il cognome Guerrazzi qualche anno prima io, forse, non avrei sentito il bisogno di chiamarmi Aldo Lorenzo.

Ripeto : all’anagrafe o alla fonte battesimale, dopo Aldo, io non ho nulla….I maligni (mio fratello Lupo) suggeriscono che con la “L” tra la “A” e la “O” potevo rubare impunemente i fazzoletti, con cifra, a mio padre (A.L.O.) ma Aldo cugino ne aveva combinate davvero di cotte e crude. Si era arruolato, minorenne, nella Xa MAS di Valerio Borghese sotto la Repubblica di Salò ed ebbe (tornato indenne a casa) svariate avventure con donne giovani e meno giovani…Insomma quando i genitori delle fanciulle che io frequentavo chiedevano informazioni su “Aldo Osti” la gente faceva spesso confusione tra me e lui e le mie “frequentazioni”diventavano….difficili per le pessime “informazioni” così raccolte.

Ma torniamo agli Osti della generazione di mio padre. Arrigo, il quarto dei cinque figli superstiti di Annibale e l’ultimo di cui ti sto parlando – visto che ho già parlato brevemente degli altri: tuo bisnonno Arrigo, sposò Mercedes del Bono, figlia di Alberto del Bono che finì la carriera in Marina da Ammiraglio d’Armata e fu fatto dal Re (Vittorio Emanuele III) Senatore del Regno. È stato Ministro della Marina italiana durante la prima Guerra Mondiale con il Gabinetto Orlando e quindi lo era ancora alla fine .

I del Bono vengono da Parma e facevano parte della nobiltà provinciale locale (sono Conti) non particolarmente ricca di mezzi in quanto Parma era come tutta l’Italia soprattutto dedita all’Agricoltura. I del Bono di terre non ne avevano poi “tante-tante” e quelle che avevano erano tutte, già nella seconda metà del secolo 19°, ipotecate più volte. Dopo un periodo di splendore (riuscirono a farsi una cappella in Duomo con tanto di quadro del Correggio) ebbero una certa notorietà (locale) durante il ducato di Maria Luigia (Marie Louise) ex-imperatrice dei francesi di cui, pare, un canonico del Bono fosse confessore. E ne deve aver sentite di cotte e di crude, se quello che si racconta di M.L., sul piano sessuale, è vero anche solo in parte.

Ma poi caddero ben presto in gran ristrettezze economiche. Alberto del Bono,tuo trisnonno, scelse la carriera militare in Marina. I suoi fratelli, Angiolo ed Alfredo emigrarono in Argentina a cercarvi fortuna – e la trovarono riportandosi , poi, in Italia anche una moglie (ciascuno) – le zie Pelela e Teresa – sorelle, argentine ma di origine italiana/genovese, le sorelle Rivara. . Alberto venne quindi “sposato” a un bel partito locale : Adelina Ferrari, anche lei di Parma o quasi: di Viarolo per l’esattezza. I Ferrari, non nobili ma apparentemente ricchi, molto ricchi, erano padroni di molta terra, addirittura del paese intero (Viarolo, come ho detto), compreso il cimitero, che accoglieva le loro tombe. Tutto (probabilmente ipotecato più volte) venne poi venduto o comunque alienato , compreso il cimitero, senza che i Ferrari ( mia nonna stessa? Non so) avessero i mezzi per risistemare le spoglie di famiglia da traslocare .

Una leggenda famigliare racconta che il caffè sulla piazza di Viarolo avesse dei tavolini in marmo ricavati dalla pietre tombali Ferrari… Un parente od amico, avventore casuale del caffè, infatti, si trovò a passare la mano sulla parte “nascosta” del tavolo e trovandola non perfettamente liscia ne controllò, mettendoci la testa sotto, la superficie, trovandovi incise sopra (cioè “sotto) le generalità di molti Ferrari…. Sic transit gloria mundi.

Comunque Alberto del Bono ebbe una bella carriera e (mia) nonna Adelina fece veramente del bene. Con i suoi soldi, almeno con quelli che le restavano, costruì addirittura delle case per i lavoratori in una borgata di Roma. Non c’è da stupirsi, quindi, che alla fine, di soldi, ne restassero proprio pochissimi.

Quando nel 1908 la squadra italiana (comandata dall’Ammiraglio Alberto del Bono) fu dirottata su Messina, distrutta dal terremoto, per i soccorsi, mio nonno trovò sul molo ad aspettarlo mia nonna Adelina che aveva abbandonato figli e quant’altro per dare una mano ed un conforto ai terremotati. Era una cattolica “progressista”, amica di Fogazzaro e Don Brizio e Padre Semeria, personaggi storici; una donna molto all’avanguardia per quei tempi. Credente convinta, e lo dimostrò in vita, in un cattolicesimo dove la “carità” predominava su tutte le “virtù”.

Di mia nonna del Bono (la sola nonna che io abbia veramente conosciuta), ricordo i rosari recitati in giardino a casa del Bono a Cremella, in Brianza – dove lei (e anche noi Osti) era invitata ogni estate dal figlio “Giannetto” (che aveva sposato una Orlando, la famiglia, allora, dei cantieri navali e poi della “Metallurgica”) – in ginocchio sulla ghiaia del “piazzale”. Un fioretto non spontaneo ma imposto da questa nonna esigentissima, una vera sofferenza. Ricordo (piacevole, stavolta) anche il profumo di lavanda che veniva fuori, all’apertura, dai cassettoni dove era riposta la sua biancheria personale….. Forse è da lei che ho ereditato un olfatto più che normale.

Nonna Adelina per controllare la mia biancheria personale da bambino e stabilire la necessità di un cambio, soleva tenere, stendendo il braccio,  il capo di biancheria sotto esame a debita distanza dal naso ed …annusare. A seconda della reazione, quindi, il capo di biancheria veniva mandato a lavare, o meno. Allora si cercava di risparmiare anche sul sapone e non c’erano detersivi. Tutto era lavato a mano.

Vestiva sempre di nero avendo preso il lutto nel 1911 alla morte del figlio Lupo morto, durante il servizio di leva, di tifo, nel “campo” militare di Sutri (provincia di Viterbo) quando il suo reggimento (anche lui era un granatiere come mio zio Aldo Osti, ma soldato semplice perché non aveva fatto studi né era stato all’Accademia militare) si preparava a partire per la Libia dove anche Aldo, come ho già detto, morì; di colera nel suo caso.

Nel 1931 (pochi giorni dopo la mia nascita) morì anche mio nonno Alberto e da allora nonna Adelina vestiva – sempre – di nero restando come “moda” a quella del 1911 : vestiti lunghi fino alle caviglie, accollati (anche d’estate) o. al massimo, più leggeri – quasi, ma non molto, trasparenti sulle spalle – e grandi cappelli con velette nere svolazzanti. Era, in gioventù una bella donna e tale restò in vecchiaia. Donna di grande “presenza”.

Aveva avuto, da Alberto, cinque figli,, nell’ordine : Graziella, Mercedes (mia madre), Lupo (morto di tifo, come ho già detto, da granatiere), Giannetto e Gina.

Cominciamo dall’ultima : Gabriella del Bono “detta Gina” (come amava firmarsi) era di costituzione molto cagionevole, soprattutto sul piano “psichico” Era molto graziosa e fu, pare, molto corteggiata da buoni partiti senza nessun risultato visto che restò zitella fino alla fine. Una fine triste, in gran ristrettezze finanziarie,anche se continuò a vivere – fino alla morte – nel grande appartamento dei miei nonni a via Michele Mercati al primo piano rialzato . Godeva di una piccola pensione che le venne assegnata (dopo pratiche alquanto laboriose) dal Consiglio di Stato come figlia a carico dell’Amm. Del Bono (mio nonno) suo padre che, appunto, era morto senza beni particolari, solo l’appartamento di via Michele Mercati. Tra le sue fissazioni di donna psichicamente labile, c’era quella che il Papa sarebbe dovuto “andare a Canossa” a chiedere scusa alla regina d’Inghilterra (“..che ha fatto la guerra, per mare e per terra al re del Perù…”). Andava alla Chiesa Anglicana di via del Babuino a Roma, e faceva regali alla Chiesa stessa svuotando casa sua dei cimeli di mio nonno Alberto. Tra questi la medaglia d’oro dell’Ordine Mauriziano e, addirittura, la spada di samurai che l’allora principe ereditario del Giappone, Hirohito (quello che poi, imperatore, dichiarò la seconda guerra mondiale agli USA) gli aveva regalato visitando Napoli dove nonno Alberto era ammiraglio comandante della squadra, negli anni seguenti la prima Guerra Mondiale. Ora è in casa del Bono (Alberto) a via Borgospesso a Milano. I cappellani anglicani non potevano non essersi accorti dello stato mentale di mia zia, telefonavano perciò a mia madre e qualcuno di noi passava, ringraziando, a via del Babuino a riprendersi il “regalo” . Vennero restituiti tutti i regali? Nei riguardi di un cappellano mia madre non aveva dubbi, anche i pochi soldi che mia zia aveva in tasca vennero – quando donati – puntualmente restituiti. Ma di un altro cappellano mia madre restò, soprattutto per i regali in banconote (come ho già detto niente di eccezionale), alquanto dubbiosa.

Non ho la coscienza particolarmente tranquilla per quanto riguarda il mio comportamento con mia zia Gina : confesso che se la incontravo per strada passavo sull’altro marciapiede per non mostrare la mia stretta parentela con questa persona che dava evidenti segnali, attraverso l’abbigliamento ed il comportamento, di essere quello che era: matta, ma non da legare. Peraltro va detto che se era vero che come “psiche” la poverina era “debole” il fatto che fu mandata a fare la crocerossina (con le sorelle : mia madre e mia zia) negli ospedali di prima linea durante la prima Guerra Mondiale non deve, certo, aver aumentato il suo “equilibrio”. Ma le figlie del Ministro della Marina (mio nonno Alberto del Bono) non potevano “imboscarsi a Roma a far la calza…”. Allora così si ragionava, bella differenza dal Presidente degli Stati Uniti G.W. Bush che ha fatto “carte false” per evitare di combattere in Vietnam…Chi ha ragione alla resa dei conti? Bah….

Giannetto sposò Maria Orlando, donna minuta e molto graziosa anche se non quanto una sua sorella (Marcella) che aveva un viso particolarmente attraente, da personaggio “boldiniano” (Boldini è un pittore italiano del ‘900 ritrattista di bellissime signore…). Era, Maria, particolarmente buona e gentile con tutti e madre affettuosissima dei figli (Bona, Alberto e Gian Lupo) che educò e seguì esemplarmente anche dopo la morte di Giannetto – mio zio – avvenuta abbastanza immaturamente. Gli Orlando erano (e lo sono ancora) una “grande” famiglia industriale italiana. Una volta esistevano i Cantieri Orlando che costruirono anche molte delle navi della flotta italiana (da qui il “rapporto” con la famiglia del Bono). La “Metallurgica” è stata uno dei leader (se non, addirittura, il leader) del mercato del rame in Europa. Peraltro gli Orlando (che di origine sono siciliani, come lo era Vittorio Emanuele Orlando Primo Ministro anche durante la Prima Guerra Mondiale e quindi “capo” di tuo trisnonno, Ministro della Marina, ma , sul piano famigliare, non aveva niente a che fare con gli Orlando industriali) praticavano una tradizione molto meridionale : i maschi della famiglia “prevalevano” sulle femmine – che non partecipavano, quindi, alla gestione della fortuna famigliare né, in maniera “egalitaria”, all’eredità. La dote, cospicua , esauriva il loro coinvolgimento nelle fortune famigliari e se non si sposavano : …”tant pis”. I maschi “importati” dalle sorelle sposate, erano “estranei” , mai all’ “altezza” dei “purosangue”…. Giannetto, detto Gianni (ma il suo nome era Gian Filippo) del Bono, quindi, pur dirigente della Metallurgica (che allora non si “occupava” di rame soltanto) riceveva un buono stipendio (immagino) ma fu mantenuto sempre “in seconda linea”. Ne soffriva ma ne soffrì per poco perché morì di cancro ai polmoni  ancora, relativamente, giovane. Il primo orologio (un EBEL) che io abbia mai posseduto mi fu regalato dagli zii (Giannetto e Maria) per ringraziarmi delle mie preghiere per la salute dello zio, quando (ma fu per poco) sembrò che il male recedesse.. e invece….

Dei figli dell’Ammiraglio del Bono resta da parlare della sola Graziella (di mia madre te ne parlerò, ovviamente più a lungo e più in là). Graziella dunque era straordinariamente brutta ma diventò una bella signora da vecchia quando un evidentemente buon dentista corresse un andamento decisamente prognato della sua bocca che, da giovane, trasformava i suoi lineamenti facciali in peggio. Comunque, forse per il fatto di essere figlia del Ministro della Marina, riuscì a trovare marito : lo zio Ernesto Lupi di origine ciociara (la sua famiglia era del Piglio in provincia di Frosinone, credo ). Finì la sua carriera in Marina da Contrammiraglio e, non avendo figli, accettò spesso e volentieri di portarsi un nipote (di sua moglie, cioè io) in vacanza in campagna sugli Altipiani di Arcinazzo, sempre in Ciociaria. Ne parleremo in seguito.

Mia sorella Ornella era figlioccia di questi  zii. Zio Ernesto, che visse più a lungo di Graziella, lasciò a lei l’appartamento che era al secondo piano di via Michele Mercati. Tua “prozia” Ornella, mia sorella,rischiò, peraltro, di non riceverlo come promessole. Negli ultimi anni, infatti, assistettero lo zio le nipoti del Piglio che piglia oggi e piglia domani rastrellarono tutto quello che c’era da rastrellare compresi, alla morte dello zio, anche i mobili di via Michele Mercati. Il mio commento – quando l’appartamento fu trovato squallidamente vuoto – fu : “Corbi (questo il loro cognome) di nome e di fatto…”

Nell’appartamento vivono tuttora (2019) i tuoi cugini Culasso. Silvia figlia di Ornella, mia sorella, e di Marco Francisci di Baschi, diplomatico, È stato il primo ambasciatore italiano in Cina comunista dopo la 2nda Guerra Mondiale . Dopo aver avuto due figli – poco dopo la nascita di Silvia – lasciò Ornella e si separò legalmente da Ornella.. Silvia ha sposato Franco Culasso, professore all’Università di Roma. Hanno avuto due figli: Lorenzo e Martina.

Francesco oggi (2019) vive a Firenze con la moglie  tedesca,   (una esperta di Storia dell’Arte) e un figlio : Carlo.

 

Arrigo Osti e Mercedes Osti, miei genitori e tuoi ” bisnonni”

 

A questo punto, visto che ho accennato di già sia a l’uno che all’altra, mi sembra opportuno di parlarne un po’ più estesamente, come coppia e come genitori di noi cinque figli. La famiglia di Mercedes, tua bisnonna apparteneva, come ho già accennato, alla aristocrazia provinciale di cui l’Italia abbondava (e abbonda tuttora) per i tanti staterelli che ne costellavano il paesaggio politico nel 17°/18”/19° secolo e, ancor più, prima. Parma che era stata dei Farnese (gli ex-proprietari del palazzo dove è l’ambasciata di Francia a Roma, uno dei più bei palazzi della città) finalmente fu data, come Ducato di Parma e Piacenza, a Maria Luigia (Marie Louise) ex moglie di Napoleone I come contentino per farle dimenticare i fasti della corte imperiale, assieme, peraltro, al Conte Nyperg, uomo apparentemente – per allora – affascinante (riconoscibile nei ritratti perché portava una benda nera su un occhio) che adempiva ai suoi obblighi personali nei confronti della duchessa diligentemente ma non sufficientemente, col risultato di far attribuire alla stessa Maria Luigia “gusti”, in materia sessuale, non proprio ripetibili. Probabilmente la famiglia del Bono non avrebbe accettato Arrigo Lorenzo Osti come pretendente della figlia ma i del Bono avevano tutto perduto (e quel che restava era massivamente ipotecato) e quindi Arrigo, gran bell’uomo, di grande “presenza” e ufficiale di Marina, poteva andare bene. Ma anche gli Osti, come ho già raccontato erano senza una lira, anzi senza un baiocco visto che negli “Stati della Chiesa” in Italia Centrale, i soldi si chiamavano e si misuravano in baiocchi.

Ma Arrigo e Mercedes furono sposi e genitori esemplari. Arrigo prima come Ufficiale di Marina     ( lo stipendio di un Ufficiale in carriera era – ed è tuttora – molto scarso, soprattutto per una famiglia di cinque figli come eravamo noi) poi come Ingegnere (entrò all’Italcable alla fondazione di quella Società ora scomparsa con un trattamento più corrispondente ai bisogni di una famiglia numerosa) . Mercedes seguiva l’andamento della casa e si preoccupava della salute e dell’educazione dei figli.

Si volevano certamente molto bene ed io non ricordo, da parte di nessuno dei due una parola meno che gentile nei riguardi dell’altro.

Arrigo sempre elegante e, sul piano vestimentario assolutamente inappuntabile, mia madre di una semplicità quasi spartana a parte le velette sul cappello (una signora, allora, portava SEMPRE il cappello) e il nastrino – più in là negli anni – attorno al collo, i capelli sempre raccolti in uno “chignon”.

Prima di sposare mia madre – mi raccontò lo zio Vittorio (il pettegolo della famiglia) – mio padre, Arrigo, pare avesse “frequentato” niente popò di meno che Elena di Francia, Duchessa d’Aosta. E sì, Arrigo era veramente un bell’uomo…e, si dice, avesse gran successo.

C’è una sua fotografia in uniforme da Tenente di Vascello della Marina Italiana (nella raccolta delle foto che conservava sempre con se e di cui io ho fatto copia) sulla porta del suo hangar per i dirigibili a Jesi (nelle Marche) che è una “prova” della sua attrattività fisica.

Dal punto di vista fisico Mercedes, invece, non era certo una “vamp” ma alta e con un bel sorriso…esiste un “carboncino” di Aldo Carpi (oggi, a Castagnola, è appeso sotto un ritratto a pastello del padre, l’Ammiraglio del Bono fatto a Venezia nel 1911 dallo stesso Carpi) che ti può dare un’idea di come fosse tua bisnonna quando era giovane. E poi le fotografie abbondano, anche di quando io non ero ancora nato. Ho ereditato infatti da mio padre, come ho appena detto, un “passe-par-tout”in pelle che conteneva diverse fotografie della gioventù e della maturità dei tuoi bisnonni e che mio padre Arrigo aveva sempre con se. Io le ho tutte copiate e messe in una cornice tripla (a tre ante) di metallo bianco. Sono nel mio studio.

 

-Via Michele Mercati, a Roma

 

Io sono nato a Milano (nel 1931) in ospedale, non a Roma . Mia madre era già “in là” negli anni     ( 42) e doveva essere sorvegliata specialmente. Fui battezzato in Duomo e spedito (sono nato il 10 luglio, Santa Felicita) subito in montagna a Mareson, in Cadore. C’è una bella fotografia del sottoscritto in braccio a mia sorella Ornella (ne riparlerò in seguito) in un paesaggio alpino, appunto, a Mareson;. Avevo, allora pochi giorni. Ero un mostro, enorme : alla nascita pesavo 5,2 Kg. Tu ci hai provato  a superarmi, visto che, se ricordo bene, eri molto vicino ai cinque Kg.

Pur essendo nato a Milano, come ho appena detto, la mia prima educazione è stata quasi completamente romana, perlomeno fino ad aver terminato le scuole con quello che si chiamava allora, in Italia, la “Licenza Liceale” o, meglio, la “Maturità” e si chiama tuttora, anche se molto diversa.

Mio padre Arrigo , ingegnere, lavorava – come ho appena detto – con l’Italcable : la società che allora posava e gestiva la rete di cavi sottomarini che servivano a comunicare con il continente americano del nord e del sud. Soprattutto del Sud visto che furono gli emigranti italiani del Sud America che finanziarono il capitale iniziale della Società che ebbe, appunto, la sua prima sede a Milano. Alla fine del 1931 spostò la sua sede a Roma (a via Calabria) e la famiglia Osti, quindi, si spostò tutta a Roma, ovviamente me compreso.

A Roma, al pianterreno di via M. Mercati, già viveva mio nonno Alberto del Bono, con la nonna Adelina e la zia Gina, e c’era anche mia zia Graziella Lupi che viveva nell’appartamento sopra quello dei nonni. La casa (via Michele Mercati 17-17A, ai Parioli) faceva parte di una serie di villette e “palazzine” costruite da una Cooperativa formata da ex-Ufficiali di Marina : la Cooperativa “Ammiraglio del Bono”. Allora via Michele Mercati era davvero ai margini della città, periferia relativamente “agiata” se vuoi, ma vera periferia. L’ultima parte della strada verso quello che oggi si chiama viale Bruno Buozzi (prima della seconda Guerra Mondiale si chiamava Viale dei Martiri Fascisti ), me la ricordo ancora non asfaltata…E mi ricordo anche delle greggi in transumanza che trovavano ancora pascoli disponibili nelle vicinanze visto che non solo verso viale dei Martiri Fascisti ma in via Michele Mercati vera e propria c’erano rimasti dei terreni anche abbastanza estesi non ancora costruiti. Lo furono soltanto anni dopo la fine della seconda guerra mondiale..

La casa, originalmente costruita soltanto per i del Bono e gli zii Lupi venne quindi modificata in modo che le camere destinate “alla servitù”, all’ultimo piano (nei vecchi palazzi la servitù abitava sempre all’ultimo piano, sotto il tetto; il piano “nobile” era il primo..), accogliessero la nuova famiglia Osti : Arrigo, Mercedes e cinque figli, tra questi tuo nonno (cioè chi scrive) subito chiamato Cicci, nomignolo che – in famiglia e coi miei più vecchi amici – mi è restato…

Per i miei 80 anni Silvia e Lorenza mi hanno regalato, in cornice, la fotografia di via Michele Mercati come era alle origini. È di fronte a me mentre scrivo sul mio computer….

Non fu la prima modifica fatta alla casa. Durante la seconda guerra mondiale (all’inizio direi, i lavori iniziarono nel 1940) la palazzina venne (da mio padre) sopraelevata per dare un po’ di “respiro” alla famiglia che, su di un unico piano era un po’ sacrificata. Con la sopraelevazione ogni figlio avrebbe avuto la sua camera da letto; c’era una cucina (all’ultimo piano) e un “office” (al piano sottostante) con tanto di “montavivande” che dovrei chiamare “scendivivande”, visto che come ho detto la cucina era “di sopra”. I bagni da due diventarono quattro (uno per il personale).Al piano di sotto c’era un gran salotto, un salottino, uno studio per mio padre e,sul pianerottolo, in cima alle scale, persino una lavanderia dove la “sora Lucia”, sempre in costume ciociaro, decorata da un paio di grandi orecchini di corallo (era stata balia e gli orecchini di corallo facevano parte del corredo obbligatorio di una balia romana, comprati a spese della famiglia ospite) veniva una volta alla settimana a fare il “bucato”, ovviamente a mano, con tanto di fuoco a legna sotto il pentolone per far bollire l’acqua che attraverso il tubo disposto centralmente al “pentolone” ricadeva, bollente, sulla biancheria previamente cosparsa di cenere di legna. La biancheria, e la “sora Lucia” sapevano di bucato, uno dei tanti odori che fanno parte dei miei ricordi, certo tra i più piacevoli.

Ma questa capacità recettiva dell’appartamento non venne mai usata del tutto. Lupo. mio fratello , era già soldato (ufficiale) nei primi mesi del 1940) visto che aveva anticipato il servizio militare (aveva solo 20 anni ) . Il piano originale era che dopo questa esperienza (si sperava che avrebbe avuto un benefico effetto sul suo carattere piuttosto turbolento) sarebbe andato all’Università. E invece la guerra scoppiò, nel giugno 1940 per l’Italia, e l’esperienza per lui fu ben più dura che un semplice servizio militare. Prima la guerra sui monti della Grecia (“sui monti della Grecia c’è la Vojussa, del sangue degli Alpini s’è fatta rossa…” cantavano gli Alpini, i “Chasseurs Alpins” italiani…), poi l’occupazione della Grecia diventando ufficiale di collegamento coi nostri alleati d’allora, i tedeschi, e poi, dopo l’armistizio del 1943, una lunga prigionia in un campo di concentramento, inizialmente in Pomerania (oggi Polonia) fino alla liberazione da parte dei russi. Poi, finalmente, il ritorno in patria nel 1945.

Anche mio padre, ufficiale di Marina, durante la guerra, era in Grecia e più precisamente, nel Settembre 1943, a Patrasso;  anche lui fu internato dai tedeschi coll’ armistizio dell’8 Settembre, ma lui rientrò perché malato (in ambulanza) nel 1944.

La metà dell’appartamento, all’ultimo piano di via Mercati, era quindi vuota o quasi.Durante l’occupazione tedesca fu occupata dalla signora Costanza Guadagnini, nata Bandini/Cirio (amica di mia madre), che vivendo a Napoli pensò bene di trasferirsi a Roma per evitare i bombardamenti alleati molto intensi su quella città. Anche Roma fu bombardata (gli alleati distrussero la Basilica di S. Lorenzo , troppo vicina al nodo ferroviario adiacente) ma certo molto meno duramente che Napoli. La Signora Costanza era molto gentile ed affettuosa. Dopo la guerra mi sono spesso fermato per pernottare (anche più di una notte) a casa sua a Napoli. quando, andavo a Sorrento per passare qualche mese d’estate a via S. Antonio 2 dai Pontecorvo. Ne parleremo in seguito.

Aveva, a Napoli (via Pergolesi) un gran bell’appartamento che dava sul mare vicino a quello che (prima della guerra) era stato il Grand’Hotel; dopo la guerra il Consolato Americano. Ho passato ore a guardare il mare e le navi in movimento o in rada, dal balcone della camera che mi ospitava.

Lo stesso mare che poi ho guardato dal balcone di Corso Garibaldi 111 a Portici,, dove, in pensione dalla signora Petrini, ho passato i miei tre anni di frequentazione Universitaria napoletana per fare “Agraria”. Anche di questo ne parleremo in seguito.

Per tornare all’appartamento all’ultimo piano di Via Michele Mercati ( abitato da Cristoforo “Pepito” Osti  con la moglie Orsola, nata Sedati che proprio in questi giorni – siamo nel 2009 e questa é la prima stesura di queste note – ha “lasciato” casa e marito) allora era collegato col piano di sotto da una scaletta interna. L’unico che ne facesse un certo uso, di questa parte della casa, (dopo la guerra e dopo quindi l’occupazione dell’appartamento da parte della signora Guadagnini) ero io, visto che studiavo in una delle stanze originalmente intese ad ospitare uno di noi figli. Anzi, dopo il ritorno della Signora Guadagnini a Napoli, usavo tutto l’appartamento per i miei giochi. Credo che esistano pochi ragazzi che abbiano goduto di tanto spazio per se stessi ed i loro giochi, anche se, certo, la casa di via Michele Mercati  (anche con la soprelevazione fatta da mio padre) non poteva chiamarsi un “palazzo”.

Ma, per un bambino, l’attrazione principale di via Michele Mercati 17/17A era (ed è) il giardino. Allora tutte le “palazzine” della Cooperativa Ammiraglio del Bono avevano un giardino tanto che, subito dopo la guerra, molte delle palazzine furono vendute dai proprietari e ricostruite più grandi e più alte sfruttando una buona parte del giardino.  Oggi, siamo alla fine del 2018, si parla di una possibile futura vendita di tutta la proprietà per spuntare un prezzo certamente più attraente dovuto alla superficie del giardino tuttora nelle sue dimensioni originali – a parte il garage costruito dagli zii Lupi – che, almeno in parte, potrebbe essere usata per aumentare la superficie costruita.

Una delle poche che restò “uguale” (però era stata sopraelevata, come ho detto, da mio padre) fu, appunto la nostra. In ogni caso il giardino restò identico come dimensioni. Così la grande Washingtonia (ora defunta – nel 2012 – come molte delle Washingtonie in Europa “mangiate” da un piccolo coleottero che ne attacca l’apice) dell’ingresso è “originale” cioè fu piantata alla fine degli anni ’20 dal nonno Ammiraglio del Bono, come anche la “Cycas revoluta” adiacente al cancello del 17A.

Il nonno del Bono, nel 1930 quando la villa fu costruita, aveva piantato anche alberi da frutto : aranci (ne resta qualcuno) e limoni, mandarini, meli, peri, un nespolo, un albicocco, un mandorlo , un ciliegio, un cachi etc. C’era anche uva… Insomma era un bellissimo giardino e restò un bel giardino, relativamente grande anche se in un angolo lo zio Ernesto ci costruì un garage (con tanto di cameretta e bagno per l’autista) che è là tuttora ed è diventato, con l’appartamento, proprietà dei Culasso.

Arrigo Osti, mio padre, non è mai stato proprietario di una macchina a via Michele Mercati o altrove. Dopo la guerra ebbe sempre una macchina (con autista) a disposizione, quindi non ne sentì mai il bisogno, ma aveva la patente. Fortunatamente non l’ha mai usata; uomo distratto come pochi sarebbe stato una minaccia alla salute sua, della sua famiglia e dell’umanità.

Lo zio Ernesto Lupi, invece, aveva, nel suo garage, già prima del 1940, una “Balilla”, una macchina FIAT che fu particolarmente popolare, in Italia, negli anni 30. Allora non si poteva usare il clacson in città ed era impensabile sentire il “cananaio” ora normale a Roma (anche se il “divieto” sussiste…). Mia zia Graziella, quindi, aveva, pendenti sul cruscotto a lato del passeggero, un mazzo di fischi e fischietti legati da nastri multicolori. Ne afferrava uno con un cipiglio molto aggressivo e fischiava con tutto il fiato che aveva in corpo per “svegliare” chi si soffermava troppo a lungo nell’attraversare la strada, davanti alla sua Balilla. Lei fischiava e lo zio Ernesto guidava. Scene che non dimenticherò mai.

Allora quasi tutti i cani, in campagna, vedendo una macchina, la “attaccavano” abbaiando. Ora succede, ma di rado. Forse tutti quelli che avevano velleità aggressive nei confronti dei veicoli incontrati sono stati eliminati e quindi il “gene” non esiste più…una selezione quasi naturale.

Ma il giardino, per il bambino che ero allora, rappresenta, ancora, un ricordo delizioso. A parte la frutta che si poteva mangiare (talvolta non completamente matura con conseguenze intestinali) c’era la possibilità di scavare canali da riempire con l’acqua che era disponibile in tutto il giardino dalla rete d’irrigazione, con tanto di rubinetti.

Il mio amico d’infanzia Franco de Courten (figlio dell’Amm. De Courten che fu Ministro della Marina col Governo Badoglio dal Luglio 1943) diplomatico,ora ottimo pittore, era bravissimo in questa materia. Purtroppo Franco é morto, oramai, qualche anno fa (siamo nel 2018). Peccato …ci avrei passato assieme volentieri qualcuna di queste serate della nostra vecchiaia, era davvero un uomo interessante ed integerrimo, poco propenso ai compromessi.

Mia zia Graziella era meno che contenta di queste nostre prodezze “ingegneristiche” che dal suo punto di vista (e credo avesse ragione…) rovinavano il giardino. Quando ci coglieva sul fatto, dalle finestre del suo appartamento, ci ingiungeva, a gran voce, di riparare tutto, e così facevamo. Il giorno dopo ricominciavamo daccapo…

 

 

L’arredamento di via Michele Mercati e le mie “collezioni”

 

 

Poche sono le cose che sparse in casa, qui a Castagnola, trovano le loro origini in via Michele Mercati. E ancora meno sono quelle che entrarono a via Michele Mercati e cioè nella casa dei tuoi bisnonni (Arrigo e Mercedes) perché provenienti da generazioni precedenti. Tra le poche : il mobile scrivania “Giuseppe Maggiolini” (che Maggiolini non è) che è la sola vera traccia del “benessere” esistente in casa Osti prima che il nonno (mio) Annibale “facesse fuori” le sue “sostanze” (e quelle della moglie, come ho già raccontato) in speculazioni sbagliate o “avventure” femminili. Ci sono poi i ritratti a pastello di Aldo Carpi del nonno (mio) Alberto del Bono e di sua figlia (Mercedes, mia madre, ne ho già parlato). Aldo Carpi era un pittore che poi acquisì una certa fama, e divenne anche Direttore, o qualcosa del genere, all’Accademia di Brera a Milano. I del Bono (e cioè la famiglia di mia madre) lo ospitarono a lungo a Venezia prima della prima Guerra Mondiale (prima del 1911) quando Alberto del Bono, mio nonno, comandava l’Ammiragliato. Era stato per la famiglia, un particolarmente bel periodo, prima della morte di Lupo (del Bono) il maggiore dei figli maschi di Alberto. Mia madre Mercedes lo ricordava con piacere. D’altra parte era certamente un bel vivere (da Ammiraglio a Venezia). In una bellissima casa, servito benone (l’Ammiraglio aveva anche una propria gondola) in una città che resta, anche oggi, (se non “la”) tra le più belle del mondo.

Ci sono, invece, in casa, dei mobili Richard o meglio Bamberger, cioè la famiglia – di origini alsaziane, rifugiata a Versailles da Strasburgo nel 1870 quando la Francia di Napoleone III sconfitta dalla Germania cedette l’Alsazia Lorena all’Impero del Kaiser, vincitore.  Appartenevano a tua bisnonna Geneviéve  nata, appunto Bamberger. Il comò che è nella nostra camera da letto fu ereditato, appunto, da tua madre con la morte di Genévieve. Raymond, tuo bisnonno materno, continuò a vivere ma, con la morte della moglie, divenne …… molto, molto vecchio… aveva vent’anni più di Geneviéve. Forse Ahlzeimer. Finì i suoi giorni tristemente, in una casa di riposo non tanto lontana dalla Avenue Kleber dove, al n° 68, aveva “cresciuto”- con Genévieve – i suoi quattro figli e da dove appunto vengono questi mobili.

Anche le poltrone, in camera da letto, sono “Richard” ed anche le lampade sul comodino. Erano sui comodini in camera da letto di Raymond e Genévieve.

Per il resto – a parte qualche oggetto particolare come il megafono in ottone che era dell’Amm. Del Bono, che è già da tempo in casa tua a Parigi (ora,2019, Milano) , o la scrivania/trumeau (che ha tua zia Mercedes) che era di tua nonna Christine (ci faceva sopra i “compiti” al liceo) – la maggior parte della mobilia di casa fu acquistata  da tua nonna Christine, appunto, con me, a cominciare dai tempi della nostra residenza a Sansepolcro (sopratutto nella vicina Anghiari dove c’erano – e ci sono tuttora – diversi antiquarii), all’inizio  del nostro matrimonio, nella prima metà degli anni 60. Non mancano esempi più recenti, a – parliamo di anni recenti, quando , sposato con Penny vivevo già da anni a Castagnola , ad esempio il “cassettone” barocco lombardo nel pianerottolo all’entrata della piscina in Via Tamporiva che ereditato da Giovanna Suber fu da me acquistato quando Giovanna , appunto, voleva disfarsene. Prima di  quello avevo già acquistato, dalla sorella di Giovanna, Adelina, questa volta,  il “compagno” che è a casa di tua zia Mercedes a lei  ceduto (gratuitamente) dal sottoscritto  e con molto piacere…. La coppia era stata ereditata da mia sorella Ninni (madre di Giovanna e Adelina) alla morte della sua “madrina” Bona Gigliucci sposata con il Generale Medici di Marignano. Bona era stata crocerossina con tua bisnonna Mercedes durante la prima Guerra Mondiale.

A Touques, nella tua casa dei “Vergers des Valbelles” c’è un trumeau/scrivania con sopra intarsiate (piuttosto grossolanamente) delle “pagine di musica”come “illustrazione”. È stato acquistato da me e tua nonna ad Anghiari, appunto, a due passi da Sansepolcro. Nella pagina di musica sulla ribaltina c’erano intarsiate, con le note musicali, dei versi :”….non più peccati, peccati mai più”….chissà forse veniva da un convento di clausura….

In quegli anni della mia residenza a Sansepolcro, con l’inizio del periodo della diminuzione delle vocazioni religiose, conventi e chiese vendevano tutto. Anche il mobile dove oggi, qui a Castagnola, conserviamo le posate, tovaglie, tovaglioli etc., in camera da pranzo,  viene da quel periodo (attorno al 1964) ed infatti si può ben notare che serviva a custodire i paramenti sacri in una chiesa. Lo pagai 50.000 lire cioè – se tradotto in euro al cambio dell’anno 2000 – 25 euro. Ovviamente un cambio che ha vuol dir poco, oggi, comunque, per me, evidentemente, un buon affare. Anche la madia che é ora in cucina a Castagnola fu acquistata a Sansepolcro o nei pressi…

L’argenteria non è “eredità di casa” e non perchè non ce ne fosse. Io infatti ebbi, come regalo di nozze da mio padre, il servizio in argento di casa Osti, punzonato con le chiavi e la corona papale (Bologna terra originaria – per quel che ne so io, come ho già raccontato – degli Osti, faceva parte degli Stati della Chiesa ). Veramente molto bella, degna di un museo. Moderni invece erano i diversi vassoi da portata (tutti in argento “italiano”, cioè “800”) che mi furono regalati da altri membri della famiglia (per esempio dal mio “padrino” di Cresima Charles Meëuss, con sua moglie Luisa Trionfi Honorati) per il mio matrimonio.

Tutto, tutta l’argenteria intendo (a parte pochi pezzi tra i quali il grande contenitore che ora abbiamo riempito con la “frutta” di vetro di Murano), fu rubata, a Genova, dai ladri penetrati nel nostro appartamento (in affitto) di viale Nazario Sauro 5 – dietro Villa Gaslini su corso Italia – mentre Christine, tua nonna, era in montagna coi bambini cioè tuo padre e tua zia Mercedes) ed  io non ero a Genova) nella prima metà degli anni 80, direi nel 1982. L’argenteria attuale (moderna) fu acquistata, a Genova, con i soldi che la Società d’Assicurazione ci diede per risarcirci – molto incompletamente – del danno subito.

Ma non sono ancora arrivato a spiegarti le ragioni, e le origini, del mio “collezionare”…un po’ nevrotico, forse…

Da ragazzo collezionavo francobolli e non so proprio dove la mia “collezione” sia andata a finire, francamente non me ne preoccupo tanto, anche se, credo, c’erano dei francobolli “preziosi”. Mio nonno del Bono infatti aveva raccolto una collezione (non completa, ma comunque non indifferente) di francobolli del Gran Ducato di Parma da dove, come ho raccontato già, originava la famiglia del Bono, cioè la famiglia di tua bisnonna .

Poi da giovincello mi dedicai alle pipe (e bocchini) di “schiuma” e infatti in casa c’è un tavolo-vetrina basso dove tali pipe sono disposte, un po’ alla rinfusa. Niente di eccezionale ma qualcuna ha un certo pregio estetico. Ne ho una anche “erotica”, un bocchino, in piccola parte in argento, acquistato da Christie’s nel 2011….

Il via al mio collezionismo mi fu dato da tua nonna Christine che mi regalò una gouache “naive” con un bastimento (l’”Amsterdam”) nel Golfo di Napoli, con tanto di Vesuvio fumante sullo sfondo. Chissà, quando tu leggerai queste righe, il Vesuvio si sarà rimesso a fumare…speriamo senza altre conseguenze perché temo che, se una eruzione dovesse esserci, sarebbe una carneficina più grave, molto più grave, di quella di Pompei nel 72 d. C.. Tante sono infatti le case irresponsabilmente costruite sulle pendici del vulcano dal 1944 (data della ultima eruzione, se ricordo bene) ad oggi. Le tante gouaches collezionate fino ad oggi, fino ai “pezzi forti”” (l’”Eruzione del Vesuvio a Torre del Greco” di J. Wright of Derby e il panorama di Napoli di Pietro Fabris, due olii), certamente dimostrano una passione per il “Vesuvio” e la vulcanologia in particolare.

Questa “passione” mi fu ispirata dal mio professore di “Mineralogia” (Prof. Parascandola) alla Facoltà di Agraria dell’Università di Napoli-Portici che io, come vedremo, ho frequentato per tre anni : dall’anno accademico 1951-52 fino a quello 1953-54 (mi sono laureato nel Novembre del 1954).

Si chiamava, come ho appena scritto, Parascandola, nome napoletanissimo, ed era entusiasta del suo mestiere tanto che ci portava sul Vesuvio per passeggiate che avevano come scopo quello di farci toccare con mano i resti delle manifestazioni eruttive del passato (nonché “fumarole” etc). Era davvero bravissimo… quando parlava si sentiva la terra quasi tremare sotto i nostri piedi, tale era la suggestione che sapeva suscitare nell’ uditorio: nel caso di molti dei miei colleghi alquanto distratti, ma, nel mio caso, attentissimo.

A parte il dipinto di Wright of Derby e quello attribuito a P.Fabris, un altro “pezzo” notevole è “I Campi Phlaegraeii” un grosso “tomo” di Lord Hamilton, da me acquistato, una prima volta, da Sotheby nel 2007 e poi riacquistato in Svizzera qualche anno dopo.  Riposa sul  leggio nel mio studio. Ho appena detto che quello in casa é il secondo esemplare della stessa opera di Lord Hamilton. Feci l’errore, infatti, di fare rilegare modernamente i  vari volumi del mio primo esemplare da un rilegatore di gran classe (Mr Ian Barnes) che smontò l’esterno originale (la rilegatura non era originale ma era, comunque “antica, diciamo del 19° secolo) ,  e me lo riconfezionò in una bella pelle rossa, col nome dell’opera, e dell’autore, impresso in oro zecchino. Errore da principiante….mai cambiare la veste originale di qualcosa d’antico….È un crimine ridipingere un mobile con colori diversi dall’originale. Il restauro di qualcosa d’antico ha come principale obiettivo quello di assicurarne la conservazione. Ogni modifica di quello che verosimilmente era l’aspetto originale é un errore che, sul mercato antiquario, diminuisce il valore del bene, non l’aumenta!

Morale: ho venduto il mio primo acquisto e ne ho preso un altro esemplare nella rilegatura (in pergamena) originale, molto bello.

Vedrai anche molte statuette “Staffordshire” di Garibaldi ed altri cimeli garibaldini…

Giuseppe Garibaldi (nato a Nizza, allora parte del Regno di Sardegna e non francese come è dal 1866) mi ha sempre affascinato come, d’altronde, affascinò le giovani generazioni di allora e non solo italiane. Uno dei personaggi ritratti dai ceramisti Staffordshire era il colonnello Pearce, “il Garibaldi inglese”, un cittadino britannico, appunto, che partecipò alla spedizione dei Mille e che era anche chiamato il “sosia” inglese del Generale Garibaldi.

Vedrai molte conchiglie (la maggior parte sono : “cowries”), ma anche gusci di tartarughine, trasformate in “tobacco (snuff) boxes” montate cioé (in argento ma c’é una lumaca montata in oro) come scatoline porta tabacco-da-naso, un tabacco tritato finissimo . Allora non solo si fumava (come oggi) ma si “sniffava” bellamente tabacco con, come unica conseguenza, quella di sonorosissimi starnuti e soffiate di naso, ben meno gravi di altri “sniffamenti”, ora di moda. Fino ad oggi io non ho mai provato a sniffare (né tabacco – che ho fumato , ma solo per pochissimi anni – né altro) e , spero, tu stesso mai proverai. Se ti dovesse piacere, infatti, diventa difficile poi fermarsi ammesso – e non concesso – che sia così piacevole. Meglio fermarsi prima.

E poi, e poi….le biscottiere…una collezione “enciclopedica” che comprende anche qualche “tea caddy”, qualche contenitore per il tabacco, qualche piccola bomboniera (a forma di “biscuit barrel”), qualche contenitore per “preserves” etc.…Non credo che riuscirò mai a fotografarle tutte e commentarle…Ce ne sono non solo a Castagnola (quattrocento e più) ma anche a Parigi (una cinquantina e più), a Touques e a Verbier…..

In questo specifico caso (biscottiere e similari) è facile determinare l’origine di questo ”interesse”, forse, dovrei dire,  una vera e propria mia “mania”. Basta conoscere il mio “excursus” professionale come manager.

Ho finito (bene) la mia carriera con quella che una volta (prima di me…) si chiamava “National Biscuit Company” e poi Nabisco (ora parte integrante, ed integrata, di Kraft Foods e ancora più recentemente entrata a far parte del gruppo “Mendelez”, quotata a Wall Street). Quindi ero diventato “biscottaio” (biscottiere ? biscottiero?) …ero ed, emotivamente, resto.

Avevo cominciato col collezionare scatole di latta (litografate o meno) per biscotti, acquistandole presso tutti i robivecchi che trovavo.  Una volta, ogni anno, attorno a Natale, molte delle società produttrici ne mettevano, ogni anno,  di nuove sul mercato. In Inghilterra poi tutte le società più importanti (ma, sopratutte, la più “vecchia” : Huntley & Palmers) ne lanciavano sul mercato una serie molto elaborata nelle forme e nell’illustrazione per coprire il mercato delle strenne natalizie. Spesso le scatole non erano semplicemente rettangolari ma assumevano la funzione di  giocattoli visto che la “scatola” aveva la forma di un tram, di una locomotiva, di un transatlantico, di una autovettura, di un autobus etc. Spesso copiavano la forma di oggetti preziosi ed esotici…erano …”shaped”.

Inizialmente, quelle che acquistavo – a mie spese –  avevano la funzione principale di decorare il mio ufficio a Parigi, prima a Place de la Concorde e poi a Place Vendôme quando ero Presidente Europeo della Nabisco. La prima “latta” (della “Huntley & Palmers” inglese che, alla fine, diventò anch’essa parte della Nabisco , aveva la forma di un cestino pieno di mughetti…) me l’aveva regalata tua nonna Christine… Io, negli anni, ne aggiunsi diverse centinaia. Quando morì Christine non potevano non ricordarmela e le vendetti tutte, compreso il “cestino di mughetti”, all’Hotel Drouot a Parigi, ….ne restano pochissime che sono qui a Castagnola, alcune (della “LU”- Lefévre-Utile) decorate da Moucha.Ne ha una anche tuo padre, una specie di roulette con cavalli al galoppo come decorazione, di una casa biscottiera francese la “Olibet”, se ricordo bene.

Forse si tratta del miglior investimento, questo delle biscottiere di latta, che abbia mai fatto in quanto, nel frattempo, collezionare scatole di latta litografate era diventato molto più comune e quindi quello che, spesso, avevo comperato come “brocante” di bassa categoria era diventato (quasi) “antichità”… Alcune le ho, addirittura ricomprate: quelle a forma di “pacco di libri” che sono sistemate, tra i libri veri, nella biblioteca/porta che è nell’ingresso dabbasso a Castagnola.

Comunque, in sintesi, la collezione enciclopedica di Biscuits “Barrels”, Boxes and Jars dimostra il mio attaccamento sentimentale all’Industria Biscottiera, visto che é un ripiego per continuare a collezionare cimeli di una attività nelle quale avevo operato con un certo successo.

“Last but not least” ci sono i “trompe l’oeil”… È a Genova che ho acquistato il primo. A Genova infatti esisteva nel 18° secolo una scuola di disegno “trompe l’oeil”. Se tu controllerai da vicino il più grande di tutti (firmato “Queirolo”, nome molto genovese) vedrai che riproduce, tra i tanti, documenti genovesi (in francese perché allora chi comandava in Italia era Napoleone, imperatore dei francesi ma, anche, re d’Italia). Anche quello ad olio su fondo scuro, acquistato da Christie’s, è genovese.

Ti ho già detto che la posateria da tavola (che sostituisce quella ben più bella “di casa Osti” , rubata a Genova, che era marcata con le chiavi incrociate e mitria papale degli Stati della Chiesa) è “moderna”. Però ci sono altri pezzi, da me acquistati nel corso degli anni che sono di un certo pregio. L’argenteria, soprattutto se relativamente “pesante” mi da un senso di tranquillo benessere fisico, benefico alla …digestione, al sonno, e al morale.

Piero della Francesca e Balthus ( scrivo nel 2018)

Nel 2015 , o forse addirittura prima, chiacchierando al telefono con un vecchio collega della Buitoni, Franco (Gianfranco) Fain di Perugiaa  venni a sapere che La Resurrezione di Piero della Francesca al Museo Civico di Sansepolcro e quindi proprietà del Comune, aveva bisogno urgente di essere restaurata. La cosa veniva rimandata di anno in anno per mancanza di fondi e lo stato dell’affresco/dipinto, ovviamente, non migliorava. Chiesi il costo prevedibile per questo intervento: 200.000 Euro. D’impulso dichiarai di essere disposto a contribuire per il 50% e dopo gli inevitabili scambi di informazione etc. così andò a finire. La Sindaca di Sansepolcro di allora (Prof.ssa Frullani del PD) riuscì a racimolare il resto necessario (meno degli originali 100.000 che con la prima stima apparivano necessari) ed il restauro oggi é completato, inaugurato ed apprezzato dagli intenditori e da me che ho , nei confronti del “Dipinto più bello del Mondo” (Aldous Huxley)  un rapporto nostalgico-affettivo dovuto alle frequenti visite al Museo  con tua nonna Christine quando, vivendo a Sansepolcro, poco d’altro restava da fare se non seguire le orme di Piero nel Borgo, appunto, o a Monterchi per vedere la “Madonna del Parto o ad Arezzo per vedere “La leggenda della vera Croce a San Francesco. A Monterchi, allora, la Madonna del Parto decorava la Cappelletta del locale cimitero. Si parcheggiava la macchina nell’aia di un podere e si chiamava a gran voce la “Signora” che, quasi senza nemmeno affacciarsi alla finestra, ti lanciava la chiave che apriva la porta della Cappelletta. Finita la visita si chiamava ancora la Signora che stavolta si presentava alla porta del podere per riscuotere la chiave…e la mancia. Anche la Leggenda della vera Croce ad Arezzo era liberamente visibile (oggi si paga il biglietto) nella chiesa di San Francesco anche se la scarsa illuminazione, la polvere, il fumo grasso dei milioni di candele accese nei secoli per devozione (e illuminazione) rendevano l’affresco scarsamente visibile se non in una bella giornata di sole, e neanche tanto. Tua nonna Christine ed io  portavamo con noi una potente torcia a pile che ci permetteva di ammirare meglio quest’opera che a mio avviso é tra le cose più notevoli dell’Arte Rinascimentale Italiana:

É per questo che quando una signora che era l’intermediaria incaricata dai Lions Club di Lugano di vendere la copia della visita della Regina di Saba a Re Salomone fatta da Balthus nel 1928 (con altre due copie ispirate dalla Leggenda della vera Croce e con un’altra, solamente abbozzata, de La Resurrezione fatta visitando  il Borgo) io mi dichiarai subito interessato ad acquistarla per me e così feci.

In verità il mio disegno originale era quello di offrire in cambio la mia Processione al collezionista napoletano che aveva acquistato poco tempo prima da Christie’s a Londra la copia de La Resurrezione fatta da  Balthus nella sua visita al Borgo  durante il suo “apprendistato giovanile” e poi, avendola ottenuta, offrirla in dono al Museo Civico di Sansepolcro da esporre accanto all’originale. Ne parlai con una rappresentante (italiana) di Christie’s a Londra  che, senza tradire il nome del collezionista napoletano mi dichiarò la sua (del collezionista) totale indisponibilità a privarsi della sua copia….a qualsiasi prezzo.

Ne sono contento perché la “mia ” copia della Processione é molto più grande e “finita” della sua della Resurrezione ed é, di per se, proprio bella. La ho già prestata al Musée d’Art Moderne di Parigi (ho il catalogo) per una Mostra di Balthus. La stessa Mostra é poi andata a Madrid; anche qui ho il catalogo. Solo per questo fatto il valore dell’opera é , almeno, duplicato Questo é, dunque, il mio  “pezzo” più prezioso.

 

 

 

 

 

-Le vacanze

 

Mareson  è stato il primo luogo di vacanze per me a meno di un mese dalla mia nascita. Là già soggiornavano, infatti, nell’estate del 1931 (io sono nato il 10 luglio), mio fratello e le mie sorelle tutti ospiti dei nonni del Bono che …pagavano il conto.  L’affitto di una bel chalet di vacanza per ospitare cinque figli, più i genitori, più i nonni, più il personale doveva essere ragguardevole e non certo alla portata dei miei.  Mio padre era agli inizi della sua carriera all’Italcable.  che aveva i suoi uffici, allora, a Milano. Non ricordo ovviamente, assolutamente nulla di Mareson anche perché, credo, quella lì del 1931, sia stata l’ultima estate   in montagna e l’unica quindi in quella località di montagna nel Trentino trascorsa dalla mia famiglia. Poi, credo, andammo e continuammo ad andare per diversi anni, a Castiglioncello (in provincia di Livorno) per l’estate, prima ospiti della zia Anna, moglie dello zio Vittorio Moroni, alla “Moroncella” . I miei genitori (tuoi bisnonni) avevano preso in affitto  una casa, dove soggiornammo per qualche estate ( e solo d’estate) di seguito fino, credo, all’inizio della seconda guerra mondiale, o forse poco prima. Nel 1939 infatti iniziammo a frequentare, d’estate, Meta di Sorrento (sempre in affitto) prima in una casa di Alimuri e poi a villa Cosenza, sempre a Meta. Ma ne riparleremo in seguito.

Ho già accennato agli Altipiani di Arcinazzo ,ai confini della provincia di Roma con quella di Frosinone,nel Lazio. Ero lî dai miei zii Lupi, l’8 Settembre 1943 quando l’Italia firmò l’armistizio , dopo che gli alleati erano sbarcati prima in Sicilia (il giorno del mio 12° compleanno: il 10 luglio 1943) e poi a Salerno (a Settembre). Quel pomeriggio ero, come ogni giorno, a villa Parodi Delfino (i Parodi avevano una fabbrica, di munizioni, a Segni), una bella villa con un meraviglioso giardino ed una ancora più bella piscina, lunga 50 metri e larga 20 almeno, alimentata da una sorgente d’acqua purissima che quindi permetteva di non usare mai né antialghe né altri prodotti chimici per garantirne la chiarezza.

Ricordo, quel giorno, le telefonate frenetiche che si incrociavano tra gli ospiti della villa e i loro famigliari od amici rimasti in città per avvertire chi era rimasto a Roma e non sapeva (la notizia ufficiale fu trasmessa alla radio italiana soltanto la sera) di quanto era avvenuto. Tutti già allora ascoltavano Radio Londra (che trasmetteva anche in italiano) ; noi si era ancora in guerra quindi l’ascolto era proibito, ma con l’occupazione tedesca che seguì, Radio Londra, caratterizzata da un segnale di “intervallo” ritmato come un segnale Morse (tre brevi e una lunga) della lettera V per “Victory”, divenne la sola radio di cui ci si potesse fidare per ricevere vere notizie. E a Villa Parodi Delfino ad Arcinazzo, l’8 Settembre 1943, ascoltando Radio Londra e Radio Algeri (in francese), si era quindi arrivati a sapere dell’armistizio, prima di sentirselo dire dalla Radio Italiana che lo annunciò, come ho accennato, soltanto in serata.

I miei zii Lupi avevano, ad Arcinazzo, una bella casa circondata da abeti piantati da loro stessi che ora sono diventati enormi e che nascondono, mi si dice, completamente la “vecchia” casa.

Vicino alla casa dei miei zii era la grande casa dove abitava il generale Graziani, che poi diventò il comandante dell’esercito della cosiddetta Repubblica di Salò, presieduta da Benito Mussolini, che governava la parte “fascista” dell’Italia occupata dai tedeschi. Alla caduta del governo Mussolini avvenuta il 25 Luglio 1943 Mussolini fu” internato” prima in una piccola isola del Tirreno e poi sul Gran Sasso negli Abruzzi e da lì, pochi giorni dopo l’Armistizio italiano dell’8 Settembre, i tedeschi lo “ liberarono” e gli assegnarono la responsabilità – sotto la loro “protezione” – della parte d’Italia non ancora occupata dagli Alleati. Mussolini fondò quindi la “Repubblica Sociale Italiana” (detta anche Repubblica di Salò, un paesotto in provincia di Como dove il nuovo Governo Mussolini, con Graziani Ministro della Guerra aveva la sua Sede).

Il re, con Badoglio Primo Ministro, il resto del Governo etc “regnava” sulla parte d’Italia meridionale occupata dagli alleati che sbarcati, come ho detto, prima in Sicilia e poi a Salerno risalivano lentamente la penisola trovando una forte resistenza delle truppe tedesche, prima a Cassino e poi sulla cosiddetta “Linea Gotica” sull’Appennino Tosco-Emiliano.

Fu proprio il generale Graziani, vicino di casa, a ricondurmi a casa a Roma, a via Michele Mercati, da Altipiani di Arcinazzo alla fine di Settembre del 1943. Tornato a casa mia madre e le mie sorelle mi chiesero cosa stesse “combinando” il generale Graziani (viaggiava a bordo di un gran macchinone guidato da uno dei suoi attendenti e accompagnato dal suo aiutante di campo) e mi si dice che io molto argutamente commentai : “Sta organizzando qualcosa…” In effetti dovevo capire e ricordare ben poco vista la mia tenera età (avevo poco più di 12 anni) e, soprattutto, tenuto conto del vino che avevo bevuto e che l’aiutante di campo mi faceva bere di continuo – ad arte – tanto che credo di aver dormito la più gran parte del viaggio. Peraltro la macchina nel corso del lungo tragitto tra Altipiani di Arcinazzo e Roma si fermò più volte e sempre per permettere al generale Graziani di confabulare con altri personaggi…ma davvero non riconobbi nessuno e, oggi, ricordo solo il gran bere, il sonno e le frequenti fermate…Non ebbi problemi con la pipì, ad ogni fermata mi nascondevo dietro un albero per eliminare il gran vino bevuto.

Di Castiglioncello, in provincia di Livorno, ospiti, all’inizio, degli zii Moroni ricordo poco. Però ricordo la gran paura subita a causa di uno “scherzo” di mio fratello Lupo fatto a mie spese mentre mangiavo – prima del resto della famiglia in modo da essere a letto alle 8.30 al più tardi – la mia minestrina a un tavolo che dava direttamente su una terrazza che circondava tutto il piano da noi occupato alla Moroncella (ne riparlerò di questo terrazzo….).

Quanto racconterò ora è avvenuto ben prima della seconda guerra mondiale e visto che è collegato alla “Moroncella”, la villa dei miei zii Moroni; deve trattarsi addirittura del 1936. Incredibile constatare quanto mi abbia colpito, tanto da ricordarmene a tanti anni di distanza!!!

Lupo, mio fratello, svuotò una anguria praticando due fori per gli occhi, un gran buco (tagliato a profilo di sega) per sembrare una bocca digrignante, e ci mise dentro una candela, posando il tutto sul davanzale della finestra…Presi una tale paura vedendola, ripeto, che ancora me lo ricordo.

Continuammo a frequentare Castiglioncello ma, come ho già accennato, passammo ad una casa affittata per tutto l’anno, non lontana da quella degli zii, che occupavamo sopratutto d’estate.

Di questa casa ricordo i canti serali delle mie sorelle e di mio fratello che io richiedevo da loro prima di coricarmi (allora non c’era la televisione!). Tra i canti una “canzone” emiliana, credo : “La Sora Pimpinoria g’aveva du’ gatin, e ne ciamava uno  bisen, bisen biselo vuoi tu venir con me?” e continuava a lungo…ovviamente la mia “trascrizione” deve essere meno che precisa anche da un punto di vista ortografico. Non conosco nulla del dialetto emiliano che, peraltro, neanche i miei fratelli parlavano correntemente, solo per averlo sentito da nostra madre, nata a parma. Poco prima di morire mia sorella Ornella registrò questa canzone, con altre e il tutto fu riportato su un dischetto. È stato, tutto trascritto e da me  in un linguaggio più chiaro ma sempre conviviale, e avrebbe dovuto far parte di un “ricordo” dedicato a mia sorella Ornella…non so se o quando verrà mai “pubblicato” ad uso familiare….( è stato pubblicato da Silvia Culasso all’inizio del 2012).

Tua bisnonna Mercedes nata del Bono, a Parma (quindi emiliana), aveva conservato molti ricordi nostalgici della sua giovinezza tra le quali questa canzonetta in dialetto emiliano e diverse espressioni dialettali. Un frutto malmaturo, ad esempio, che in italiano si definisce “acido” di sapore, a casa Osti si diceva “brusco” dal termine dialettale parmense : “ L’è sbruso”…..

A Castiglioncello avevo un amico, il primo vero amico della mia vita : Carlo (detto Carlino) Salghetti Drioli. ‘E già “partito” e da tempo. Lo vedevo, allora, nelle mie estati a Castiglioncello, tutti i giorni, prima sulla spiaggia e poi nel grande e bel giardino di villa Salghetti Drioli.

Ora, a Castiglioncello, tu hai ancora parenti…non gli eredi degli zii (miei) Moroni con i quali né io né alcun’altro della mia generazione abbiamo mai avuto “rapporti”, ma i figli, e nipoti, di mio cugino Aldo Osti Guerrazzi (di cui ho già parlato): Alberto (e fratello Amedeo e sorella Alessandra) Osti Guerrazzi Samuelli. Loro madre era una Samuelli ed ora loro occupano quella che era la casa al mare, appunto, dei Samuelli.

Dopo il periodo di Castiglioncello l’estate 1939 (o forse 1940?)  le estati si passavano a Meta di Sorrento, Prima in un appartamento preso in affitto all’ultimo piano dell’edificio che allora dominava la spiaggia di Alimuri. Avevamo anche un giardino con alberi di fichi che davano frutti deliziosi. Non so se erano i fichi o l’acqua che veniva dal pozzo che raccoglieva l’acqua piovana (non c’era sorgente né, acquedotto, né tantomeno fognatura), ma ad ogni inizio d’estate la mia dieta prevedeva esclusivamente riso bollito all’olio d’oliva per cercare di contrastare la “scorribandola” (diarrea) intestinale (così la chiamava tua bisnonna, altro termine dialettale emiliano, credo, comunque “onomatopeico”) che – regolarmente – mi affliggeva ad ogni inizio di vacanze a Meta di Sorrento… La casa aveva anche una bella, grande, terrazza-tetto con una splendida vista . a destra verso la ripida costa che chiude la baia di Sorrento a nord, con – in alto – il paese di Sejano e più in là Vico Equense), giù verso il Monte Faito fino al Vesuvio e oltre. A sinistra, verso Piano di Sorrento, S. Aniello, Sorrento e poi la penisola sorrentina (Punta Campanella) a sud-ovest. Nelle calde sere d’estate le mie sorelle invitavano i loro amici a ballare ed io …giravo la manovella che “caricava” la molla del grammofono portatile e cambiavo i dischi. Allora i dischi non erano certo “CD” e la “puntina” del “pick-up” doveva essere cambiata dopo ogni canzone se non si volevano rovinare i dischi di vinile . I dischi giravano a 78 giri, solo dopo la guerra arrivarono i dischi a 45 e poi a 33 giri al minuto che ora sono scomparsi anche loro, sostituiti dai CD.

Molte le canzoni francesi (“Boum!”) ma anche italiane (Il Trio Lescano cantava : “Hawaii tutto d’argento è il mare ed ogni bocca un fiore che tu potrai baciare …”).Già allora trovavo i…. fiori molto interessanti….

Nel 1939 l’Italia non era ancora in guerra. C’entrò nel 1940 e noi continuammo ad andare a Meta, cambiando casa però perché cominciammo ad affittare, dal 1941, un appartamento a Villa Cosenza che era un antico casino di caccia dei Borboni in mezzo a lussureggianti aranceti. L’Ing. Cosenza, sindaco/podestà di Meta, aveva sposato una Colosimo, la signora Anna, di ottima famiglia borghese napoletana che – quando l’Amm. del Bono, mio nonno, era a Napoli all’Ammiragliato – aveva incontrato, appunto, la famiglia di mia madre.

Le mie sorelle, sopratutte le due più grandi (Ninni e Tita) erano anche molto amiche di Mario Maresca, figlio unico di un capitano di lungo corso originario di Meta. Ci sono (credo a casa tua visto che erano a Porto Ercole) dei disegni di navi costruite (in legno) nel 20° secolo per la famiglia Maresca che ne era l’”armatrice” e che ci furono regalati, appunto, da Mario. Sulla spiaggia di Alimuri era rimasto l’edificio del cantiere, già chiuso nel 1939.

A Piano di Sorrento c’è un Istituto Nautico che ha dato alle flotte mercantili di tutto il mondo una gran quantità di Capitani e Ufficiali di macchina. E fu attraverso i Maresca che ci venne raccomandato, perché mio zio Amm. Lupi lo prendesse come attendente (coll’intenzione di “passarcelo” visto che loro ne avevano già uno e,non avendo una gran famiglia,…bastava), un giovane sorrentino che doveva iniziare il servizio militare in Marina.

C’era in guerra… e, a partire, si rischiava la pelle…. E fu così che Sabato Pontecorvo e la famiglia Pontecorvo in genere entrarono nella mia vita. Sabato, come attendente di mio zio Lupi ma “distaccato”in casa Osti , in via M.Mercati, restò con noi dal 1942 al 1945 fino, cioè, alla liberazione di Roma da parte degli americani. Fu infatti bloccato in casa nostra dall’armistizio dell’8 Settembre 1943 e non se la sentì di tornare a casa a piedi, come fecero molti ex-soldati italiani che volevano tornare alle loro case e che erano rimasti “bloccati” a Nord, dietro la linea del fronte formatasi con lo sbarco degli alleati a Salerno poco a Sud di Napoli.

Quindi restò con noi uscendo di casa – durante l’occupazione tedesca di Roma – soltanto una volta al mese per tagliarsi i capelli….Ma, della famiglia Pontecorvo ne parlerò più in là.

Peraltro, io, l’8 Settembre non ero, come ho già raccontato a Meta di Sorrento, ma sugli Altipiani di Arcinazzo da mia zia Graziella del Bono in Lupi moglie dell’Ammiraglio, anzi Contrammiraglio, mio zio..

 

-Via Michele Mercati dopo l’8 Settembre

 

Rientrato a Roma da Arcinazzo, trovai la situazione famigliare non delle più brillanti….mio padre era stato “ internato” (come ex-alleati i tedeschi non consideravano i militari italiani come “combattenti” e quindi prigionieri di guerra, ma “internati” il che permetteva loro di trattare gli italiani senza rispettare le convenzioni di Ginevra). Lui era a Patrasso, in Grecia, con l’Amm. Marengo comandante del porto fino, appunto all’8 Settembre. Allora tutte le forze italiane vennero o “internate” o, peggio, fatte vilmente fuori come a Cefalonia dove migliaia di soldati italiani furono trucidati malgrado – solo dopo una ottima resistenza – fosse stata negoziata una resa con la promessa di un rimpatrio, per tutti .

Anche Lupo, mio fratello, era in Grecia, ad Atene, dove era, come ho detto, ufficiale di collegamento italiano in una divisione corazzata tedesca. Il comandante tedesco gli chiese se voleva continuare a combattere , lui rispose che aveva giurato fedeltà al Re (allora l’Italia aveva un Re : Vittorio Emanuele III) e che quindi con l’Armistizio firmato dal Re lui pensava di tornarsene a casa. Il comando della divisione e tutti gli ufficiali lo festeggiarono quindi con una grande festa, brindisi, auguri di buona fortuna etc., Alla conclusione della stessa….le SS erano ad aspettarlo fuori per internarlo , spedendolo per primo – seguirono altri campi sotto la spinta dei Russi che avanzavano dall’Est – in un campo di concentramento in Pomerania (ora è Polonia).

In Germania venne anche internato Alberto Osti, fratello di mio padre e colonnello comandante, in Grecia, del Reggimento di Fanteria Piemonte.

Mio padre tornò, verso la fine del 1944 a casa perché ammalato (arrivò a Via M. Mercati in ambulanza… e fu la sola volta che vidi mio padre baciare appassionatamente mia madre sulla bocca…) ma Lupo tornò solo alla fine del 1945 liberato dai Russi.

Prima ancora del ritorno di mio padre, cioè tra Settembre 1943 e Giugno 1945 (la liberazione di Roma) casa nostra diventò il rifugio di amici e figli d’amici che volevano evitare di continuare la guerra dalla parte dei nazi-fascisti o erano “ricercati” dai tedeschi e fascisti perché “collegati” col Governo Badoglio. Badoglio, capo del Governo che aveva firmato l’armistizio con gli alleati si era rifugiato, come ho già raccontato, col re Vittorio Emanuele III, al Sud occupato dalle forze alleate.

Il 10 luglio 1943 (il giorno del mio 12° compleanno!), come ho già detto, gli alleati erano, infatti, sbarcati in Sicilia iniziando la lenta conquista della penisola. Dopo ulteriori sbarchi a Salerno e a Anzio la liberazione dai nazi-fascisti si concluse soltanto nel 1945 per la fortissima resistenza tedesca prima a Cassino e poi su quella che fu chiamata la “Linea Gotica” attraverso l’Appennino tosco-emiliano.

Giù in casa del Bono da mia nonna Adelina c’era una famiglia amica ebrea (il prof. Almagià) . Da noi, fu brevemente ospitato Sebastiano Sciuti (detto Dodo), poi professore all’Univ. di Roma che finalmente riuscì a raggiungere la sua famiglia a Napoli attraversando, a piedi, le linee di combattimento. Per un po’ di tempo era nascosto a casa Osti anche Eugenio de Courten figlio dell’Amm. che era Ministro della Marina con Badoglio e fratello del mio carissimo amico Franco, e infine i due fratelli Panetta, uno ufficiale dei carabinieri e l’altro di cavalleria, tutti e due napoletani. Massimo e Vittorio Botti anche loro ufficiali napoletani, poi avvocati di grido, e forse qualcun altro che non ricordo. Certo, c’era anche Sabato Pontecorvo e l’attendente di uno dei fratelli Panetta, il carabiniere, che, ricordo, passava le giornate carezzando il “piumone” rosso-bleu della grande uniforme da carabiniere, piangendo…

Tenuto conto della situazione (e anche del fatto che si temeva che un bambinetto come me si lasciasse sfuggire qualcosa, a scuola, sulla presenza di tutte queste persone, non in regola, in casa) io non venivo mandato a scuola ma avevo lezioni private, a casa, date da una piacente, e giovane signora che si prodigava al massimo con risultati, per mia colpa, piuttosto scadenti….Certamente io ero poco “maturo” ed il fatto di restare a casa senza contatti con ragazzi della mia età e tanto meno senza contatti con il mondo esterno, ritardò alquanto il mio processo di maturità. Essendo poi il più piccolo di cinque figli (il soprannome che tuttora mi porto sulle spalle – Cicci – dà un’idea della situazione), viziatello, non eccessivamente curioso (scarse letture) le cose certo non migliorarono velocemente..

Quelli erano gli anni della mia crescita e crescere allora non era facile, tenuto conto delle grosse difficoltà di vettovagliamento, per tutti in generale, ma in particolar modo per un “nucleo famigliare” (tra membri famigliari e estranei “nascosti”) così numeroso come il nostro.

Peraltro mia madre (tua bisnonna), sul piano domestico era una quasi perfetta donna di casa, abilissima nel far quadrare miracolosamente il bilancio.. E poi il Panetta carabiniere, anche se nascosto e suscettibile di essere pizzicato ad ogni istante ed inviato in campo di concentramento (chi lo nascondeva rischiava la pena capitale, addirittura…), attraverso l’organizzazione che i carabinieri (sottrattisi ai tedeschi e “nascosti” da molte famiglie romane) avevano messo su per sovvenire alle necessità logistiche di chi, sia pure “nascosto” doveva pur mangiare, ci faceva avere il pane per noi, per se e per gli altri. Era mal cotto (così pesava di più) e fatto con farine imparentate molto alla lontana con la farina di frumento. Dicevano che c’era addirittura della segatura….chissà.

Essendo io il “bambino” di casa dovevo essere nutrito meglio degli altri e di questo, certamente, ne soffrirono le mie tre sorelle che, a tavola erano sempre servite porzioni adeguate, forse, ma non tanto…No, io non ho mai avuto fame.

Però per un panino bianco col burro e prosciutto ero disposto a scalare l’Everest…Non abbiamo montagne da scalare, a Roma, solo sette colli… La nostra acqua, a via Michele Mercati, veniva dall’acquedotto detto “Acqua Marcia” (un acquedotto di origine romana costruito dal console “Marcus”) ed era reputata scarsamente potabile per le tante rotture delle condutture (che limitavano anche la pressione così che l’acqua corrente, in casa funzionava solo poche ore al giorno). La manutenzione era scarsissima e i bombardamenti facevano il resto. Così io ero spedito con quattro fiaschi vuoti (in due borse di paglia) a casa dei nostri amici/parenti Meeuss (a via F. Carrara, vicino a Piazza del Popolo) per riempirli con la loro acqua che veniva dall’Acquedotto Vergine di Roma e che, invece, era considerata dal punto di vista igienico ed anche organolettico, molto migliore. Allora l’acqua minerale in bottiglia quasi non esisteva. In compenso, a casa Meeuss – non avevano figli – io ricevevo, ogni giorno un panino (rosetta) bianco ( perché proveniente dal forno del Vaticano) tagliato a metà, imburrato e con dell’ottimo prosciutto. Charles Meeuss era infatti il cancelliere dell’Ambasciata del Belgio presso la Santa Sede e come tale poteva rifornirsi di vettovaglie introvabili nei negozi della Roma “italiana”. Da allora un panino ben fatto col prosciutto e molto burro costituisce per me il migliore pasticcino…

Charles era il mio padrino di Cresima e con sua moglie era,certamente, molto legato ai miei. Quando poi, molti anni dopo, lui morì lasciando Luisa, sua moglie, vedova e mio padre perse mia madre restando solo e vedovo pure lui, nacque tra i due una “tenera amicizia” che attirava gli “strali” di mia sorella Ninni (“Che schifo !” diceva; allora avevano passato i settant’anni tutt’e due). Io, francamente, non trovavo la cosa né bella né “schifosa”. Se procurava serenità a loro (senza entrare in particolari sull’aspetto fisico della faccenda) tanto meglio. La penso tuttora così.

Comunque a via Michele Mercati, tornando a parlare del 1944 e 1945, non ci si annoiava. C’era, come ho detto, un bel gruppo di giovani che avevano voglia di divertirsi anche se c’era poco da stare allegri : c’era una guerra, la gente – anche non combattente – moriva sotto i bombardamenti (anche Roma venne bombardata ed io vidi coi miei occhi, in lontananza, dalla terrazza/tetto di via Michele Mercati, le bombe cadere su San Lorenzo nel 1943), si mangiava poco, la miseria era tanta ma la vita continuava. A casa si stava bene, le conversazioni erano spesso brillanti ed interessanti e la presenza di tanti giovani uomini (nascosti) e di altrettante giovani donne (le mie sorelle e le loro amiche) creava un ambiente, alla resa dei conti, di simpatica, allegra spensieratezza.

Forse è per quello che tra “uscire” e starmene a casa in buona compagnia, anche negli anni seguenti, ho sempre preferito la seconda soluzione. A Via Michele Mercati 17/A, terzo piano, si stava bene. Anche gli zii Lupi salivano (allora, a via M. Mrcati17 non c’era l’ascensore….) da noi a chiacchierare ogni sera e spesso anche mia nonna Adelina del Bono e mia zia Gina di cui ho, brevemente, parlato già. Allora non c’era la televisione e la conversazione era importante per trascorrere le serate. Alla radio (Radio Londra sopratutte) si sentivano le notizie e poco più. I programmi italiani erano molto influenzati dal cosiddetto MINistero della CULtura POPolare fascista (il MINCULPOP) ed erano quindi molto poco “appetibili”.

 

Una mia “avventura partigiana”

 

Tenuto conto della mia età (nel 1944 avevo solo 13 anni) non ho mai partecipato ad eventi “belligeranti” e sarebbe stato poco prudente , anche se “avessi avuto l’età” di farlo, visto che casa mia a via Michele Mercati 17-17/A pullulava di gente nascosta e se uno degli ospiti o della famiglia avesse attirato indagini o peggio, tutti gli altri ne avrebbero sofferto.

Peraltro, dimostrando una gran leggerezza – per non dire stupidaggine – sottrassi a una autovettura della TODT (l’organizzazione che serviva da supporto logistico alla Wermarcht costruendo strade, trincee, ponti, fortificazioni etc.) le targhe d’immatricolazione. La casa – con giardino – che è oggi un club di bridge, su via Linneo, sul retro di casa Osti, ospitava, allora, un ufficiale della TODT. Credendo di contribuire alla lotta partigiana io, bello bello, staccai le targhe dalla macchina parcheggiata a via Linneo e me le portai, fierissimo, a casa. Tua bisnonna, mia madre, probabilmente avrebbe voluto compensarmi con una bella sberla ma senza dire parola prese le targhe e le fece seppellire in giardino….

Le forze alleate liberarono Roma il 4 Giugno 1945 dopo aver combattuto duramente a Cassino e aver cercato senza un gran successo di aggirare le linee di resistenza tedesche sbarcando ad Anzio. . Non ricordo molto, del 4 Giugno, solo dei soldati americani distrutti dalla fatica, seduti direttamente per terra sul marciapiede ed appoggiati ai muri delle case di via Stoppani (vicinissima a Piazza Ungheria, a dieci minuti a piedi da via Mercati) che avevano appena oltrepassato – a piedi – la città e si apprestavano a lasciarla continuando lungo viale Parioli verso l’”Acqua Acetosa” e poi lungo la Flaminia verso Nord. Non avevano la faccia da “vincitori” né, tantomeno mi impressionarono per la soddisfazione di appartenere a una organizzazione che, ovviamente, stava “vincendo”. Mi sembravano soprattutto stanchi, molto diversi da quanto io mi immaginavo mi sarebbero dovuti apparire. Credevo che il mestiere di soldato fosse un mestiere glorioso, pieno di avventure che valeva la pena intraprendere….Già allora cominciarono ad emergere forti dubbi nel mio subcosciente circa la guerra ed il mestiere di soldato….dubbi che mi furono confermati al ritorno di Lupo mio fratello quando fu liberato dalla prigionia in Germania e rispedito a casa, alla fine delle ostilità in Europa.

Il paese era a pezzi, distrutte le infrastrutture dai bombardamenti alleati e dai combattimenti che furono durissimi, come ho più volte accennato a Cassino (prima della liberazione di Roma) ed anche sulla cosiddetta “Linea Gotica”, sull’Appennino, che i tedeschi tennero fino a poco tempo prima della fine della guerra in Italia (25 Aprile 1945). La gente aveva fame e le fabbriche praticamente non esistevano più. L’Italia, paese agricolo, ricco d’opere d’arte ma poverissimo di risorse, era prostrato da una guerra che lo aveva, letteralmente, dissanguato.

Io dovevo finire il Liceo (presi la mia licenza liceale – il “baccalaureat” italiano – nel 1950). Le mie sorelle dovevano finire l’Università e così mio fratello Lupo. Per portarla a termine Lupo fece quello che fecero molti reduci dalla guerra. Ogni giorno si recava all’Università per chiedere quali erano le sessioni d’esame aperte, quel giorno, nella sua Facoltà (Legge). Si presentava (senza mai aver aperto libro di testo), in divisa da ufficiale, col suo “libretto”, all’esaminatore che non mancava mai di regalargli, almeno, un 18, il voto minimo per “passare” in Italia (il massimo è 30 e lode). La divisa immediatamente lo qualificava per un reduce in cerca di “comprensione”…. E così si laureò in una sola sessione d’esami l’anno seguente il suo ritorno dalla prigionia….

 

I miei studi

Io, invece, che reduce non ero, dovetti faticare molto di più per arrivare all’Università che ho cominciato nel 1950.Prima d’arrivarci ho penato non poco, soprattutto per arrivare al Liceo, come vedremo.

A Milano, l’ho già detto, sono nato, sono stato battezzato (in Duomo) e poco più. Nell’autunno del 1932 – quindi a poco di più di un anno dalla mia nascita – tutta la famiglia, genitori e cinque figli, si trasferì , ripeto, a via Michele Mercati 17-17A.

Quindi Elementari, scuola Media (a parte il corto periodo dell’occupazione tedesca di Roma nel 1943-44 fatto da “privatista”) e Liceo li feci tutti a Roma.

A Napoli la Facoltà di Agraria, che ho frequentato per tre anni dopo aver fatto il mio primo anno a Roma nella Facoltà di Scienze Naturali che ha esami simili al primo anno di Agraria, era (ed è) nella villa reale di Portici, poco a sud di Napoli. La prima ferrovia italiana, costruita dai Borboni, è stata la Napoli – Portici. Primo esempio di alta tecnologia dei trasporti nel mio paese.

Tra parentesi l’Italia ha costruito la prima autostrada in Europa, da Roma ad Ostia (sempre percorsi piuttosto brevi come vedi…) durante il regime fascista, prima dei tedeschi e prima degli americani, e dei francesi, nei loro rispettivi paesi….

Ma andiamo per ordine: per quanto riguarda le elementari le feci in un Istituto privato religioso , il San Gabriele, di viale Parioli a Roma, poco distante da Piazza Ungheria. Peraltro, prima del S. Gabriele, ma solo per poche settimane, mi mandarono alla scuola tedesca che era anch’essa non molto lontano da Piazza Ungheria. Non so perché poi fui mandato al S.Gabriele ( ci restai fino alla quinta elementare compresa), però lo sospetto.  Essendo affidato a una “fraulein”, infatti, fino al 1937 parlavo quasi meglio quella lingua che non l’italiano . Quando però mia sorella Tita (Alberta Vittoria), che era in vacanza dai “von Chapuis” amici di famiglia ad Hannover, durante le vacanze estive del 1937, venne aggredita per strada ,(“sporca ebrea!) davanti casa von Chapuis e coperta di sputi – e se ne tornò, scioccata, a Roma – il tedesco venne, come lingua parlata a casa, bandito da mia madre.

Il nome von Chapuis è ariano ma la madre dell’amica delle mie sorelle, Elisabeth, era ebrea. Si salvarono “scappando” in Svizzera. Tita era la sorella che mi assomigliava di più come lineamenti ma aveva i capelli neri e un colorito di pelle olivastro. La “fraulein”, chiamata anche “schwester” fu rispedita a casa.. Peraltro mio padre ne masticava poco di tedesco ma tutti noi lo parlavamo correntemente.

Dopo le elementari al San Gabriele iniziai a frequentare la scuola pubblica, più precisamente il “Regina Elena” che oggi si chiama Goffredo Mameli (credo) ed è molto più vicino a via Michele Mercati mentre allora era in una traversa di viale Parioli, via Giosué Borsi, verso il Parco della Rimembranza che si chiama, a Roma, comunemente: Villa Glori.

Lì cominciarono i miei “guai”. L’educazione ricevuta al San Gabriele (dove ero uno dei primi della classe) non mi aveva certo aperto le meningi…a casa poi, l’essere il quinto di cinque figli con un “distacco” d’età nei confronti dei più grandi che arrivava addirittura a tredici anni con mia sorella Ninni (la primogenita, Anna Maria), mi relegava nel ruolo di bambinetto perenne : Cicci, il mio soprannome che ancor oggi porto con i membri più stretti della mia famiglia è sintomatico di questo condizionamento psicologico involontario ma reale. Insomma ero un ragazzo/bambino, poco maturo, sia pure per la mia età e quindi “in ritardo” rispetto ai miei compagni. Nelle scuole “medie” (le tre classi dopo le elementari) e poi nel Ginnasio (le due classi seguenti) fui continuamente rimandato a Ottobre. Poi ripetei la “quinta ginnasio” cioè l’ultima classe prima del Liceo “classico” anche perché quell’anno avevo scoperto il sesso (in massima parte “autarchico”) che mi distraeva, e indeboliva, non poco. Fui rimandato ad Ottobre con due in Latino, due in Greco e quattro in italiano, un vero disastro che qualche ripetizione durante le vacanze estive (trascorse a Roma a studiare) non valsero a cancellare.

In famiglia nessuno aveva mai ripetuto un anno : Cicci era quindi “un bravo bambino” ma intellettualmente una nullità. Questo mi venne spesso dichiarato da sorelle e fratello visto che in famiglia Osti lo sport meglio praticato era quello di “tagliare gli abiti addosso” l’uno all’altro…

Mio padre mi fece un discorso che ricordo ancora. Tuo bisnonno aveva delegato l’educazione dei figli a Mercedes, tua bisnonna, ma – per le cose più importanti – interveniva direttamente.

Era poco presente a casa, spesso anche la Domenica la passava in ufficio oppure a casa chiuso nel suo studio dove era proibito a noi figli mettere il naso…. Fui chiamato nello studio dominato da una gran scrivania (a Touques, nella tua nuova casa costruita da Penny, c’e una scrivania grande anche lei, nello studio di tuo padre, che era sì quella di mio padre, ma nella casa dell’Argentario, non a Roma) con dietro mio padre seduto su un gran seggiolone; io su un “panchetto” basso… Aprì il discorso chiedendomi : “…visto che non ti piace studiare e che dovrai per forza lavorare per vivere, cosa ti piacerebbe fare?….” (Nessuna risposta, ovviamente, da parte mia) “….mi sembra, sulla base dei tuoi risultati scolastici che forse vuoi fare lo spazzino…”(così, allora, si chiamavano i netturbini – chiamati , oggi, operatori ecologici – che spazzavano le strade; ogni isolato del quartiere – o giù di lì – ne aveva uno …ne vuoi parlare con Camillo Lombardini ?” Era, questo, il nome del “nostro” spazzino che, ricordo, raccoglieva gli escrementi dei cavalli che passando da via Michele Mercati e strade vicine ne “lasciavano” una buona quantità. Camillo Lombardini lo vendeva, come concime, ai proprietari dei giardini, allora grandi e fioriti, che circondavano tutte le case dei dintorni ; ne sono rimasti pochi. Ma Camillo Lombardini è sempre stato per me l’esempio del brav’uomo totalmente privo di cultura e d’ambizione…Poveretto, certamente nessuno si era mai proposto di dargli i mezzi per fare degli studi….

La feroce ironia di mio padre, tinta da una profonda delusione per la scarsa intelligenza di questo figlio, era evidente….Non profferii parola…

Terminò dicendomi: “…un anno di prova, ancora, se ti dai da fare, tanto meglio, altrimenti puoi sempre fare il fattorino dell’Italcable…”. I fattorini, all’Italcable,  dove mio padre era uno dei massimi dirigenti, portavano i telegrammi “Lampo” e dovevano avere una bicicletta e molta energia. Mio padre era infatti il Direttore Generale dell’Italcable che allora trasmetteva telegrammi dall’Italia attorno al mondo via cavo. Quelli ricevuti per l’Italia venivano consegnati ai destinatari attraverso una “equipe” di fattorini in una divisa color marrancio scuro, che ricordo ancora.

Capii…. E, da allora, non ho più avuto problemi : sono stato sempre promosso nella sessione estiva senza mai essere rimandato agli esami di riparazione autunnali. L’unica sessione autunnale che ho frequentato è quella del mio ultimo (quarto) anno di Università, alla Facoltà di Scienze Agrarie dell’Università di Napoli (che è nella villa Reale dei Borboni di Portici) quando ho discusso la mia tesi di laurea. Ebbi 110/110 (non la lode). Mi sono laureato alla fine del mio quarto anno (1954)che era il mio terzo anno a Portici. Erano pochissimi gli studenti in “Scienze Agrarie” di allora che finivano entro il quarto anno, alcuni attendevano la sessione di Febbraio dell’anno seguente (anche se considerata l’ultima, “straordinaria”, dell’anno appena concluso) Fui anche premiato dal Presidente della Repubblica di allora (Giovanni Gronchi) tra i migliori studenti italiani di quell’anno….credo si chiamassero i “premi della Gioventù” o qualcosa del genere. Forse esiste ancora una mia fotografia, con gli altri premiati ed il Presidente dove io chiacchiero con una premiata, degna della più viva attenzione tenuto conto della sua silhouette.

Avevo fatto una tesi “sperimentale” sulla vernalizzazione : una tecnica bislacca “inventata” dai russi (dal Prof. Lysenko) che pretendeva aumentare la produttività dei raccolti accelerando il “risveglio” delle sementi dopo il raccolto estivo, sottoponendole al freddo artificiale (in un frigorifero), da cui il nome : vernalizzazione cioè un trattamento “invernale” artificiale . Affermava, il Lysenko, anche, che le nuove caratteristiche indotte artificialmente restavano nel patrimonio genetico delle sementi così trattate…Ovviamente una grande “bufala” che peraltro era già stata sconfessata da ricercatori ben più importanti di me. Ma per controllare le mie esperienze nell’orto botanico di Portici (affidato alla supervisione dell’Istituto di Botanica diretto dalla mia professoressa Valeria Mezzetti-Bambacioni) restai a Portici tutta l’estate, innaffiando, controllando e misurando quanto spuntava dal terreno nei vari lotti seminati a grano, avena, e altro, anche fiori come la Zinnia Elegans e, addirittura, la Stella Alpina. La Stella Alpina, essendo sottoposta a un trattamento di vernalizzazione avrebbe dovuto nascere con i peli sui petali …nossignore, come sempre succede quando la Stella Alpina è seminata alle basse altitudini piuttosto che in alta montagna (dove il fiore ha bisogno di “una coperta” per proteggersi dalle gelate notturne frequenti anche d’estate a quelle altezze) i fiori sbocciarono sì, ma – come sempre – senza peli sui petali.

 

Il mio primo lavoro

 

Mi “laureai” quindi allo scadere del mio quarto anno di corso, nel Novembre del 1954, con 110 ma senza lode …. la mia media, più vicina a 24 che a 25, non era poi tanto buona.. Ciò nonostante ottenni il massimo ottenibile :110 per l’esame di laurea visto che avevo fatto una tesi “sperimentale”. Se avessi avuto una media migliore ci sarebbe potuta essere anche la lode…Pazienza.

Tra le mie “tesine” (allora se ne dovevano presentare due assieme alla “tesi”) una era su un argomento di Economia Agraria.

Professore allora a Portici, Facoltà d’Agraria della Università di Napoli, era Manlio Rossi Doria studioso molto noto ed impegnato anche politicamente. Fu tra i promotori-ideatori della Riforma Agraria in Italia, una legge che sottrasse ai proprietari terrieri assenteisti (che spesso non sapevano neanche dove erano le loro immense proprietà affidate a fattori, superintendenti etc.) le terre lasciate al pascolo o a colture estensive per poi passarle in proprietà a agli assegnatarii sotto forma di “poderi” o “quote”. Gli assegnatarii erano scelti tra i braccianti agricoli che allora costituivano una parte importante della popolazione italiana. Spesso privi di tutto o proprietari di appezzamenti minuscoli frazionati nel corso del passaggio generazionale dai genitori ai figli fino a proporzioni, spesso, ridicole.

Ma lo scopo della Riforma era soprattutto politico. Il bracciantato era, infatti, allora, aperto a raccogliere il messaggio comunista e, colla Riforma Agraria si tentò di metterci un argine. La propaganda comunista aveva facile gioco nelle zone agricole più povere dell’Italia di allora : la Calabria, la Sicilia, la Sardegna. le Puglie . Soprattutto nel “Tavoliere” la regione attorno a Foggia.: Di Vittorio personaggio storico e segretario generale della CGIL – Confederazione Generale Italiana del Lavoro di allora,era di Cerignola, in provincia di Foggia.

Anche la Basilicata, la Maremma tosco- laziale ed il Delta Padano furono soggette alla Legge di Riforma Agraria. Gli investimenti fatti dai governi di allora nella “Riforma” furono immensi; da interi villaggi costruiti dal nulla a casette singole isolate; da strade a ponti, dighe; da acquedotti a progetti d’irrigazione immensi e costosissimi; dai macchinari agricoli acquistati per le Cooperative costituite dal nulla, in regioni dove la “filosofia” cooperativa era completamente aliena alle abitudini della gente; al bestiame, all’elettricità portata, quasi, in ogni casa, alle vigne e agli oliveti di nuovo impianto….insomma uno sforzo enorme “pagando” i proprietarii dei terreni con titoli di Stato a 25 anni al 5% ….Purtroppo venivano così “puniti” anche quei proprietari che qualcosa avevano fatto, che avevano bonificato le loro terre, spesso paludose (come i Vivarelli Colonna in Maremma toscana ma non solo loro) e che per considerazioni prevalentemente politiche si videro espropriare terre già sistemate a grandi poderi relativamente moderni ed economicamente efficienti. La ragione di questo era che la pressione politica era enorme e la terra da distribuire doveva essere trovata. Più se ne trovava, più se ne poteva distribuire, più voti si sottraevano – questa la “strategia” – al partito comunista.

Non mi sembra che il proselitismo comunista sia diminuito, allora, per questo. Certo qualcosa deve essere stato fatto se siamo dove siamo oggi quando nel ‘44/’45 , in Calabria, ci fu una specie di rivoluzione abbastanza cruenta : occupazione di terre, carabinieri linciati dalle folle etc. A “Portella delle Ginestre” in Sicilia, il bandito Giuliano, assoldato dai proprietari terrieri, sparò su una dimostrazione di braccianti che stavano “occupando” un latifondo e molti furono i morti.Episodi del genere abbondano per provare che la forza dell’idea comunista si faceva sentire anche in un paese conservatore/cattolico come l’Italia era allora.

Ma dal punto di vista economico la Riforma fu un disastro. In due parole : la Riforma andava contro quello che evidentemente avrebbe dovuto essere la “tendenza” socio-economica dell’Agricoltura italiana che invece di organizzarsi in unità efficienti si frammentò ulteriormente in modo contrario a quello che tale efficienza avrebbe potuto promuovere. I poderi sono stati in buona parte abbandonati, molte le case diventate case di villeggiatura; i terreni sono stati ricomposti in unità produttive più grandi e più economiche etc etc. E le cooperative che avrebbero dovuto essere lo strumento per “ricomporre” la produzione in unità commerciali più efficienti economicamente furono troppo spesso un sonoro fallimento ed occasione di ulteriori sperperi che – in qualche caso – hanno durato più di quanto sarebbero dovuti durare…

Ma nel 1954, quando io mi sono laureato, la Riforma era nel suo pieno “vigore”; ancora, ufficialmente, ci si credeva.

La FAO (Food and Agricultural Organization ) delle Nazioni Unite aveva commissionato, come ho già accennato, all’INEA (Istituto Nazionale di Economia Agraria) uno studio sugli effetti economici della Riforma sotto la direzione dell’allora dottor (poi professore di Economia Agraria a Siena, ) Giuseppe Barbero, allievo di Rossi Doria.

Fui chiamato (a Portici) e mi fu chiesto se ero interessato a collaborare con Barbero per diventare “coordinatore” dell’indagine per il territorio di Riforma affidato all’Ente di Riforma della Puglia, Lucania e Molise. Accettai e fui mandato per un training “pratico” a Viterbo che faceva parte della giurisdizione dell’Ente Maremma che stava attuando la Riforma agraria nella Maremma Tosco Laziale, da Pisa alla provincia di Roma, Cerveteri – nella provincia di Roma – essendo l’ultimo lembo del territorio verso il Sud.

Fui io che detti l’idea che portò poi al metodo di campionamento delle “aziende” scaturite dalla Riforma e, per il confronto, con quelle private, sfruttando la casualità del numero di identificazione catastale delle parcelle estratte a sorte…francamente me ne ricordo ben poco…Basti dire che questa esperienza fu quella che mi suggerì, quando andai alla Cornell University, di scegliere come mio “major” (field of study) : Statistics. Non ricordo di tutta la mia esperienza e dei miei studi americani neanche le formula della “standard deviation”….qualcosa come non ricordarsi, per un fisico, della formula di Einstein (che non ricordo, certo, io…).

 

-Cornell e la mia borsa di studio della Harkness Fellowships of the Commonwealth Fund

 

 

Concluso, in due anni, il mio primo lavoro, coordinando lo Studio sulla Riforma Agraria diretto del Prof. Barbero, in Puglia, cominciavo ad essere pericolosamente vicino al limite di tempo massimo consentito per rimandare il mio Servizio Militare. Partii quindi per la Scuola Allievi Ufficiali di Complemento (A.U.C.) di Ascoli Piceno e passato poi alla Scuola della motorizzazione della Cecchignola (vicino a Roma) divenni Ufficiale di complemento nel Servizio della Motorizzazione, prestando poi servizio come istruttore nella Scuola stessa (1958).

Essendo scarsa la mia preparazione tecnica venivo adibito, con una squadra di giardinieri (veri, stavolta, perché scelti tra i militari di leva presenti alla Scuola, con esperienza in giardinaggio precedente al loro servizio militare) ad accudire ai balconi fioriti delle consorti dei vari Generali/Colonnelli comandanti di cui pullulava Roma. Ogni mattina andavamo in camion a rassettare un balcone, terminavamo verso mezzogiorno, io me ne tornavo a via Michele Mercati e mi rifacevo vivo la mattina seguente, ed i miei “soldati/giardinieri” tornavano, in camion , in caserma alla Cecchignola. Una pacchia.

Prima del Servizio militare, peraltro, avevo già ottenuto una borsa di studio dalla Harkness Fellowships of the Commonwealth Fund .La famiglia americana Harkness era diventata ricca costruendo Ferrovie e la Fondazione esiste tuttora ma i soldi disponibili, anche se dollari, non sono più quelli di allora. Le ferrovie sono passate di moda.

La mia borsa era intesa a permettermi di studiare Economia Agraria all’Università di Cornell a Ithaca nello Stato di New York. Ithaca è sulla sponda del Lago Cayuga, uno dei “Fingers Lakes” nello stato di New York, sotto Syracuse. Cornell, allora, aveva infatti la fama di essere tra le migliori Scuole di Agraria, in particolare di Economia Agraria..

A Cornell ho studiato tre anni, dall’autunno del 1958 alla fine del 1961 ottenendo il mio “doctorate” ( Doctor of Phylosophy) nel Febbraio del 1962 . La mia tesi era un modello statistico di previsione dell’industria conserviera del pomodoro negli USA e il mio “Major Professor” si chiamava Kenneth Robinson, un uomo che ha avuto una grande influenza sul mio carattere.

Gli stavo apparentemente, molto simpatico e io a lui, sempre molto gentile e cordiale, già all’inizio del mio periodo a Cornell, mi invitava di frequente a casa sua . Da buon italiano, io scambiai queste gentilezze come la “ prova” che ero entrato nelle sue “grazie”e potevo, quindi, anche lavorare (studiare) poco….Questa sensazione era completamente sbagliata…Il Prof Robinson mi chiamò nel suo Ufficio a “Warren Hall “ la sede dell’Istituto di Economia Agraria (Agricultural Economics) dello “State College of Agriculture at Cornell University”, e mi disse chiaro e tondo che io gli stavo molto simpatico etc. etc. ma…o cambiavo “registro” oppure me ne tornavo al paesello perché mi ci rispediva lui…

Mai più avuto problemi di sorta anche se dovetti scrivere due volte la mia tesi dottorale che non soddisfaceva l’altro membro del mio “committee” (il Prof. Bernard Stainton). Rifeci tutto in un mese e completai così i miei “requirements” ed ottenni il mio “doctorate”..

Nel complesso sono stato molto bene a Cornell anche se sono mancato dall’Italia e quindi da casa, per più di tre anni.

Quello che trovai a Cornell fu anche il mio primo vero amore : tua nonna Christine che a Cornell c’era andata con un’altra borsa di studio, di Cornell stessa, questa volta, che le era stata offerta – come ad altri – contro una collaborazione col “French Department of Modern Languages” dell’Università . Riceveva un minimo stipendio e poteva seguire, gratis, i corsi in English Literature.

Io vivevo con Jacques Baud, mio cognato (ha sposato Catherine sorella maggiore di tua nonna Christine)  in una casa di “College Town” in Ithaca, all’inizio di Catherine   Jacques incontrò  Catherine tornando a Parigi da Cornell . Invitato dai tuoi bisnonni Richard (Raymond e Geneviéve) che volevano avere notizie di Christine rimasta ad Ithaca. Jacques era assistente anche lui al Dept. of Modern Languages con tua nonna Christine.

Tornando a College Town , la parte alta di Ithaca vicina all’Università dove anche tua nonna Christine abitava, Jacques e lei passavano davanti alla casa di Catherine Street dove, al primo piano io abitavo con Jacques, appunto, e Pierre Rudman, il mio secondo “room-mate”. Questa è una espressione inglese che definisce (room-mates) due studenti che dividono (letteralmente) la stessa stanza (“room”) ma, nel nostro caso ognuno di noi tre aveva la sua….c’era poi un bagno (uno solo!), una specie di “tinello” dove mangiavamo (io facevo, sempre la cucina ; Jacques e Pierre lavavano i piatti, cosa che io, tuttora, odio fare ma oggi ci sono le lava-piatti…) un soggiorno e, ovviamente una cucina.

Mi sono SUBITO innamorato di Christine, tua nonna, e ciò malgrado la differenza d’età (io sono del 1931, Christine, tua nonna, era del 1940). Non solo era molto carina ma anche straordinariamente intelligente, molto colta e piacevolmente vivace e allegra…

Rileggendo queste righe l’affermazione :”Mi sono subito innamorato di tua nonna”…mi sembra particolarmente infelice…tua nonna aveva, allora, 19 anni! Che nonna!

All’inizio tua nonna, così giovane, non aveva certamente l’intenzione di “legarsi” a uno di nove anni più vecchio, Jacques Baud me ne voleva dissuadere….”Christine ha voglia di divertirsi” mi diceva, vedendomi così “preso”, “lascia perdere”…..Una volta mi prese talmente in giro che per la rabbia detti un gran pugno su un muro che separava il “tinello” dalla cucina….lo passai da parte a parte e per nascondere il buco ci attaccai sopra due calendari, uno da una parte e l’altro dall’altra parte del muro che peraltro non era molto spesso, fatto di legno e cartapesta…..Ma alla fine seppi farmi voler bene da lei, forse anche troppo….non meritavo tanto.

 

 

-Il ritorno in Europa.

Ottenuto il mio PhD (Philosophy Doctor) affrontai il problema di dove lavorare. Dopo qualche esitazione entrai alla Nestlé cominciando prima negli Stati Uniti alla direzione americana che allora era a White Plains nello stato di New York per un periodo di training, e poi alla centrale mondiale del gruppo (come ho già detto) a Vevey nell’Ufficio Nuovi Prodotti della AFICO, una sussidiaria della Nestlé nella quale era concentrata, allora, la ricerca , tecnologica e di marketing. Io ero responsabile della ricerca di marketing per i prodotti derivati dal latte (per la nutrizione infantile ) e prodotti dietetici in genere. Fu una collaborazione la mia che durò un paio d’anni abbondanti ma non di più perché ero pagato veramente poco all’inizio. Tua nonna, come ho già accennato, lavorava anche lei e, tra tutt’e due arrivavamo a campare…però mai più di una uscita al ristorante al mese, una volta la settimana un cinema…e, a fine mese, portavo a casa i campioni di prodotti lanciati dalla concorrenza che ci arrivavano da tutto il mondo…servivano a risparmiare sulla spesa alimentare…. Quando, finalmente, mi considerarono “maturo” (malgrado il mio Ph.D. e i miei trentun’anni !) volevano mandarmi nella ex-colonia inglese (Gold Coast) da poco diventata indipendente assumendo il nome che ha ancora oggi : Ghana. Era effettivamente un posto importante…Il Ghana era, allora, il maggiore produttore mondiale di fave di cacao. Tua nonna Christine, però, non desiderava davvero andarci. Allora, ma ancora oggi, il clima non è dei migliori ed allora (e ancora oggi) non era certo il paese di residenza migliore per una coppia europea che voleva metter su famiglia ….Malattie, corruzione, caldo umido asfissiante……

Lasciai quindi la Nestlé (il mio rifiuto di andare in Ghana era stato interpretato come la “prova” di una sicura mancanza d’ambizione…..) ed andai nel 1964 , alla Buitoni, come Capo Servizio Nuovi Prodotti. La Buitoni era, allora molto nota sopratutto per la Pasta (ma già allora la Barilla era di gran lunga il “leader” sul mercato) ma aveva tutta una serie di prodotti, dalle Fette Biscottate fino a una gamma di prodotti dietetici per la prima infanzia (con un proprio stabilimento in provincia di Latina inaugurato poco prima che io entrassi tra i dirigenti della Società) venduti sotto la marca Nipiol. Peraltro i margini sulla pasta (un mercato altamente concorrenziale, allora forse ancora più che oggi) erano particolarmente risicati; i prodotti Nipiol necessitavano di un forte, e dispendioso sostegno pubblicitario (allora i prodotti Plasmon erano dominatori incontrastati – quasi – di questo mercato in Italia) e l’utile della Società dipendeva sopratutto da due prodotti (le Fette Biscottate e la famosissima Pastina Glutinata Buitoni).

La “Pastina Glutinata” ha nutrito diverse generazioni di bambini italiani e la Buitoni ha approfittato per decenni di questa posizione dominante. Ora la Pastina Glutinata non esiste più, esiste, invece il “morbo celiaco” cioè l’intolleranza al Glutine, la proteina presente nel grano e quindi nella semola e nella farina …Che sia stata la Pastina Glutinata all’origine della frequenza con la quale , in Italia, viene diagnosticato il Morbo Celiaco? Certamente no perché il morbo celiaco non è presente solo in Italia anche se la pasta, qui da noi, é uno “staple food”, cioè un prodotto alimentare di massa..

 

Concorrente e leader nel mercato della pasta alimentare italiana era la Barilla e vale la pena ricordare lo slogan pubblicitario che ne accompagnò l’affermazione in Italia: “Con pasta Barilla è sempre Domenica”. Questo da anche un’idea delle condizioni socio-economiche dell’Italia d’allora. La pasta,  si mangiava sempre  la Domenica….

I due fratelli Barilla (il più noto si chiamava Pietro ma aveva un fratello che si occupava della parte tecnica della Società : Gianni) solevano visitare ogni anno Sansepolcro per rendere omaggio ai Buitoni che, della pasta, erano tradizionalmente considerati i “re” , un po’ scaduti, forse, ma, certamente rappresentanti l’aristocrazia del mestiere. Venivano, i Barilla, regolarmente rimproverati duramente per l’”eccessiva” concorrenzialità che caratterizzava la loro politica commerciale; regolarmente si “scusavano” minimizzando la loro società nei confronti della “grande” Buitoni. Soddisfatto così l’amor proprio del fratello Buitoni di turno se ne tornavano a Parma con una assoluzione dei loro “peccati” che permetteva loro di….rincominciare da capo, e così anno dopo anno. Ora la Buitoni non esiste quasi più se non come “brand” (lo stabilimento di Sansepolcro è stato venduto dalla Nestlé che l’aveva acquistato con la marca Buitoni, assieme ad un’altra Società la Perugina) mentre la Barilla è, davvero, re/regina/principe del mercato della pasta a livello globale mondiale.

La leggenda racconta che i due fratelli Barilla una volta furono uditi mormorare al loro autista alla partenza da Sansepolcro per ritornare a Parma : “vai Antonio (l’autista), vai, …questi dormono…”.

 

 

Il mio “capo” era Bruno Buitoni (il marito di Misette, membro della generazione seguente quella dei cinque fratelli ai quali la “storiella precedente” si riferisce) il capo più divertente e simpatico che abbia mai avuto in vita mia…Forse non il migliore dirigente da cui poter imparare i segreti di un mestiere, ma certamente simpatico, cordiale, alla mano e come persona quanto di meglio uno possa sperare di incontrare. Ma la Buitoni di allora (con la famiglia Buitoni al “volante”) era condizionata da “lotte intestine”. Nel Gruppo c’era infatti anche la Perugina (cioccolato) nella quale i Buitoni erano associati con gli Spagnoli, un’altra famiglia di Perugia una cui esponente era stata molto “legata” al “fondatore” della Perugina, il “sor Giovanni” e con lui aveva sviluppato, appunto, questa Società dimostrando uno spirito imprenditoriale brillantissimo. Tra le tante iniziative di marketing una che è rimasta famosa : la raccolta di figurine del “Feroce Saladino” che affermò considerevolmente la marca Perugina in Italia.

I Buitoni della Perugina (il cui capo, ai miei tempi, era chiamato anche Bruno ma della generazione precedente al “mio”, quindi suo zio) guardavano in cagnesco alla Buitoni di Sansepolcro che finanziariamente rappresentava una “palla al piede” del gruppo visto che i risultati della Perugina allora erano brillantissimi… Il “mio” Bruno era molto condizionato da questa situazione e dopo qualche anno (io non c’ero già più e da tempo) fu anzi messo da parte da un cugino, figlio di Bruno “senior”: Paolo Buitoni eletto Amministratore delegato del gruppo intero, Buitoni e Perugina. Fu il principio della fine : un grosso disastro.

Peraltro quello che mi convinse davvero ad andarmene da Sansepolcro, qualche anno prima, fu la realizzazione che non essendo io un Buitoni mai e poi mai avrei potuto aspirare ad una posizione di primissimo piano…una sensazione che possedendo io una buona opinione di me stesso (!!) non potevo accettare…Anche quest’affermazione peraltro mi può essere contestata. Alla Perugina ”dei miei tempi” l’Amministratore Delegato era assolutamente estraneo alla famiglia. Il signor Faina (che Bruno “junior” chiamava “Fainotto” perché era piccolo e molto grassottello) aveva cominciato, alla Perugina da “fattorino”!! Suo nipote Gianfranco era alla Buitoni con me e continuò a lavorarci fino all’acquisto della società parte della Nestlé. ‘E diventato poi alto dirigente della Nestlé italiana a Milano e si è fatto grande onore. Ottima persona, lui e sua moglie che vedevo sempre con piacere quando, per salutare Bruno Buitoni  (vivente nel 2012 quando scrivevo queste righe  ma ora -2019- da anni defunto) passavo da Perugia.

Lasciai Sansepolcro per andare a lavorare a Torino alla Wamar, una società che faceva biscotti.Era la Wamar , anch’essa, una vecchia “gloria”. Molto scaduta nella notorietà e, purtroppo, nella qualità, faceva parte del patrimonio della Fondazione Gaslini, l’Ente che finanziava, e ha finanziato a lungo, l’Ospedale Gaslini di Genova, il più grande – e il migliore – ospedale pediatrico italiano. Ero “presentato” dal Prof. Siliato che era nel Consiglio Direttivo della Fondazione e fui assunto come “Direttore Commerciale”. Ora, col senno di poi, posso dire che ero stato assunto non perché si avesse tanta fiducia nelle mie capacità manageriali ma perché il Prof Siliato era Presidente della Terni (una società siderurgica italiana importante) dove mio fratello Lupo era Amministratore Delegato. Appoggiandomi alla Wamar, Siliato sperava di acquisire benemerenze con mio fratello : la Terni era, allora, una società ben più importante del piccolo biscottificio torinese (che non esiste più).

Dal primo giorno fui tenuto strettamente sotto controllo passando la maggior parte del tempo a non far niente. Il Direttore Generale, un torinese che parlava con tutti sempre in dialetto piemontese ( che io non capivo) chiamato Balbinot, e il Direttore Vendite (il sig. Terrazzi) facevano di tutto per fregarmi e (accorcio notevolmente la storia)…ci riuscirono. Con una relativamente generosa liquidazione fui messo alla porta….Lasciai Torino (nell’Aprile 1967) e, senza occupazione, mi spostai a Porto Santo Stefano (Grosseto) dove allora i miei genitori (tuoi bisnonni) avevano una casa dove tutta la famiglia passava le vacanze. Con Christine, tua nonna, e tuo padre bambino di due anni, restammo a Porto Santo Stefano sino alla primavera seguente. Io facevo consulenze guadagnando poco ma occupandomi.

A Novembre, grazie ad una presentazione di mio fratello Lupo che per essere stato – prima della Terni – Direttore Generale della allora Italsider (una azienda posseduta dallo Stato in seguito venduta ai privati) era assai conosciuto a Genova, fui assunto alla Saiwa di Genova come Assistente del Presidente/Amministratore Delegato d’allora (non ancora Cavaliere del Lavoro) Romano Romano. Praticamente rincominciai la mia carriera daccapo e lavoravo come “un negro”. Da allora le mie ferie furono sempre molto corte…sono convinto che un “capo” debba essere sempre sulla breccia e credo, come filosofia del lavoro, di essere un buon “hands on” manager piuttosto che un “hands off”. Anche quando divenni il “Presidente Europeo” della Nabisco credevo nella necessità del mio coinvolgimento nel processo decisionale di ogni Società che dipendeva dal mio Ufficio di Parigi.

Ma ho imparato tutto – ripeto tutto – alla Saiwa, e molto da Romano Romano che era riuscito a continuare a dirigere la Società anche quando la famiglia proprietaria ( i Girani di Genova apparentati con i Mollié che erano i proprietari di un’altra Società genovese allora famosa : la Elah venduta poi alla General Foods ora scomparsa ) vendette la Saiwa alla Nabisco (ora parte integrante, ed integrata, della Mendelez, dopo essere stata parte della Kraft). Ma Romano parlava (male) il francese e dell’inglese sapeva pochissimo o niente. Le mie responsabilità erano quindi principalmente di tradurre la corrispondenza …poi, progressivamente, di scrivere quella in partenza in bozza, in italiano. La sottomettevo per l’approvazione a Romano e poi, dopo innumerevoli, minuziosi (quasi pedanti) controlli e , spesso, rifacimenti, la traducevo in inglese. Leggevo anche i giornali e “tagliavo” gli articoli o le notizie che giudicavo potessero interessare il mio superiore. Ecco perché tua zia Mercedes, bambina, una volta, richiesta di descrivere il mio lavoro dalla sua maestra rispose . “….papà legge il giornale.” Spesso, infatti, portavo tuo padre e Mercedes con me in ufficio quando ci andavo- come sempre – la Domenica mattina. Quello che facevo  – ogni Domenica – era leggere i giornali che trovavo sulla mia scrivania.

Partecipavo anche – come spettatore – alle decisioni che venivano tutte prese da Romano, il più grande accentratore immaginabile. Entrando alla Saiwa nel Novembre del 1967 la cosiddetta “Direzione”, a parte Romano che era il grande Manitou e la sola persona che funzionava da “controparte” coi “padroni” americani, c’erano due altri dirigenti : uno era Luciano Schenone, ragioniere, che era alla Saiwa da una vita e che funzionava, per Romano, da “tuttofare”. Le sue funzioni erano soprattutto Finanziarie ed Amministrative ma si occupava anche di Personale …e di tutto. Avendo sopportato Romano tanti anni credeva di meritare una considerazione speciale e Romano lo stimava ma soprattutto come esecutore. Avendo il carattere che aveva, Romano faceva a Schenone, delle scene, corredate da urla belluine, che nessun altro avrebbe potuto sopportare. Ma Schenone resisteva…e chiunque tra i collaboratori pensasse di poter “progredire” in carriera, “fregandolo” si trovava ben presto “fregato” lui…ma non fu il mio caso.

La parte tecnica della Società era invece affidata all’altro dirigente importante: Pier Luigi Solari, anche lui come Schenone genovese ma differentemente da lui, che veniva da una famiglia “semplice”, Solari era di ottima famiglia , ben imparentato ed aveva avuto una esperienza “internazionale” avendo diretto una azienda agricola di famiglia in Argentina. Ovviamente Solari partecipava con Schenone ai negoziati annuali col Sindacato e, facendo il possibile per evitare duelli mortali per la successione di Romano con Schenone, aveva anche lui, come Schenone, malcelate ambizioni di arrivare – quando Romano avesse deciso di deporre lo “scettro” – al “top” della Società.

Io come Assistente, acquisivo esperienza e pian piano assunsi le funzioni di Direttore Commerciale senza mai esserlo anche di nome, ma costantemente controllato da Romano, spiato da Schenone e sospettato da Solari…Non mi sono mai preoccupato del mio titolo ma, certo, di quanto “potere” mi venisse concesso (da Romano); sempre  attento a informare Romano di tutto quello che facevo. Le circolari ai venditori (che promuovevano le diverse iniziative promozionali sul mercato) le scrivevo io ma mi venivano corrette (più volte…) da Romano.

Una posizione non molto facile e fonte di ripetute frustrazioni e ribellioni non espresse pubblicamente ma da me represse con gran fatica…Credo aver avuto spesso il segreto desiderio di uccidere Romano e ogni mattina, per mesi se non anni di seguito, prendevo una pillolina di “Noan” (un ansiolitico) che mi calmava.

Sî debbo la mia carriera al “Noan” che mi ha permesso di sopportare Romano, attendere la mia ora e imparare da quest’uomo difficilissimo di carattere, impossibile direi, quanto poi mi tornò molto, molto utile …Lo diceva anche sua moglie, una deliziosa signora , Enrica Ardigò, che Romano aveva sposato dopo aver perso la prima moglie madre di suo figlio Sergio, poi diplomatico (Ambasciatore) di carriera ed ora apprezzatissimo articolista del Corriere della Sera, un popolarissimo “opinionista”, storico, autore di libri etc.

Già io sono convinto che il “darsi importanza”, mancare di considerazione nei confronti dei colleghi, parlare dietro le spalle, partecipare a congiure e similia è la migliore ricetta per suscitare la gelosia ed, alla prima occasione, ricevere un bello sgambetto.Prendete “Noan”.

Peraltro, forse, nella mia carriera io seppi “scegliere” tra i dirigenti Nabisco quello che poi mi proiettò, diventando lui stesso il grande capo americano, in una posizione di grossa responsabilità e prestigio, dopo avermi appoggiato come erede di Romano quando quest’ultimo nel 1973 cedette, su istigazione degli americani, a me, lo “scettro” di Amministratore Delegato della Società conservandone la “Presidenza” per un altro anno. Parlo di Robert Martin Schaeberle che, anche lui, aveva sofferto sotto il “Grande” Louis Bickmore, una figura leggendaria, artefice della “esplosione” internazionale della “vecchia”National Biscuit Company-Nabisco che negli anni 50 acquisì una serie di Società in Europa, alcune ottime (come la “Biscuits Belin” che, al momento dell’acquisto aveva un solo stabilimento a Chateau Thierry, e la Saiwa) alcune pessime (come la Trüller e poi – peggio ancora – la Xox in Germania).

La Trueller era una piccola società provinciale che la Nabisco acquistò con l’espresso disegno di farne una grande società biscottiera nazionale .Malgrado poderosi investimenti di marketing non ebbe successo alcuno. Si pensò bene quindi di acquisire un’altra società , la Xox che aveva una certa notorietà ma una organizzazione produttiva antiquata. Fondendola con la Trueller si sperava potesse competere con migliori probabilità di successo con la Bahlsen, leader, allora ed oggi, del mercato biscottiero tedesco. Peggio che mai, le perdite si accumularono alle perdite…Infine venne acquistata la Sprengel, uno dei leaders nel mercato cioccolatiero tedesco, ottima società, con ottimi risultati. Con la fusione di tutto, biscotti e cioccolato, sotto la Direzione della Sprengel si pensava che i risultati non avrebbero tardato a venire anche coi biscotti.. Il risultato fu fallimentare ed anche la Sprengel, fu venduta per un tozzo di pane. Oggi Sprengel è un nome conosciuto soprattutto per il Museo d’Arte Moderna Dr.Bernhard Sprengel, cioè il nome della persona che vendette la Società alla Nabisco e che aveva una splendida collezione d’arte moderna che lasciò alla sua città, Hannover, per farne, appunto, un museo.

 

Il fatto di accompagnare, come interprete, Romano a tutte le riunioni internazionali della Nabisco mi permise di conoscere non solo tutti i “capi” delle società europee e i dirigenti di quella che allora si chiamava l’International Division della Nabisco ma anche i rappresentanti della Direzione Mondiale tra cui, appunto R.M.Schaeberle.

A una riunione al “Dorado Beach Resort” di Porto Rico, nel 1970 ebbi con lui una chiacchierata “col cuore in mano”. Mi esortò a pazientare e fece un parallelo della mia situazione con Romano con la sua nei confronti di Bickmore che era, anche lui un carattere ben difficile…

Insomma lui succedette a Bickmore ed io a Romano. Anni dopo Schaeberle accettò di costruire la “Nabisco Brands”fondendo la Nabisco con la Standard Brands diretta da Ross Johnson passando la responsabilità della nuova Società a quest’ultimo. Poco tempo dopo altro colpo di scena, la Nabisco Brands fu acquisita dalla Reynolds Tobacco (le sigarette Camel, Salem etc) ed il C.E.O divenne il grande capo di tutto : Tabacco e Biscotti. Ma durò solo qualche mese perché Ross Johnson riuscì a convincere il Consiglio di Amministrazione a rifare tutta la la Direzione della Società nominando lui, Johnson, Chief Executive Officer e “scaricando” il precedente CEO della Reynolds. Bell’esempio di iniziativa manageriale e, soprattutto di ambizione.

Nel 1987/88 Ross Johnson fu giudicato degno (forse indegno) abbastanza da meritare la copertina di “Time” col sottotitolo “Greed”..

Visto che la valutazione in borsa della società tardava a raggiungere i livelli che lui, reputava idonei e giustificati dall’introduzione nel mercato dei propri prodotti e dalla performance della Società , infatti, Johnson provò a comprarsela lui attraverso un “leverage buy-out” che è stato poi raccontato per filo e per segno in : “Barbarians at the gate”. È un libro che descrive tutta la vicenda fino alla conclusione : l’acquisto di tutta la Nabisco da parte della KKR . Si legge anche di Schaeberle che piangeva nel vedere la Società che aveva diretto per tanti anni, destinata ad essere smantellata sul piano internazionale e a sparire dalle scene come “business” autonomo.

Ora dopo essere stata “enucleata”dal Tabacco, e dopo un lungo periodo come parte della Kraft, la Nabisco é parte di Mendelez. Il business del tabacco è stato acquistato, in massima parte, e nel corso degli anni, dai giapponesi.

Nel gennaio del 2012, in Florida, ospite di Jim Welch (uno dei miei capi quando ero President-Europe), ho rivisto Ross Johnson cenando con lui assieme alla sua terza moglie. Ross é stato bravissimo a conquistarsi la simpatia di Penny che mi accompagnava (che aveva sentito parlare di lui, da me, come di uno spregevole individuo) dimostrando, se ce n’era bisogno, le doti di “charmeur” ….. Anche lui, da qualche tempo,(siamo nel 2019) passato a miglior vita.

 

A differenza di Ross io non sono responsabile, né direttamente, né indirettamente, di nessun “sconquasso” anche se, dopo il leverage buy-out, la Nabisco Europe fu venduta, società per società al migliore offerente…e tutti i dirigenti, me compreso, in Europa, lasciarono la Nabisco.

 

 

– Verso il “leveraged buy-out”

 

Ho già accennato ai miei inizi alla Saiwa. Entrai nella Società nel Novembre del 1967 e ne diventai l’Amm. Del.to nel Novembre 1973.. Nel 1975 diventai Presidente / A.D.. Alla fine del 1975 fui nominato “President Europe” avendo “sotto di me” , a parte la Saiwa di Genova (che partendo io “affidai” a P.L. Solari), la Biscuits Belin (in Francia), Gallettas Artiach (in Spagna), Oxford Biscuits (in Danimarca) e Nabisco Ltd a Welwyn Garden City (dove si produceva uno dei “cereals” più tradizionali sul mercato inglese : lo” Shredded Wheat” . “Britons make it, it makes Britons” era stato un vecchio slogan del prodotto sul mercato inglese. Allora c’era ancora la Germania con l’infausto connubio Trüller/Xox/Sprengel. Ma io non me ne occupavo, non erano “sotto di me” nell’organigramma aziendale. Dipendevano direttamente da Schaeberle sotto la direzione prima di un tedesco (Herr Albrecht) – che mi piaceva molto poco ma era stato messo lì dal Dr. Sprengel che aveva venduto la Società, come ho già detto, alla Nabisco. Per gli ultimi anni Schaeberle provò a mandarci Mr Jones, una vecchia gloria della Nabisco Canadese (Christies) dove era entrato da semplice operaio percorrendo tutta la scala gerarchica fino a presidente….Troppo tardi….non c’era più niente da fare. Tutto, in Germania, fu “svenduto”.

 

Il mio primo ufficio, a Parigi, fu a Place de la Concorde, il mio secondo all’interno del primo portone a destra nella Place Vendome, venendo da Rue Castiglione/Rue de Rivoli …l’8, forse. Mica male come indirizzi…

Al numero 4 di Place de la Concorde c’era anche l’ufficio parigino della Belin che però avendo una fabbrica alle porte di Parigi aveva soltanto un “pied-à-terre” in città, gli uffici “veri” erano, con la fabbrica, ad Evry. Dopo l’acquisizione della Belin da parte della Danone tutta la fabbrica, e gli uffici sono stati venduti. Fino al nostro ultimo passaggio in autostrada sulla via del ritorno dalla Normandia (via Parigi) sembrano ancora vuoti.Ora, non si vedono più….l’edificio é stato abbattuto. per far cosa, non so.

La mia segretaria, a Parigi, era impiegata di Belin; era stata la segretaria di M. Louis Seysses, colui che aveva venduto la Società alla Nabisco. Quest’ultima, prima della Belin, aveva comprato in Francia la “Gondolo” prendendoci una fregatura colossale. Ma M. Seysses non solo vendette la Belin alla Nabisco ma accettò, oltre alla responsabilitä manageriale della Belin per gli americani,quella di occuparsi della Gondolo che…chiuse brillantemente e non se ne parlò più.

Alla fine degli anni ’80, come ho accennato, ci fu il “merger” della Nabisco con la Standard Brands diretta da Ross Johnson. Furono i dirigenti della Standard Brands a prendere il sopravvento soprattutto nella parte internazionale della Società. L’Europa fu divisa tra l’Europa continentale e il “Regno Unito”. Io come Presidente Europeo (continentale) lasciai, ovviamente, la Nabisco Ltd ma “acquistai”la Standard Brands Italia e la Standard Brands España, la piccola società portoghese (Machado L.tda) e quella, ancora più piccola, che tostava arachidi in Germania. Poco tempo dopo la Nabisco Brands acquistò l’Associated Biscuits che, in Inghilterra aveva la Huntley and Palmers e la Jacobs in Irlanda nonché altre due piccole società, una in Germania e l’altra in Francia. Anche queste due ultime entrarono quindi a far parte del mio “gruppo” di Società.Il mio “pari-grado” responsabile dell’U.K. si chiamava Alistair Mitchell-Innes.

Spesso mi fu chiesto se ero “contento” di questi eventi, prima il “merger” con la Standard Brands, poi l’acquisto della Associated Biscuits, poi l’acquisto della Nabisco da parte della Reynolds Tobacco. Io rispondevo che questi avvenimenti avevano un po’ risvegliato l’ambiente che, con la Nabisco, tendeva alla …sonnolenza. Gli investitori in quei tempi cominciarono a pretendere di vedere le “Corporations” nelle quali investivano in borsa, comprare e vendere Società “non strategiche” per aumentare costantemente il valore delle azioni sul mercato o/e migliorare la retribuzione degli azionisti. Insomma si cominciava a guardare più al “short term” che al “long term”. E se una Società, come la Nabisco, aveva un azionariato molto sparso, gruppi di investitori o Società organizzate, per approfittare dello scarso entusiasmo degli azionisti per una politica dello “statu quo”, offrivano somme molto importanti per suscitare una strategia più dinamica o. in mancanza, vendere la Società “per appartamenti”.

Ma quando si trattò del “leverage buy out” della Nabisco “la “musica” cambiò radicalmente. Chi la “spuntò”, come ho già detto, non fu Ross Johnson che fu all’origine di tutto il fenomeno ma, la KKR di Mr Kravis e Roberts. Fu il primo “leverage buy-out” importante : 30 miliardi di dollari, più del fatturato che era “solo” 25 miliardi di dollari..

Così le azioni che io, ad esempio, avevo comprato a 40 US$ le consegnai a KKR a 104 US$….Inoltre, visto che io avevo un contratto che – in caso di acquisizione della Nabisco da parte di altri gruppi – stipulava la possibilità da parte mia di andarmene con una forte liquidazione; detti le dimissioni e…” Aldo went all the way crying to the bank…” così si diceva di me…

. La mia carriera era finita con un inaspettato risultato (molto positivo) per me sul piano finanziario, ma tutto fu presto rivoluzionato da un altro avvenimento che mi ha portato, a tutti gli effetti pratici a cambiar vita.

 

 

 

 

-Il 5 Agosto 1987

 

 

Dovevo essere il giorno dopo a Losanna all’IMD la scuola di “management” patrocinata, allora, dalla Nestlé e che già allora aveva acquisito una sicura rinomanza nel suo campo. Volevamo organizzare un meeting del management europeo della Nabisco, a Losanna appunto, ed ero andato per gli ultimi accordi.

Ero partito da Parigi in macchina per raggiungere Christine, tua nonna, che, essendo a Porto Ercole, in Italia, per le vacanze, doveva prendere l’aereo a Roma per Ginevra e poi il treno, da Ginevra, per essere con me a Losanna..

Christine, tua nonna,era a Porto Ercole con   tuo padre che allora aveva 22 anni (tua zia Mercedes era in Spagna con la sua grande amica di allora : Cristina Bolla) e aveva chiesto a tuo padre di accompagnarla in macchina all’ aeroporto Leonardo da Vinci di Roma. Sulla autostrada Civitavecchia-Roma una macchina sorpassò la “Punto” guidata da tua nonna che ne perse il controllo uscendo di strada e schiantandosi contro un muro Tua nonna fu sbalzata fuori dall’abitacolo …Non portava cintura, morì sul colpo. Tuo padre, invece, tenendosi con la mano alla maniglia sopra la porta anteriore destra riuscì bene o male a restare all’interno della autovettura ma ne uscì col braccio destro spezzato in più punti. Furono trasportati all’ospedale di Civitavecchia. Tua nonna nella camera mortuaria, tuo padre in corsia dove fu raggiunto subito da Pietro del Bono che era con lui a Porto Ercole in vacanza e poco dopo da Pietro Suber, cugino, e poi da Mattia Osti , cugino anche lui,  che porta il tuo stesso nome.

Io arrivai all’albergo a Losanna-Ouchy (il grande albergo sul lago) e fui subito messo al corrente al telefono dell’albergo (allora non c’erano cellulari) da mia sorella Ninni. La avevo chiamata su invito del direttore dell’albergo che non aveva avuto il coraggio, lui direttamente, d’informarmi. Proseguii quindi, in macchina, verso Civitavecchia , un viaggio lungo e triste che oggi, a 77 anni (sto scrivendo queste righe  nel 2008) non sarei in grado di intraprendere in quelle condizioni psicologiche. Già sono passati ben più di 20 anni… e forse ne passeranno ancora di più fino a che non abbia finito di scrivere questi miei ricordi (vero….oggi è il 3 Giugno 2011 …ai quasi ottant’anni di oggi non credo che un viaggio del genere potrei nemmeno prenderlo in considerazione….. figuriamoci agli ottantasette e passa di oggi 2 Febbraio 2019!).

Comunque arrivai a Civitavecchia e abbracciai tuo padre che era, ovviamente, molto scosso ma che, a parte il braccio, sembrava esserne uscito, da questo terribile incidente, relativamente tutto d’un pezzo. Nessuno gli aveva detto ancora di sua madre….gli dissi io che era morta senza soffrire.

Ad Agosto tutti i medici erano in vacanza e ebbi non poche difficoltà a trovare qualcuno che fosse disponibile per operare il braccio “rotto male” di tuo padre. Finalmente lo portai a Roma dove fu operato alla clinica Quisisana da un chirurgo conosciuto in quanto era uno dei medici sportivi della Lazio dove le rotture d’ossa sono, come in tutte le squadre di calcio, all’ordine del giorno. Purtroppo nell’operazione (usò staffe e bulloni metallici per collegare i vari frammenti ) fu danneggiato un nervo che “comandava” la mano destra le cui dita si muovevano prima dell’operazione ma, dopo, non rispondevano più. Non poteva usare la mano destra…

Allora, veramente, mi sono sentito disperato perché l’aver perso Christine, tua nonna, mi era quasi insopportabile ma il pensiero di tuo padre con una mano paralizzata… non sapevo come affrontarlo.

Fortunatamente incontrammo un medico (anche lui uno specialista delle ossa) a Parigi (dove siamo quasi subito tornati perché allora vivevamo tutti a Parigi) che, quando io proposi di portare Emanuele in America a farsi rioperare per tentare di riacquistare l’uso della mano, ci consigliò di pazientare per attendere che la mano fosse trattata con massaggi e stimolazioni elettriche. A suo parere, un trattamento del genere avrebbe dovuto favorire la riparazione naturale del nervo che comandava la mano e che ovviamente era rimasto offeso durante l’operazione.

Aveva ragione lui, tuo padre riacquistò lentamente l’uso della mano e, a parte una grande cicatrice sul braccio, e una ancora più profonda, irreparabile, nel suo cuore per la perdita di sua madre, non ha dovuto sopportare ulteriori conseguenze fisiche

 

 

– Tua nonna

 

Ti ho già raccontato come avevo conosciuto tua nonna Christine : a Cornell dove e lei ed io studiavamo. Io preparavo il mio Ph.D e lei studiava letteratura inglese come propedeutica alla sua “licence” francese in letteratura americana, che poi prese – poco prima del nostro matrimonio – alla Sorbonne. Ci siamo voluti molto bene….Quando lei tornò in Francia per finire i suoi studi e mi lasciò, solo, negli USA per finire la mia tesi , ci siamo scritti tutti i giorni! Purtroppo tutta la corrispondenza è andata distrutta…due lettere al giorno in direzioni opposte (una sua. una mia).

Probabilmente abbiamo fatto bene a distruggerle…Troppa passione…la lettura avrebbe potuto essere interpretata come “voyeurismo”….Resta, comunque, un ricordo struggente …

Tua nonna è stata per me la mia consigliera e tutrice malgrado avesse undici anni meno di me: aveva una eccellente capacità d’analisi dei fatti e del comportamento delle persone .

E stata la mia amante, con abbandono e senza complessi.

‘E stata la mia coscienza e un buon antidoto alla mia propensione a smussare gli “angoli” che incontravo nei miei percorsi di vita. Questa caratteristica mi è rimasta ma, grazie a lei, ho avuto sempre chiari, di fronte a me i giusti confini del compromesso .

E’ stata l’educatrice dei figli: io passavo a casa non più di cento, centocinquanta sere all’anno, il tempo era poco per occuparmi di loro (di tuo padre e di tua zia Mercedes) in profondità. Ma tutte le decisioni importanti erano prese assieme, per sua iniziativa.

’E stata la donna con cui mi sono pazzamente divertito…facendo cose interessanti, viaggiando e incontrando personaggi e facendo qualche fesseria assieme….niente di irrimediabile peraltro….

Eppure, sarà perché “tira più un pelo di f…. che cento para di bovi” (vecchio proverbio toscano volgare, ma puntuale, quanto altri mai) non posso certo dire di essermi lasciato scappare delle occasioni “esterne” quando mi si presentavano…Sono sempre “tornato a casa”, è vero, anche l’ultima volta quando la cosa venne “scoperta” e poteva finir male….. mi sono spesso lasciato tentare…… ed ho tentato io stesso.

Difficile da capire come una persona ragionevole, come –ritengo – di essere, si lasci andare per un qualcosa che – riflettendoci sopra – può essere piacevole quanto vuoi (e lo è ….) ma mai abbastanza da giustificare uno sconvolgimento di vita. Certo, l’innamoramento non ha età ma mi sembra un po’ troppo facile giustificare il proprio comportamento dietro un presunto inarrestabile potere dell’”Amore” con l’A maiuscola o….minuscola. Certo è che i miei sentimenti sono sempre stati violentemente condizionati dal fattore “sesso” che nella mia generazione (e precedenti) era stato fortemente represso, sopratutto nelle donne, dal fatto che, allora, la pillola non esisteva…..

 

.

La morte prematura e repentina di tua nonna aumentò in me il rimorso per un comportamento che ovviamente era colpevole e aumentò anche il dispiacere per la brevità del tempo lasciatomi per rimediare in qualche modo alle ferite lasciate nel suo cuore ; troppo tardi …non mi resta che augurarmi che negli ultimi anni si sia resa conto, comunque, della profondità del legame che mi univa a lei…

 

Certo è che per andarmi a trovare una moglie francese negli Stati Uniti, portarla con me (dopo la Nestlé a Vevey) in Italia (prima a Sansepolcro alla Buitoni, poi a Torino alla Wamar e, finalmente, a Genoa alla Saiwa) per poi riportarla nella sua città natale: Parigi,con la Nabisco, il destino ha scelto un cammino piuttosto tortuoso per l’evoluzione della mia famiglia…Peraltro così , in effetti, é cominciato il “ramo francese” Osti : con tua nonna, prima di tutto, unita a me che certo francese non sono e poi con tuo padre e tua zia Mercedes. Il “ramo” ora é affidato a te, Mathias e a tua sorella Olivia grazie alla “entrata in scena” di tua madre Cecile, vera francese anche lei, che tuo padre ha avuto la fortuna di conoscere e di meritarsi.

In Italia il nostro cognome si pronuncia accentuato (anche se l’accento non si mette) sulla prima lettera (Òsti) in Francia sull’ultima (Ostì) come se fosse scritto Ostie…ma, come ho già detto ha lo stesso significato di “Tavernier” (cognome ben diffuso in Francia) e non ha niente a che fare con l’ostia sia pure non consacrata…

 

-La mia fortuna con le donne : Penny

 

Quando penso di essere stato particolarmente fortunato nella mia vita, malgrado l’immenso prezzo pagato con la morte prematura di tua nonna, credo di aver ragione in quanto invece di restare solo dopo l’incidente che me la portò via, ho trovato Penny che non solo ha dimostrato di volermi bene ma ha reso quest’ultima metà della mia vita , serena, piacevole, piacevolmente movimentata e serenamente allegra.

Tua nonna Christine era molto amica, forse la migliore amica di Penny. Penny è nata Clive (Clive of India ) e ha fatto con tua nonna tutto il liceo e, poi, il “baccalaureat” nella scuola cattolica ( anche se Penny era ed è rimasta anglicana) dell’Assomption a Parigi ( detta anche“Lübeck” perché sita in “rue” Lubeck) . Restarono amiche anche dopo che Penny sposò (quando tua nonna era a Cornell negli USA dove ero anch’io) Robin Wood. Da lui ebbe tre figli (Henrietta, Amanda e Jeremy) gli stessi che oggi occupano le tre case che oltre alle due di tuo padre, rispettivamente, e di tua zia Mercedes, formano “Les Vergers des Valbelles” a Touques. Un’idea voluta e realizzata da Penny.

Nel 1975, come t’ho già raccontato, io venni spostato da Genova a Parigi per dirigere l’Europa della Nabisco. Robin lasciò il suo lavoro, nello stesso anno, per prenderne un altro in Francia, anche lui a Parigi dove ovviamente si spostò anche la sua famiglia..

L’amicizia tra Penny e tua nonna che con il rispettivo matrimonio, i figli, la residenza in paesi diversi, si era, forse, un po’ rarefatta, riprese, a Parigi, immediatamente.

Penny aveva traslocato, da Londra/Richmond con un cane, un labrador nero (Gemma) che poi fece coprire ottenendo otto cuccioli. Senza consultare Christine ma rispondendo all’entusiasmo di tuo padre e di tua zia Mercedes, allora bambini, promise loro un cucciolo : Paola, Labrador, bionao e amatissima da tutti noi che entrò   così nella nostra casa di Parigi ad Avenue Emile Deschanel. Tua nonna chiamava Paola, scherzando, “le cadeau empoisonné” di Penny. La presenza di un cane,abbastanza ingombrante, con due bambini per casa non le semplificava certo la vita.

Con la scomparsa di tua nonna, quindi, venne il problema di far fare dell’esercizio a Paola, cosa che per un labrador è indispensabile. Tuo padre era occupato a riprendere l’uso del suo braccio e tua zia Mercedes studiava.

Quindi nei week-ends esercitavo io Paola passeggiando lungamente con Penny nei vari parchi parigini : Marly, St Cloud od altri; belle passeggiate. Penny allora aveva già divorziato per incompatibilità di carattere da Robin. Presto si sviluppò tra noi qualcosa che andava al di là dell’amicizia affettuosa. Francamente io non vedevo la necessità di un matrimonio ma Penny – che ha una impostazione di vita molto “quadrata” – voleva “regolarizzare” la situazione.. e così fu. Ci siamo sposati il 3 Settembre del 1988 al municipio di Touques. E poi religiosamente, dopo la morte di Robin per un cancro, nella vecchia chiesetta in pietra di Verbier (village) il 26 luglio del 2000, testimoni (e sole persone presenti a quella semplicissima cerimonia a parte il prete che era il parroco di allora) mio fratello Gian Lupo e sua moglie Maria Grazia..

La migliore decisione da me presa nell’età matura è stata certamente quella di dividere la mia vita con Penny…. Senza Penny sarebbe stato un inferno, e non solo perché , senza mai essere gelosa di tua nonna Christine e della sua memoria (quando il (la) contendente – in un rapporto – è morto(a) è impossibile “vincere”) Penny ha saputo conquistare il mio rispetto e il mio amore ma anche la mia riconoscenza per come ha saputo gestire il suo rapporto coi miei figli (tuo padre e tua zia) assicurandosene l’affetto con un comportamento mai invadente ma sempre pronto e generoso. Che fortuna che ho avuto!

E con Penny, e attraverso di Penny, ho acquistato la più affettuosa delle suocere: : Viviane, sua mamma . Lei era nata Worms ed aveva sposato in prime nozze Robert Clive, padre di Penny, di sua sorella Jenny e di suo fratello Nicholas/Nicky . Lui era un discendente   “diretto” del fratello di “Clive of India”, George, il cui bellissimo ritratto (dipinto da Reynolds) con famiglia – e la “nanny” indiana – è alla Pinacoteca di Berlino.

Viviane aveva divorziato – Robert era “partito” con una delle sue migliori amiche – risposandosi (ma senza figli) con Monsieur Roche. Io conobbi quest’ultimo, Viviane, Nicky ancora molto giovane e Jenny – non ancora sposata con Jean Sevaux – quando tua nonna Christine, allora mia fidanzata, mi portò – al mio ritorno dagli USA, di passaggio a Parigi prima di rientrare in famiglia a Roma dai miei che non vedevo da più di tre anni – a casa Roche/Worms per presentarmi.

Viviane era una donna che aveva evidentemente sofferto e che quindi non ha avuto con Penny e gli altri due suoi figli un rapporto sempre sereno. Con me è stata più che perfetta; anche lei senza mai essere invadente ma sempre gentile, comprensiva, affettuosa.

Non voglio con questo diminuire il ruolo giocato nella mia vita da Geneviève Richard, tua bisnonna materna, ma il rapporto con lei fu certamente meno intenso di quello che ebbi con Viviane ( il cui vero nome era Marguerite, che non le piaceva…). Viviane che soffriva di insufficienza renale “tenne duro” sottoponendosi tre volte alla settimana a dialisi. Un vero strazio per lei, poverina, perché, passava tre mattinate quasi intere per settimana collegata alla macchina che ti “pulisce” il sangue . Così, peraltro, ha avuto il piacere di poter vedere nascere e crescere i primi due figli di Nicky suo figlio (Hyppolite e Theophile che è mio figlioccio), ma non ha conosciuto gli ultimi due. Non ha visto neanche te né, ovviamente, tua sorella. Peccato, mi avrebbe fatto piacere mostrargli che la vita continuava anche nella mia famiglia.

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Questo scritto potrebbe andare avanti ancora per molto ammesso, e non concesso, che mi se ne dia il tempo. Ma continuando così rischio spesso e volentieri di ripetermi visto che, è innegabile, gli eventi da raccontare si mescolano al passato che ho già raccontato….Meglio quindi, a questo punto, continuare a scrivere limitandomi all’evento, o all’argomento, descritto dal titolo del brano che scriverò.

 

Mia sorella Ornella

La ragione per la quale comincio con lei queste mia “Addenda” alla prima stesura dei miei ricordi é che Ornella è morta oggi 4 Febbraio 2010 dopo essere rimasta in coma quattro giorni. Il 31 Gennaio infatti, domenica scorsa, era andata all’Opera di Roma a vedere il “Falstaff” di G. Verdi e le amiche che erano con lei l’avevano vista assopirsi. Non riuscirono a svegliarla all’intervallo e constatato da un medico che mia sorella aveva avuto una ischemia (interruzione del flusso sanguigno ad una zona del cervello con conseguente interruzione delle facoltà ad essa collegate ) fu immediatamente trasportata in ambulanza all’Ospedale e sottoposta a Terapia Intensiva cioè attaccata a un respiratore, defibrillatore etc. Non ha più ripreso conoscenza e speriamo che non abbia sofferto visto che la zona del cervello interessata era quella più interna, quindi la più importante, da dove partono tutte le terminazioni nervose.

Non mi sembra male sentire  bella musica passando a “miglior vita”. Così diciamo in Italia, e speriamo sia davvero migliore… Nessuno ne è tornato per documentarcelo…

Ornella era la più vicina d’età a me, delle mie sorelle. Anche se aveva 85 anni compiuti contro i miei 78 nel 2009. Lei era nata nel 1924 io nel 1931, e di lei ho una bella fotografia presa a Mareson (nel Trentino) dove io sono nelle sue braccia su un prato. Si intravede una casa bianca che era attigua a quella affittata dai nonni del Bono che avevano preso con loro i quattro bambini Osti (Ninni, Tita, Lupo e, appunto, Ornella) mentre tua bisnonna Mercedes si preparava, a Milano, a dare alla luce (altra espressione italiana) tuo nonno che ti scrive. Una copia (Silvia mi ha dato molto carinamente l’originale che era in casa di Ornella) l’ho lasciata a te a Parigi.

Ornella, come potrai notare dalla fotografia era molto carina da bambina e restò piacente anche come donna. Tutt’altro che priva d’intelletto si è laureata in lettere  specializzandosi in Storia dell’Arte, studiando anche negli Stati Uniti dove, a New York, in un Istituto famoso di cui peraltro non ricordo il nome, ha passato diversi mesi. ‘E in quell’Istituto che incontrò Gustina Scaglia, americana, anche lei specializzata in Storia dell’Arte (lei ottenne un Ph.D.) che è entrata nella mia vita per le sue continue gentilezze nei miei riguardi ed in quelli di tua nonna Christine quando io stesso ero negli USA, a Cornell, per il mio Ph.D. e tua nonna lavorava al Modern Languages Department della stessa Università . Ci lasciava il suo appartamento quando lei andava dai suoi nel Massachussets. Potevamo così andare a New York, da Ithaca, dove è Cornell, per il week end o per le vacanze.

Ornella ha sempre avuto carissime amiche, nella maggior parte fedeli e capaci di vedere la sua buona natura e le sue buone intenzioni anche quando certi suoi giudizi, o “consigli”, venivano espressi con rude schiettezza rasentando l’offesa e spesso interpretati come tali, con conseguenti “raffreddamenti” e, talvolta, rotture.

E sì perché anche quando si è convinti d’aver ragione è bene presentare il proprio punto di vista “diplomaticamente”… Ornella lo faceva molto raramente. Non se ne faceva scappare una d’occasioni per esprimere giudizi, o dare consigli, non richiesti…. Tra i tanti “interventi” non richiesti ricordo in particolare una lunga lettera scrittami quando decisi di risposarmi con Penny, un anno dopo la morte di tua nonna Christine. Pensava che il mio dovere avrebbe dovuto essere quello di assistere al completamento dell’educazione dei miei figli e non  distrarmi in altre faccende… Risposi con una altrettanto lunga lettera  dicendo, in due parole, che a 58 anni, perché tanti ne avevo quando morì tua nonna, avevo di fronte a me un lasso di tempo da vivere abbastanza lungo (ero ottimista….ed avevo ragione di esserlo – dico oggi nel 2010!!) e tale da permettere di costruirmi una nuova vita. Aggiungevo che non ero assolutamente d’accordo di considerare l’ipotesi che Penny potesse influire negativamente sul mio rapporto con i miei figli. I fatti hanno dimostrato che Penny ha saputo costruire un rapporto molto positivo con loro ed è stata capace non solo di ridarmi la gioia di vivere ma di comportarsi in modo particolarmente affettuoso con loro conquistandosene l’affetto, ampiamente ricambiato. Alla mia lettera (dopo qualche mese di riflessione….) rispose “confessandomi” – aveva avuto modo di conoscere meglio Penny –  che avevo ragione io, dimostrando intelligenza ed affetto.

Tra le fotografie d’Ornella che richiamo alla tua attenzione é quella di lei in un lungo abito blu estivo.

Forse una posa un po’ teatrale ma Ornella amava le pose teatrali e questo è provato dalla fotografia di me ed Ornella, ancora ragazzina, con nostra madre a Castiglioncello nel 1937, o 38, dove Ornella “posa” con la testa reclinata sulla spalla di sua madre (tua bisnonna) e un gran sorriso, molto telegenico…Grande, elegante ed attraente, dotata di una incredibile “erre moscia” , con una “andatura” un po’ ondeggiante, da cavallo di razza,sempre con cappelli (erano, i cappelli, il suo “lusso” preferito ed aveva certamente “une tète à chapeau”), non poteva passare inosservata  Altra fotografia da vedere quella in strada con Ada Centurini Nelson….tutt’e due “incappellate”, tutte e due degne d’attenzione e coscienti di esserlo.

Di Ornella ricordo l’ottima cucina  (l’ultimo pranzo da lei offertomi fu il Venerdì precedente la sua ultima Domenica all’Opera di Roma….) anche se le esperienze del passato, in materia gastronomica, non m’avevano certo entusiasmato…Una volta infatti, ancora ragazzino (diciamo verso i miei quattordici anni), i miei genitori (tuoi bisnonni) in partenza per un viaggio mi affidarono a lei quando  le sorelle maggiori e mio fratello Lupo erano assenti e, non ricordo per quale ragione, eravamo anche completamente privi di “aiuto domestico”. Mangiai minestra per una settimana di seguito, ad ogni pasto… mattina e sera. Il guaio è che la minestra, buona agli inizi, diventò infame alla fine visto che, per ogni pasto, la quantità iniziale veniva ripristinata da una equivalente aggiunta d’acqua…..

Peraltro era lei che era capace di rifarmi la “caponata” di melanzane come la faceva mia madre (è una ricetta siciliana ma mia madre l’aveva adattata ….con successo)… a mio avviso deliziosa , tra le cose migliori della cucina italiana.

Purtroppo non è stata fortunata in amore (come tutte le mie sorelle) visto che suo marito,Marco Francisci di Baschi, quando ancora lei “aspettava” Silvia, l’aveva “tradita”e lei lo aveva scoperto in flagrante . Così, fatta una bella scenata, prese l’aereo col figlio Francesco bambinetto ( e, nella pancia, Silvia…) e tornò a casa Osti a Roma. Lui la lasciò andare e non cercò di riprendersela anzi…incontrò la figlia (Silvia) che non aveva mai visto prima, solo dopo diversi anni dalla nascita….  Marco, diplomatico, era, allora, un funzionario della  delegazione italiana all’ONU poi arrivò ad essere il primo Ambasciatore italiano in Cina quando anche l’Italia “riconobbe” la Repubblica Popolare Cinese.

Chissà, se Ornella fosse stata meno rigida nella sua reazione,  “in attesa di tempi migliori”, le cose tra lei e Marco avrebbero  potuto rattopparsi…

Ornella credo abbia accettato pochi “compromessi” nella sua vita e certamente non con suo marito.

Mi manca molto anche se, il fatto di avere serissimi problemi di vista che la avevano resa quasi ceca, la portava, credo, a non sentirsi particolarmente motivata a continuare a vivere…

 

 

 

 

 

Un contributo di Lupo mio fratello alla “storia della famiglia Osti”

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Siamo a Marzo 2010 e Lupo mi ha inviato un “contributo” suo alla storia della famiglia Osti.

Debbo precisare il significato della “storia del Franco Svizzero”. Pare dunque che quando a mio zio Alberto Osti fosse stato domandato perché aveva chiamato il suo primo figlio da Jolande Dunant sua seconda moglie, “Giorgio” egli rispondesse che lo aveva fatta in omaggio al nome del suocero. Aggiungeva però che in effetti lo avrebbe voluto chiamare Franco. “Ma perché Franco? Non è nome di famiglia né tuo né di Jo”

“Eh,Eh” rispondeva “Franco Svizzero”….sottolineando così il fatto che Jo (Jolande) era svizzera e ricca.

Ecco qui di seguito il testo della e.mail di Lupo

 

La data è: 5 Marzo 2010.

Eccoti il testo di cui abbiamo parlato al telefono. A parte la storia di Franco Svizzero, fra i chiarimenti chiesti dai figli, c’è anche la richiesta del  perché io non abbia parlato delle ricerche fatte dallo zio Anselmo che avrebbero portato l’origine della famiglia Osti indietro nei secoli, alla guarnigione lasciata nel XIII° secolo da Federico II° a Borgo Valsugana per garantirsi l’accesso in Italia, e a una presunta nobiltà. Ho risposto che non l’ho fatto perché a me non risultano prove di tutto ciò. Mi ricordo che il commento di nostro padre (o forse dello zio Alberto) fu “povero Anselmo, desiderava talmente trovare nobili ascendenze che il prevosto di Borgo Val Sugana lo avrà voluto accontentare” (le ricerche dello zio Anselmo si erano basate sull’Arciprete di Bazzano e sul prevosto di Borgo VS).

Le cose sicure ( confermatemi da Dimitrios Georgiou Osti, figlio ancora ventenne  di una Osti di Bazzano che fa l’avvocato a Bologna e ha aggiunto il nostro cognome al suo con tutti i crismi della legge) sono che un Osti di Borgo Valsugana andò all’Università di Bologna nel 1700 e si sposò con una di Bazzano. A Bazzano ci sono nostri lontani cugini (il ns. ramo si è separato prendendo residenza a Bologna dopo le guerre napoleoniche) ed esiste ancora una farmacia Osti di cui è titolare il dott. Piero Osti (la cui moglie mi scrisse a proposito delle peonie anni addietro). L’unica persona illustre della nostra famiglia è il prof. Giuseppe Osti che in un libro di quando studiavo giurisprudenza era definito uno dei fondatori del moderno diritto civile italiano. Era professore all’Università di Bologna e cugino in 3° o 4° grado di nostro nonno.

Quando lo zio Anselmo scoprì questa parentela gli scrisse una lunga lettera dicendo che dovevano riprendere i vincoli familiari etc. etc. In risposta ricevette una lettera cortese nella forma ma gelida nella sostanza: confermava la parentela ma concludeva che erano vissuti tanto bene senza frequentarsi e non vedeva ragione per innovare. Giuseppe Osti godeva di largo prestigio, mi ricordo che dando gli esami molti professori mi chiedevano di lui. Seppi così che sua moglie era la figlia di un altro professore e rettore dell’Università di cognome Venezian o Veneziani, di Trieste e volontario nella I° guerra mondiale , decorato di Medaglia d’Oro al VM. Personalmente mi accontento di provenire da una famiglia che frequenta l’università da 3 secoli. Volersi adornare delle penne del pavone è il modo sicuro di rendersi ridicoli. Questo è quanto dico ai miei figli .

Ho fatto questo sforzo visto che tu mi dici che vuoi scrivere della nostra illustre famiglia per tuo nipote Mattia (Mathias) e ti confermo che ti invierò copia del lo stemma che il lontanissimo cugino italo-greco dice di avermi inviato pochi giorni fa nonché copia del diploma della nomina ad alfiere del nostro, trisnonno o quadrisnonno? Anzi quando avrai completato il tuo scritto se me ne mandi copia mi farai un favore.

Esausto chiudo

 

 

 

I NONNI OSTI E LA FAMIGLIA OSTI

 

Oggi, 13 febbraio 2010 sono passate esattamente due settimane dall’ultima volta che ho parlato con mia sorella Ornella. Ornella un po’ di tempo fa, al suo ritorno da Parigi (forse avendo convissuto con Mercedes e la famiglia di Emanuele pensò che la seconda generazione dei nostri nipoti non potesse crescere senza alcuna nozione dell’importantissima!! famiglia di cui portano il nome) aveva deciso di registrare le nostre memorie d’infanzia. Chiese aiuto anche a me perché non si ricordava bene alcune canzoni e così andai da lei un pomeriggio e registrai anch’io i miei ricordi al riguardo. Bisogna dire che con Ornella ci trovavamo d’accordo in moltissime cose, fra cui nell’essere molto soddisfatti dell’educazione ricevuta nella nostra giovinezza. Ninni, Tita ed io stesso eravamo nati “a ruota”, Ninni nel 1918, Tita nel ’19, io nel ’20 , eravamo molto uniti. Ornella e Cicci rispettivamente a 4 e 11 anni da me, col passare degli anni si aggregarono senza problemi. Non ci scambiavamo certamente smancerie, “non dir cretinate” era un complimento che veniva scambiato frequentemente e ogni nostra debolezza veniva aspramente messa in rilievo, però stavamo assieme volentieri: ci divertivamo assieme, questo è innegabile. Anche a vent’anni una serata con le sorelle a discutere e a tagliarci i panni addosso la preferivo spesso ad uscire con amici ed amiche (Cicci evidentemente entrò a far parte a pieno diritto del nostro gruppo più tardi.).

Ritengo, dunque, che Ornella pensasse che fosse importante ed utile che i nostri nipoti e pronipoti conoscessero l’ambiente in cui ci eravamo formati e cresciuti. Aveva praticamente concluso i suoi ricordi e, rileggendoli, aveva notato che aveva trascurato i nonni Osti e mi chiese quindi di integrare le sue note con i miei ricordi. Gli dissi che sarei passato da lei. E, visto che non è più possibile scrivo i miei ricordi in proposito che passerò a Silvia perché li aggiunga ai ricordi dettati da Ornella.

 

Dirò subito che i nonni materni hanno giocato indubbiamente nella nostra infanzia un ruolo molto più importante di quello dei nonni Osti. I motivi di ciò si comprenderanno facilmente leggendo queste note. La famiglia di nostro padre Arrigo Lorenzo era composta dai genitori Annibale e Maria Bonvicini e dai fratelli Aldo, Anselmo, Anna e Alberto. Nostro padre era nato fra Anna e Alberto. Un altro fratello, Lorenzo era morto in giovanissima età. Nostro bisnonno Adamo era laureato in medicina ma non aveva mai esercitato la professione. Era non certo ricchissimo ma le campagne che possedeva gli assicuravano una vita confortevole. Adamo morì quando Annibale aveva poco più di vent’anni. Annibale aveva fatto il militare come ufficiale di complemento. Era una persona prestante, alto, di bella presenza, riusciva bene in molti sport e ispirava simpatia. Entrato in possesso dell’eredità paterna si diede alla vita brillante. Si racconta che avesse un barroccino con una pariglia di cavalli considerata fra le migliori di Bologna dove risiedeva. In poco tempo dissipò l’eredità paterna ed allora i suoi amici si diedero da fare per aiutarlo. Anzitutto venne fatto entrare nell’Esercito come ufficiale in servizio permanente effettivo. Poi gli venne trovata una moglie ricca, appunto Maria Bonvicini, figlia unica con una dote consistente, a quel che mi è stato detto, in due blocchi di edifici in una delle strade principali del Centro di Bologna, nonché qualche podere e una casa di campagna sui colli del pre- Appennino.

Debbo dire che nostro padre non ci ha mai parlato dei suoi genitori e della sua vita famigliare. Sono convinto che la sua giovinezza in famiglia non sia stata felice. I nonni paterni ebbero numerosi figli come già detto ma sembra che il comportamento di mio nonno fosse ben lungi dall’essere esemplare. Secondo lo zio Vittorio (Moroni. marito della zia Anna) Annibale sembra abbia finanziato (naturalmente coi soldi della dote della moglie) per diversi anni un balletto da café chantant, ma lo zio Vittorio col quale abbiamo passato con Cicci, assieme a nostro cugino Aldo (che poi aggiunse il cognome Guerrazzi ad Osti in quanto la madre era l’ultima dei discendenti di Francesco Domenico, Dittatore della Toscana prima dell’unione col Regno d’Italia) molte giornate divertenti, non era persona pienamente affidabile. Comunque dissipò allegramente anche i soldi della moglie e l’ultima botta pare la diede quando, congedatosi come colonnello dopo la I° guerra mondiale, si diede agli affari investendo in Germania e comprando, sempre secondo quanto dettomi non ricordo da chi, una miniera di carbone che aveva esaurito le sue riserve da tempo. Con la pensione da Colonnello allora non c’era da scialare, pertanto i figli si riunirono ed Alberto si prese in casa Annibale e mio padre si prese la nonna.

 

Va detto subito che le quattro nuore, Maria Giambruni, vedova di Aldo, capitano dei granatieri, morto in Libia nel 1911, Rosita Marini, moglie di Anselmo, un’infermiera, una bravissima donna – che mia nonna non aveva mai neanche voluto conoscere considerando questo matrimonio una mesalliance(!) – nostra madre Mercedes del Bono, la zia Mariolina Guerrazzi, moglie di Alberto, non avevano buoni rapporti con la suocera. In effetti lei aveva, così mi è stato detto, un carattere molto rigido e formale. Era religiosissima e a casa dei nonni Osti quando ancora avevano buone possibilità economiche, il confessore della nonna era sempre presente. La zia Mariolina sembra si fosse rifiutata di prenderla in casa e quindi venne da noi che in quegli anni (1928-1929) stavamo a Milano. Comunque la nonna, arrivata a Milano, a quanto mi disse mia madre, come prima cosa le disse ”io sono abituata che alle 8 di mattina prendo il caffè e alle 9 prendo il tè etc, etc.” Mia madre le rispose che, la signora sarebbe stata servita dato che lei era abituata a fare la serva. Questo fu l’inizio e a mio padre non fu necessario molto tempo per capire che la situazione non poteva reggere. Si trovò di nuovo coi suoi fratelli e decisero di mettere padre e madre in una casa di riposo di suore belghe, sempre a Roma oltre San Giovanni, con un grande parco, dove ogni domenica mattina, quando andammo ad abitare a Roma, andavo con mio padre a trovarli. Non è che la cosa mi entusiasmasse ma siccome non mi piaceva neppure andare alle riunioni dei Balilla non avevo vie di scampo. Anche nel tempo che nostra nonna abitò con noi non ebbi praticamente rapporti con lei, probabilmente influenzato dai rapporti con mia madre, anche se questa mi raccontò dei suoi rapporti con la nonna quando credo avessi già superato i 40 anni. A parte mio padre, l’unica persona che avesse confidenza con la nonna era nostra sorella Ninni , non ho mai capito perché. (Nota di Aldo/Cicci : si chiamava Anna Maria, come la nonna…)

A questo punto forse devo dare un mio giudizio su questi nonni. Il nonno ne aveva fatte di cotte e di crude eppure era simpatico a tutti. La nonna poverella aveva ingoiato tutta la vita pillole amare ma non godeva di nessuna simpatia. Aveva un carattere rigido, formale e molto conformista, in definitiva credo fosse molto noiosa. Per definire mio nonno basteranno due aneddoti: una volta già a Roma alla fine degli anni ’30, scesi da mia nonna materna e vi trovai una signora dell’età di mia nonna che poi seppi essere la Principessa Soragna, un’amica di Parma. Mia nonna mi presentò: “Questo è mio nipote Lupo Osti”. “Osti, parente del Colonnello Osti?” “Sì è suo nipote” “Ah, il Colonnello Osti….Un bel gallustron!” Quel gallustron definisce bene nostro nonno paterno. Un altro particolare che lo descrive è che, come già detto, lui si mangiò in allegria i suoi soldi e quelli di sua moglie e dovette essere parzialmente aiutato negli ultimi anni dai figli.. Peraltro scrisse quello che non so se lui stesso o i suoi figli chiamarono “l’ultimo vale”, una lettera testamento, in cui diceva che un nome onorato, una sana costituzione e una buona educazione sono la migliore eredità per chi resta e danno la più sicura tranquillità a chi lascia. Per non tralasciare nulla va detto che negli ultimi anni restò completamente cieco (distacco della retina?macula?) e comunque restò sempre di buon umore, senza mai lamentarsi. Forse è proprio la sua prestanza fisica e l’essere sempre ben disposto e di buon umore che lo rendevano simpatico alla gente.

 

Mia madre era molto amica della cognata Maria Giambruni, in effetti era anche lei di Parma ed è attraverso di lei che mio padre incontrò mia madre quando andò all’Accademia Navale di cui mio nonno del Bono era il comandante.   Era divenuta anche amica della zia Mariolina, moglie dello zio Alberto, che abitava a Roma in via Tre Madonne vicino a noi e si vedevano spesso. Era anche in ottimi e più che amichevoli rapporti con la zia Rosita nonché con la zia Anna, sorella di papà, nella cui casa a Castiglioncello passammo un’estate. Poi per vari anni prendemmo in affitto una casa vicino alla loro per le vacanze d’estate.

 

I fratelli di papà: lo zio Aldo lo conosco solo in fotografia, in particolare da quella in cui entra in Tripoli alla testa del 1°Regg.to Granatieri (lui comandava la prima compagnia) Oltre alla vedova, che chiamavamo zia Maria grande (era alta anche lei) per distinguerla dalla zia Maria moglie dello zio Gianni, fratello di mamma, lasciò due figlie ambedue più grandi di noi. La prima Pierina, una carissima cugina, buona come il pane, che mi riforniva di sigarette quando avevo 13 anni . Non si è sposata ed è morta qualche anno fa. La seconda Luisa ,morta anche lei, credo fosse nata proprio nel 1911, e sicuramente era viziata dalla madre. Completò i suoi studi in una università USA, cosa allora nient’affatto usuale e credo fosse una delle pochissime studentesse dell’Università di Roma che girasse sulla sua automobile.. Abitavano una bella casa in via Gregoriana: la terrazza aveva una vista spettacolosa, come quella del Pincio. Avevano anche una villa a Tivoli- Quintiliolo nel cui giardino c’erano i resti della Villa di Quintilio Varo con una bella vista sulle cosiddette cascatelle e sulla campagna romana. Luisa sposò il prof. Giuseppe Chiarelli che divenne anche presidente della Corte Costituzionale. Era il classico notabile meridionale (la famiglia era di Martinafranca, vicino a Taranto). All’epoca dei miei anni alla Terni mi chiese come mi trovavo ed io mi lamentai degli intoppi e degli intralci che mi venivano posti nel lavoro. Il suo commento fu: meglio avere impicci come amministratore delegato che come impiegatuccio o operaio. Hanno lasciato un figlio Raffaele professore anche lui all’Università. Quando gli chiesi di che fosse professore mi rispose “di diritto ereditario” chiara allusione al come fosse andato in cattedra. Politicamente è trotzkista, una persona indubbiamente originale.

 

La zia Anna non ha avuto figli ed è stata un’ottima zia. Ho passato molto tempo in casa sua a Castiglioncello, un posto dove ho trascorso delle estati che ricordo con piacere. Lo zio Anselmo, medico, era un uomo per benissimo. Come medico aveva moltissimi clienti che curava gratis e quindi non credo abbia mai goduto di larghe disponibilità finanziarie ma mi è capitato di incontrare a Roma diverse persone molto semplici suoi pazienti (gratis naturalmente) e tutte lo rimpiangevano e ne cantavano le lodi. In casa i suoi fratelli parlando di lui dicevano spesso “povero Anselmo”. Ad esempio quando lui pubblicava dei suoi libretti di poesie (mi ricordo di un melologo sacro!) a sue spese “povero Anselmo, chi vuoi che compri le sue poesie!”.

 

Lo zio Alberto era colonnello di Stato Maggiore ed un brillante ufficiale dei Granatieri. Era stato comandante di plotone e poi ufficiale di compagnia del principe ereditario (Umberto II di Savoia, il “re di Maggio” perché fu re solo per un mese, dall’abdicazione del re suo padre, Vittorio Emanuele III al 2 Giugno 1946 data del referendum che proclamò la Repubblica Italiana) e gli era rimasto molto devoto. Tornati dall’internamento in Germania, alla fine dell’ultima guerra, portammo al principe la bandiera del Reggimento Piemonte di cui lo zio era il Comandante e restammo a colazione con lui al Quirinale .

Lo zio Alberto ebbe tre figli il primo Aldo detto Pupi, rimase orfano della madre più o meno a otto anni e a casa nostra veniva considerato un fratello perché era sempre per casa. Ebbe poi altri due figli Giorgio e Umberto dalla seconda moglie Jo Dunant di Lucerna. Questo secondo matrimonio gli agevolò l’esistenza, dopo che diede le dimissioni dall’esercito. Ma durò poco, 5 o 6 anni perché delle vecchie ferite ai polmoni, lascito della I° guerra mondiale, degenerarono. Con lo zio avevo un rapporto quasi cameratesco. Era una persona simpatica e divertente, credo avesse preso dal nonno Annibale.

FINE DEL “CONTRIBUTO” DI LUPO

Fin qui il “contributo” di Lupo che non differisce tanto da quanto io ho detto già. Preciso peraltro che quando Lupo, mio fratello, parla di internamento in Germania si riferisce al periodo dal Settembre 1943 all’estate del 1945 che lui stesso e lo zio Alberto passarono per un lungo periodo nello stesso campo di prigionia. Tutti e due infatti erano nelle truppe italiane di stanza in Grecia Mio zio colonnello era il comandante, come detto da Lupo, del Reggimento di Fanteria Piemonte, mio fratello, tenente, era ad Atene ufficiale di collegamento col Comando Tedesco.

 

 

 

“Ritratti”e “Fatti”

A questo punto, come ho già accennato parlerò di fatti, o periodi precisi della mia vita e traccerò ritratti di persone che hanno particolarmente influenzato la mia vita.

 

I Pontecorvo

 

Ho già accennato brevemente, nello scritto precedente, a come la Famiglia Pontecorvo entrò nelle mia vita. Ne parlerò ancora perché tutta quella famiglia, ed in particolare il padre Mariano, hanno influenzato il mio modo di pensare ed i miei comportamenti nella mia età “matura”.

Tutto cominciò, ripeto, da quando Sabato Pontecorvo, raccomandatoci da parenti suoi che erano stati “per casa” di mio nonno Alberto del Bono, allora Ammiraglio a Napoli, arrivò a via Michele Mercati come “attendente” di mio padre. In teoria era attendente di mio zio Ernesto Lupi che, da Ammiraglio, ne aveva diritto a due. Uno c’era già e “attendeva”, appunto, casa Lupi che, allora ,occupava l’appartamento ora occupato da Silvia Culasso Francisci; l’altro, superfluo ai bisogni di casa Lupi, venne, appunto, passato dagli zii Lupi a noi che pur avendo già due persone di servizio (la Ginetta e l’Elvira), per essere decisamente una famiglia numerosa (anche se Lupo ed anche mio padre erano fuori casa, in Grecia, occupata allora dagli italiani), poteva certamente fare buon uso di un altro paio di braccia. L’”attendente” infatti non aveva altro scopo che d’essere il “maggiordomo/cameriere/cuoco” dell’ufficiale che “attendeva”. Allora non c’erano né lavastoviglie né lavatrici meccaniche. Noi avevamo un frigorifero, marca FIAT, ma ricordo benissimo, precedentemente a questo acquisto “epocale” (ben nella seconda metà degli anni trenta) l’arrivo del ghiaccio ogni mattina, in grosse “stecche” che poi venivano ridotte a dimensioni più maneggevoli per essere disposte nelle “ghiacciaie”, specie di armadietti di legno ricoperto, all’interno, da lastre di metallo zincato. Anche l’aspiratore veniva usato di rado in quanto poco maneggevole per le grandi dimensioni degli apparecchi d’allora (si era allora ben lontani dalla miniaturizzazione d’oggi, le radio, che non avevano transistors ma “valvole” erano grandi almeno quanto un forno a microonde d’oggi). I pavimenti venivano scopati tutti i giorni, a mano,…i letti rifatti completamente ogni mattina (dopo aver “arieggiato” coperte e lenzuola sul davanzale della finestra)…tutto era fatto, pulito, trattato, rammendato, lavato, stirato ….a mano. Il primo “apparecchio” domestico fu la macchina da cucire Singer (prima a mano e poi “a piede”) che venne migliorata e rilanciata sul mercato italiano, con motore elettrico, da Borletti (“Borletti punti perfetti” diceva lo slogan pubblicitario).

Non credo che oggi un ufficiale abbia diritto ad uno – e meno ancora – a due attendenti….chissà forse gli altissimi gradi….

Mio padre, da capitano di fregata aveva, anche lui un attendente : si chiamava Gino Petrelli ed era fratello del Renato Petrelli che era, appunto, l’attendente “titolare” di mio zio ammiraglio Lupi. Mio padre se lo portò in Grecia dove, purtroppo, Gino morì in un incidente automobilistico nelle vicinanze di Patrasso dove mio padre era stato destinato dalla Marina Italiana come Aiutante Maggiore dell’Amm. Marenco che era il comandante di quell’importante porto greco occupato dagli italiani. I Petrelli erano molto legati alla nostra famiglia in quanto uno zio di Gino e Renato, Augusto Petrelli era stato attendente di mio nonno l’ammiraglio del Bono e continuò a “bazzicare” casa nostra, e soprattutto quella di mia nonna Adelina del Bono (l’ammiraglio del Bono, mio nonno morì pochi giorni dopo la mia nascita, nel 1931) al pianterreno di via Michele Mercati 17/17A. Così usava allora. Il personale di una “casa signorile” continuava a frequentarla anche perché un possibile “impiego nell’Amministrazione di Stato, o altro, era ottenuto dopo il “servizio” nella famiglia che “raccomandava”. Né più né meno di quello che già succedeva in epoca romana dove ogni famiglia “importante” aveva un certo numero di “clienti” – così li chiamavano i Romani – che “dipendevano” dalla famiglia.

Dunque Sabato venne a Roma, da noi, ben contento di evitare i pericoli, senz’altro minori di quelli che avrebbe incontrato se si fosse imbarcato su una delle unità della flotta italiana che usciva poco, è vero (nella seconda guerra mondiale era quotidianamente condizionata dalla penuria di carburante), ma quando usciva veniva regolarmente fatta a pezzi per l’enorme vantaggio che avevano i nostri avversari inglesi visto che avevano il radar…noi italiani navigavamo “a vista” come ai tempi di Cristoforo Colombo….

Sabato (Pontecorvo) aveva certamente nostalgia di casa e non soltanto, visto che era fidanzato, anche se non ufficialmente, con Maria (splendida ragazza di Sorrento) che poi sposò e che, oggi, vive con lui a Sorrento (purtroppo è morto verso la fine dell’anno 2010  e Maria qualche anno dopo).La sera si accucciava sui gradini delle scale che portavano al piano superiore (ho già raccontato che il nostro appartamento, a via Michele Mercati, era un “duplex”) che, grazie alla caldaia del riscaldamento immediatamente sottostante, erano piacevolmente tiepidi e leggeva, e rileggeva, le lettere della Maria….si levava le scarpe e si massaggiava i piedi. Per lui le scarpe erano un supplizio visto che – come tutti coloro che lavoravano la terra (soprattutto ad agrumi) a Sorrento, allora, sul lavoro girava a piedi nudi. Alla fine della giornata di lavoro (nel “giardino” così chiamavano la proprietä che coltivavano) i piedi venivano accuratamente lavati ed asciugati ed – a meno di “scendere” in città – si usavano gli zoccoli, non le scarpe. Certamente non si indossavano le scarpe dalla mattina alla sera come facevamo noi “cittadini”…

Sabato restò con noi fino alla liberazione di Roma da parte degli alleati, cioè fino a metà ’45 inoltrato e usciva di casa, durante l’occupazione tedesca, soltanto per andare dal parrucchiere… una volta al mese. Riuscì così ad evitare di “continuare la guerra” coi “repubblichini”, a fianco dei tedeschi, o peggio.

Tornato a Sorrento offerse, come segno di gratitudine a mia madre, di prendermi in casa sua per il periodo delle vacanze scolastiche. All’inizio trattandomi come un “principino”con la mia stanza “prestatami” dai proprietari nella casa padronale (a via S. Antonio 2) e poi, negli anni successivi, visto che m’ero completamente ambientato, in una stanza di casa sua – ben più modesta . In un letto matrimoniale, nella stessa stanza dormivano Peppeniello (Giuseppe) Taturiello (Salvatore) e Michele tutti e tre fratelli di Sabato (Michele deceduto pochi anni fa, siamo nel 2010).

Ricordo poco del primo anno….é certo che la vita che conducevo a Sorrento mi piaceva molto anche perché tutti i Pontecorvo si facevano in quattro per “sdebitarsi” dell’”ospitalità” offerta dalla mia famiglia ad un loro membro. Mariano, il padre, mi portò a visitare Capri ; Michele mi portava con sé a caccia di quaglie a Punta Campanella e altrove e mi insegnava come usare i “richiami”. Erano quaglie catturate con le reti sulle colline attorno a Sorrento che accecate – con un filo di ferro rovente, ora proibito da anni – e rinchiuse in una gabbietta col “tetto” di tela per evitare che la quaglia saltando, come fanno tutte le quaglie – che non hanno coda – per “spiccare il volo”, si rompesse la testa. I richiami servivano ad attirare le quaglie che trasmigravano a milioni dall’Africa dalla fine di Luglio a Settembre inoltrato. Così, attratte dal canto dei richiami, “atterravano” vicino al capanno (il “pagliarulo”in dialetto napoletano) dove noi avevamo passato la notte (per tenere i richiami sempre svegli) e dove, poco dopo l’alba, venivano scovate, “puntate” ed “alzate” dai cani per finire – nella maggior parte dei casi…ma d’ogni tanto “spadellavamo” – impallinate dai nostri fucili.

Il capanno fu anche il luogo da dove non soltanto si tenevano svegli i “richiami” ma dove si “ricevevano” visite da parte di fanciulle amiche o conoscenti di Michele e Peppeniello…tra le mie primissime esperienze.

Continuai a frequentare casa Pontecorvo fino alla mia laurea (1954) e dopo. Facendo, infatti, Agraria a Portici (Università di Napoli) mi era facile e comodo andare a Sorrento colla Circumvesuviana. Sorrento, allora, era già sviluppata come meta turistica ma nulla in confronto alla Sorrento di oggi dove treni, pullman (l’autostrada è vicina) e vaporetti da Napoli scaricano troupes di turisti vocianti. Il mare è inquinato, il traffico intensissimo i ristoranti non tutti proprio all’altezza.

Ai miei tempi, col finestrino aperto, agli inizi della primavera entrava nello scompartimento del treno il profumo dei fiori d’agrumi e si viaggiava tra “giardini” (così si chiamavano allora gli agrumeti, come ho appena detto) lussureggianti tenuti come – e meglio – di un vero giardino, ordinatissimi. E poi allora la concorrenza di oggi degli agrumi spagnoli, marocchini, israeliani o, addirittura, sud-africani, con un ciclo vegetativo ovviamente diverso stagionalmente – per la latitudine dei luoghi da dove provengono – non esisteva.

Gli agrumi siciliani occupavano indisturbati la quasi totalità del mercato italiano.

Perciò gli agrumi (soprattutto i limoni) di Sorrento venivano coltivati specialmente per arrivare sul mercato nella tarda primavera/estate quando quelli siciliani erano esauriti. I “giardini” infatti erano tutti coperti, all’autunno inoltrato, da pergolati sui quali venivano stese delle “pagliarelle”. Erano queste come delle “stuoie”, rigide, formate da paglia lunga trattenuta da una doppia cornice – inchiodata questa – di rami di nocciolo divisi in due Duravano un paio d’anni al massimo. Quindi una delle mansioni più ripetitive del contadino, a Sorrento, era quella, ogni anno, di costruire le nuove pagliarelle che sostituivano quelle consunte, a rotazione, o comunque rovinate dalle intemperie. Sulle pagliarelle infatti agivano pioggia vento, grandine, se ne veniva, che aveva un effetto particolarmente distruttivo ma non arrivava a danneggiare né piante né frutti impedita, appunto, dalle pagliarelle. Queste ultime erano – alla posa – legate con dello spago al pergolato costruito verticalmente e orizzontalmente con pali ricavati dai castagneti che ombreggiavano molte delle colline attorno a Sorrento. Sotto le pagliarelle gli agrumi (soprattutto limoni) non prendevano sole così maturavano molto più tardi spuntando sul mercato prezzi interessanti e remunerativi. Né, come ho detto c’era da temere l’arrivo degli agrumi da Israele (che era appena nato, nel 1948) o dal Marocco. I trasporti costavano molto di più e non erano organizzati come lo sono oggi.

In inverno, osservando Sorrento dalle colline attorno, si aveva l’impressione di vedere una enorme “piazza” coperta da stuoie. Tutto il terreno – a parte le case – era coperto, infatti, dalle pagliarelle. Attraverso di esse spuntavano gli alberi di noci (le noci di Sorrento sono reputate le migliori d’Italia) e quelli d’olivo, lasciati crescere maestosi e altissimi. Sui pali verticali dei pergolati s’arrampicavano anche le viti, cosicché lo spazio era tutto occupato dalle coltivazioni non solo al suolo ma anche, direi, in altezza…

Gli agrumeti (dovrei dire i giardini…) di vecchio impianto erano piantati irregolarmente quindi le distanze tra una pianta e l’altra erano variabili. Quelli di impianto più recente seguivano uno “schema” assolutamente geometrico il che facilitava enormemente il lavoro di raccolta, potatura e trattamento contro i varii parassiti ed anche la concimazione. Ogni pianta aveva uno spazio ricavato con la zappa attorno al tronco, ma non direttamente contro il tronco per evitare “bruciature”, che serviva a ricevere il concime. Quello usato dai Pontecorvo era soprattutto di origine umana. Sorrento non aveva fognature. La toilette di casa Pontecorvo (e più o meno anche quella nella casa dei proprietari) erano degli sgabuzzini con un buco praticato in una specie di sedile “a muro” che comunicava direttamente con la cloaca sottostante dove il contenuto fermentava allegramente…il fetore era quasi insopportabile ma ci si abitua a questo ed altro ed io ringrazio i Pontecorvo anche di questa esperienza.

In inverno le cloache (una dei Pontecorvo l’altra della casa dei proprietari) erano vuotate e il contenuto sparso nel giardino attorno a ciascuna pianta. Un lavoro immane ma, diceva Mariano Pontecorvo, le feci e l’urina umane costituivano il miglior fertilizzante…

Mariano aveva avuto, da Francesca sua moglie, dieci figli ma solo sette erano viventi quando io arrivai, nel 1945, a via Sant’Antonio due.

Nell’ordine Maria, Sabato, Michele, Taturiello (Salvatore), Peppeniello (Giuseppe), Teresa e Lenuccia (Elena).

Due dei figli vennero mandati all’Istituto Nautico di Piano di Sorrento : Michele che diventò Comandante con la “Fratelli d’Amico”cominciando la sua carriera con questo armatore grazie ad una “raccomandazione” di mio padre che li conosceva bene in quanto avevano gestito , per qualche anno, la sola nave posacavi della flotta mercantile italiana del dopoguerra.  E qui faccio una parentesi…abbastanza lunga…)

Mio padre che dirigeva tutto il lato tecnico dell’Italcable ebbe modo di usare la nave per rifare, alla fine della guerra, tutta la rete di cavi sottomarini che costituivano, allora, il patrimonio della Società. L’Italcable vendeva al pubblico un efficientissimo servizio di comunicazione via capo ed etere – ricordo i “Telegrammi Lampo”-  con relativo recapito attraverso fattorini in bicicletta, e una rete di telefonia intercontinentale sopratutto via cavo.Allora non c’erano ancora i satelliti che hanno reso la telefonia via “radio” altrettanto – se non più efficiente ma comunque la Italcable, sopratutto nei suoi primi anni di esistenza fece concorrenza alla Marconi prima di tutto per il fatto che la maggior parte delle trasmissioni avveniva via cavo ma poi anche perché, agli inizi sposò la metodologia sponsorizzata da Telefunken (tedesca) e i francesi con le onde corte (che anche Marconi, agli inizi giudicava la migliore) contro quella più moderna, e poi vincente, della trasmissione colle onde lunghe alla quale si convertì lo stesso Marconi. Guglielmo Marconi, l’inventore della radio, aveva un Assistente prestatogli dalla Marina Italiana, che si chiamava Luigi Solari cui nipote, Luigi Solari jr – tuttora felicemente vivente nella stessa casa del padre era figlio di una cugina di primo grado di mia madre (e simpaticissima, affettuosa, signora) essendo figlia di Alfredo del Bono – fratello di Alberto Ammiraglio – che in gioventù emigra<ô col fratello Angiolo in Argentina e vi fece fortuna ritornando felicemente ammogliato con una signora (la zia Pelela) di sangue genovese :cognome Vivara. Angiolo, l’altro fratello emigrante, seguì più o meno la stessa parabola. La moglie, sorella della zia pelle che io ho conosciuto poco, era la zia Teresa , bella donna, simpatica e molto amica di mia madre e sopratutto mia nonna (sua cognata) che veniva a trovare spessissimo. Per molti anni la sua casa , a Roma, era un vallone a via mangiai ove oggi é la residenza dell’Ambasciatore del Pakistan.

Finita la parentesi….torniamo ai Pontecorvo….

Peppeniello invece, diventò ufficiale di macchina, anche lui, se ricordo bene, con la “Fratelli d’Amico”.

Non so fino a che punto proseguirono gli studi le due figlie più giovani (Teresa e Elena). Maria, Sabato e Salvatore (Taturiello) non credo andarono oltre le elementari.

Mariano, loro padre, che non aveva certo seguito un corso di studi molto prolungato neanche lui, era peraltro di una intelligenza straordinaria mista a quel buon senso che, nelle persone particolarmente intelligenti sostituisce, talvolta, l’educazione agli studi. Resta sempre la domanda dove il soggetto sarebbe potuto arrivare avendo l’opportunità di educarsi. Domanda senza risposta, a mio parere, visto che questo “spreco” d’intelligenza è la vera ingiustizia della nostra Società civile.

Era, di media altezza, robusto e con un sorriso accattivante anche se il non essere stato educato allo spazzolino da denti (molto poco diffuso allora) lo portava a scoprire una bocca poco in ordine…ma i denti c’erano tutti, o quasi, mentre la Francesca, sua moglie, ne aveva persi parecchi, soprattutto davanti e quindi il suo sorriso era meno fotogenico. La mancanza di iodio nell’acqua le aveva fatto sviluppare, alla Francesca, il gozzo cosa che, ovviamente ,deturpava la sua fisionomia. Ma donna più affettuosa e, soprattutto, attiva io ne ho viste poche…forse mia madre….Che sia stata una caratteristica di quella generazione?

Io la chiamavo (parlo sempre di Francesca) “niumà” una traslazione del termine “niupà” che in dialetto napoletano/sorrentino è il “nostro” papà. Ma anche in sorrentino mamma era mamma anche se veniva, praticamente sempre, pronunciato “mammà”. Così, chiamando Francesca niumà e Mariano niupà, riuscivo ad evitare di avere due mamme e due papà, conservando per mia madre e mio padre i loro ruoli ed evitando un “doppione”. Sì, li consideravo – e li considero tuttora – i miei secondi genitori…difficile scordare l’affetto di Francesca e la fortissima personalità di Mariano.

Mariano vestiva , a casa e sul lavoro – in una maniera tutta sua…Descriverò il suo guardaroba estivo : portava una maglia di lana spessa estate ed inverno, a maniche corte di colore “avorio” caratteristico della lana poco cardata, e piuttosto ruvida. Era sempre in mutandoni, a righe bianche e blu, legati sotto il ginocchio e tenuti su da una cinghia di cuoio tirata bassa sulla pancia. Ma non aveva un panzone, tutt’altro….era diritto come un fuso. Ovviamente a casa e nel giardino non portava scarpe ma, come tutti gli altri, durante il giorno, nel “giardino”, girava sempre scalzo..

Quando scendeva in paese era sempre elegante, giacca e cravatta e, ovviamente, calze e scarpe. Fumava il sigaro : un vero Toscano, l’unico sigaro autenticamente italiano, fortissimo e assolutamente non respirabile….Il mozzicone durava a lungo, fino agli ultimi termini; quando l’umidità stessa della saliva lo spegneva senza possibilità di continuare a fumarlo; allora, lo estraeva dalla bocca con la mano destra (cogliendolo come un fiore) lo passava nella mano sinistra e con delle “ leggere toccatine” del medio e del pollice destro ne scuoteva la cenere rimasta e… (se io ero presente, notando che io ero affascinato dall’operazione, prendeva un’aria scanzonata e mi faceva l’”occhiolino”) si rimetteva quello tutto ciò che restava in bocca dove restava un bel po’…. Naturalmente, a quel punto, il colore e la consistenza della saliva favorivano sputacchi abbondantissimi e multicolori che venivano “lanciati” a intervalli più o meno regolari ma il gusto preso in tutta l’operazione era palese. Lo faceva soltanto quando era “in giardino”, mai in casa.

Questo rituale si ripeteva tutte le sere nella parte dell’agrumeto il cui terreno lui aveva, a braccia, dissodato (“scassato” in termine tecnico) scavando, fino a sfondarlo, lo strato di tufo sottostante che impediva il pieno rigoglio delle piante. Finita questa operazione aveva ripiantato il terreno ad aranci e limoni a distanze regolari piuttosto che “alla rinfusa”. Ciò era “normale” nel passato quando si credeva che la quantità del raccolto era direttamente proporzionale al numero delle piante. Ma lui , come altri, aveva ben notato che lasciar “respirare” le piante provocava una raccolta più copiosa per unità tanto da compensare più volte quanto “perso” per aver piantato, in totale, qualche pianta in meno. Ne era molto fiero perché fu lui, di sua iniziativa ed a sue spese che portò avanti tutto il lavoro. Quell’appezzamento che era meno della metà dell’estensione totale della proprietà produceva di più, molto di più, di quanto tutto il resto messo assieme.

Ora tutto il terreno è occupato dall’edificio di un albergo, piscine, campi da tennis, cortili etc.. Credo che se potesse vederlo oggi quel terreno, Mariano,, ci piangerebbe.

E ci ho pianto anch’io ma non proprio lì. La proprietà aveva infatti una parte del terreno che “s’arrampicava” sulla montagna retrostante che dominava Sorrento e guardava su tutto il Golfo  con tanto di Vesuvio, giù fino a Napoli stessa. Allora c’era una mulattiera che saliva il monte fino a S.Agata sui due Golfi…l’ho fatta più volte, salendo e scendendo a piedi, fino, e da, S.Agata.

Peraltro, senza prendere la mulattiera ma semplicemente attraversando la proprietà si arrivava, dopo pochi passi, su uno spiazzo (tutt’intorno la montagna era piuttosto ripida) dove campeggiava un enorme carrubo. Le foglie cadute una stagione dopo l’altra avevano formato una specie di materasso dove era piacevolissimo sedersi, colla schiena appoggiata al tronco di questo magnifico albero. Il panorama era, semplicemente maestoso.

Quando ero a Sorrento, da studente alla Facoltà d’Agraria di Portici, solevo portare con me i miei libri sui quali mi preparavo agli esami….una bottiglia d’acqua, una pagnottella sfornata (forno a legna…) da “niumà” con dentro un quaglia che passava il sapore a tutto il resto (sublime)….ci passavo giornate intere.

Così quando ho portato Penny a via S.Antonio 2 (nel 1990 o 1991) chiesi a Taturiello ora (2019) deceduto da tempo (lui abitava , con la moglie, la vecchia casa) di accompagnarmi a salutare il carrubo. Dopo qualche esitazione mi ci portò….avevano scavato una buona parte della montagna per ricavarne due o tre campi da tennis…su un costone di roccia tagliata col martello pneumatico e la ruspa, spuntava un vecchio tronco, secco e martoriato….era il “mio” carrubo…Che tristezza !.

Mai fare “pellegrinaggi” in posti che tu ricordi con emozione….Il progresso procede senza esitazioni e col progresso la fisionomia dei luoghi, violata, distrugge ogni sentimento..

Io ho un paio, forse più, di gouaches che sono state prese esattamente dove comincia la “mulattiera per S.Agata sui due Golfi…Pochi metri sotto il “mio” carrubo…che panorama!

Mi fa pensare a quello che disse un inglese (non ricordo quale) alla camera dei Lords:“I am all for progress as long a it doesn’t bring about change”.  Avevo promesso  a Sabato  di andarlo, spesso, a trovare. Non l’ho fatto e me ne pento amaramente anche se, un paio di volte all’anno e sempre per il suo compleanno lo chiamavo. Il figlio  si chiama Mariano e  è, sul piano locale, un importante figura politica. Mi auguro che abbia ereditato, oltre al nome, l’intelligenza, il buon senso e la fondamentale onestà di suo nonno di cui porta il nome .

( Nota delGiugno 2011: Sabato è morto alla fine del 2010…..)

 

10 Giugno 1940 e le mie esperienze “militari”.

Oggi ricorre il 70° anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia contro Francia ed Inghilterra. La Francia era in ginocchio…I nazisti con una brillante manovra aggirante della “Linea Maginot”, attraverso Olanda, Belgio e Lussemburgo, avevano costretto le forze franco britanniche nella sacca di Dunkerque e il collasso totale, sul continente, di coloro che poi – quando ad essi si aggiunsero gli americani – vennero chiamati, con un termine generico, gli “alleati” era imminente. Noi italiani, alleati dei tedeschi, dopo un lungo periodo da “neutrali”, traversammo le Alpi e colpimmo alle spalle i francesi…la infamante “coltellata nella schiena” giustamente deprecata da Churchill, divenuto Primo Ministro britannico dopo le dimissioni di Chamberlain.

Quel giorno, il 10 Giugno lo ricordo ancora….I genitori non erano in casa ma comunque il personale di servizio (ricordo il nome della cameriera, una bella ragazza veneta, Giuseppina Nespolo) era attaccato alla radio. Ascoltavamo il discorso di Mussolini a piazza Venezia, di fronte alla solita “oceanica” folla che ritualmente riempiva la piazza ogni volta che il Duce messaggiava (e “masseggiava”) gli italiani. “Oggi, le truppe italiane sono entrate etc. etc. etc.” Così, impreparati (il Capo di Stato maggiore dell’Esercito aveva per iscritto messo in guardia Mussolini che l’Italia sarebbe stata pronta a una guerra soltanto, al più presto, nel 1943…) e con il solito scarso impeto guerriero che contraddistingue il popolo italiano, invademmo la Francia e dichiarammo guerra alla Gran Bretagna il Paese, allora, più ricco del mondo grazie alle sue colonie ed ad un tessuto industriale incredibilmente più sviluppato dell’italiano. Allora eravamo un Paese prevalentemente agricolo (l’ho ricordato più volte) con un Sud sottosviluppato visto che avevamo preferito colonizzare la Libia (1911) e, poi, l’Etiopia (1936) che costituivano per le nostre finanze una “partita contabile” continuamente a debito piuttosto che una fonte di ricchezza per la nostra Economia.

La folla, a Piazza Venezia, osannava il Duce. “Salutiamo nel Duce il fondatore dell’Impero” aveva insegnato agli Italiani il Segretario del Partito Nazionale Fascista, il “gerarca” del regime Starace. Alla radio sentivamo il boato degli applausi della folla alla fine di quasi ogni frase del discorso del nostro dittatore. Il tripudio era generale.

Ma la Giuseppina in piedi accanto alla radio (mi ricordo la marca: Pilot, di plastica marrone con il “quadrante” , che portava le lunghezze d’onda, rotondo ed una lancetta centrale che, col girare della manopola sinistra – la destra serviva a cambiare le onde da “medie” a “corte” – si muoveva da una stazione trasmittente all’altra) piangeva.

Io che non avevo ancora compiuto i dieci anni mi stupivo : “Ma perché piangi?” “Perché ricordo quanto tutti noi della mia famiglia abbiamo già sofferto per la prima guerra mondiale” .

Non capivo….Ne avevamo fatto altre di guerre, noi italiani, dopo la prima guerra mondiale. Avevamo conquistato l’Etiopia (l’”Impero”…il nostro Re era Re d’Italia ed Imperatore d’Etiopia) ed eravamo andati (coi tedeschi) a “dare una mano” a Franco in Spagna aiutandolo così a sconfiggere il regime repubblicano democraticamente eletto….

Un’altra guerra, dal mio punto di vista di bambinello viziato, non poteva essere che una ulteriore occasione per coprirci di gloria. Il pianto della Giuseppina dette il primo colpo duro a questa visione mitica che avevo acquisito, bambinetto, attraverso l’educazione pubblica che ricevevo condizionata, come era, dalle direttive in materia dello Stato fascista (“libro e moschetto”). Giocavo coi “soldatini” di plastica e con i modellini delle navi italiane, ma anche inglesi, in metallo della “Dynky Toys”.

Il sabato pomeriggio nelle scuole, anche quelle elementari, era il “sabato fascista”. Si andava a scuola e si marciava, noi “Figli della Lupa” senza moschetto ma le         “categorie”seguenti (i “Balilla Moschettieri”; poi, all’Università si arrivava ad essere “Avanguardisti”….) i moschetti li avevano, sia pure senza cartucce.

Mio padre, cioè tuo bisnonno, educato militarmente all’Accademia Navale, Ufficiale combattente (dirigibilista) nella prima guerra mondiale , aveva assorbito il concetto del rispetto dell’Autorità come fosse stato l’11° Comandamento, senza tentennamenti o dubbi di sorta. Quindi mai ha messo in dubbio l’utilità della mia educazione a scuola ispirata dalla propaganda del regime. “Credere, Obbedire, Combattere” “Il Duce ha sempre ragione” e motti del genere si leggevano non solo sulle pubblicazioni del regime ma su molti muri delle principali vie di comunicazione italiane. I Figli della Lupa, i Balilla etc tutti avevano una uniforme e anche negli Uffici statali esisteva una scala gerarchica quasi militare, certo militaresca.

A casa Osti la “fronda” era costituita da mia madre che sia pure non avendo avuto una educazione approfondita (non è mai stata all’Università) aveva letto molto e, soprattutto, aveva visto coi suoi occhi gli orrori della guerra facendo la crocerossina, al fronte (aveva lavorato in un “ospedale da campo”), nella Guerra del ’15-’18. Aveva addirittura impedito a mio padre di partecipare alle “adunate” fasciste quando veniva richiesto di vestire una divisa, fantasiosa forse, ma ai suoi occhi ridicola. Aveva in odio, particolarmente, la “scimmia” …così era chiamata una forma di copricapo nero, alto sulla testa con una frangia che cadeva su di un lato, svolazzante. Però non riuscì ad impedire che io vestissi la divisa da Figlio della Lupa. Pantaloni corti grigioverdi, camicia nera ed una grande bandoliera bianca incrociata sul petto con in mezzo una grande “M” metallica, iniziale di “Mussolini”…Eh sì perché io fui scelto per essere decorato della “Stella al Merito” per ragioni scolastiche, non guerriere….ero tra i primi della classe al S,Gabriele una scuola religiosa che tuttora esiste all’inizio di viale Parioli, poco distante da Piazza Ungheria, a Roma, dove io ho frequentato tutte le elementari.

Peraltro non credo che io abbia indossato la divisa molte volte….mia madre trovava sempre una scusa per non mandarmi alle adunate…

Ma torniamo alla guerra alla quale parteciparono attivamente mio fratello sul fronte greco-albanese in fanteria (13° Reggimento Fanteria, Compagnia Mortai da ’81) e mio padre in Marina. Tuo bisnonno Arrigo all’inizio della guerra tagliò i cavi sottomarini inglesi che univano Gibilterra (e da lì la Gran Bretagna) a Malta e poi andò anche lui in Grecia al comando del porto di Patrasso. Abbiamo la copia del Teleghramma di congratulazioni di Supe Marina, si trattava di un gruppo di vecchi pescherecci che “grattavano” il fondo marino fino ad agganciare il cavo.

 

In un momento particolarmente delicato, quando i Greci avevano respinto gli italiani che avevano invaso il loro paese e sembrava che li ributtassero addirittura a mare, il “Bollettino di Guerra” trasmesso ogni giorno alla radio parlò del 13° Reggimento Fanteria che era quello di Lupo, mio fratello. Ricorderò sempre la faccia di mia madre che lo ascoltava, al limite del pianto. Ed invece Lupo ne saltò fuori indenne ma provatissimo perché la sua “Compagnia Mortai da 81” fece fronte ai greci che avanzavano, senza nessuna copertura…

Eppoi il colpo finale, direi, ai miei istinti guerreschi (dubito che ne fossi veramente dotato : come tutte le persone che hanno un fisico imponente sono l’uomo più mite della Terra) me lo diede l’espressione del viso dei soldati americani che vidi il 4 Giugno 1944 sbracati per terra in via Stoppani, vicino a Piazza Ungheria, in attesa di continuare l’avanzata verso Nord (erano sbarcati a Salerno) . Un aspetto più stanco, disgustato, distrutto direi non l’ho più visto nella mia vita…. Ed erano dei soldati che stavano vincendo la guerra! Qualcosa non andava. Già ne era rimasto poco o niente – avevo 13 anni – dell’entusiasmo guerriero della mia infanzia (giocavo con i modellini di nave, come ho detto, ma ne costruivo io stesso – su scala – in legno e sughero, poi accuratamente verniciati, copiandoli dall’Annuario delle Marine Mondiali che girava per casa)…dopo quell’incontro, progressivamente, l’”entusiasmo” sparì del tutto.

Quando feci il mio servizio militare (nel Servizio della Motorizzazione dell’Esercito Italiano nel 1957-58) lo feci perché ero obbligato a farlo, certo non per essere pronto a difendere la Patria…

Ero laureato (in Agraria), avevo cominciato a lavorare, e volevo bene a una fanciulla (si chiamava Germana Salzano e morì ancora giovane, negli anni 60’ o ai primissimi dei 70’), che cercavo di incontrare il più spesso possibile…ma feci buon viso a cattivo gioco anche se cercai, con successo, di fare il mio servizio militare nell’Esercito piuttosto che in Marina. Essendo figlio di Ufficiale di Marina ero infatti parte della “Leva di Mare” . ma in Marina il servizio durava 28 mesi, 18 soltanto nell’Esercito di Terra. Così nel ’58 andai ad Ascoli Piceno alla scuola allievi ufficiali di complemento e mi nominarono “Allievo scelto” e Capo Plotone. Poi fui mandato alla Scuola di Specializzazione per entrare nel Servizio della Motorizzazione cioè nel Servizio dell’Esercito italiano che è responsabile di tutti i trasporti motorizzati. Sapevo appena appena guidare ma La Scuola della Motorizzazione era alla Cecchignola alle porte di Roma e quindi potevo rientrare a casa tutte le sere, farmi una doccia come si deve, mangiare e vedere la mia fanciulla che mi attendeva, tornando in caserma in tempo. Avevo una Lambretta, un motoscooter da 125cm3 che mi consentiva di fare l’avanti e indietro senza troppi problemi. Il traffico, allora, a Roma, era praticamente inesistente raffrontato a quello, caotico, di oggi. E, diventato Sottotenente, fui assegnato come istruttore nella stessa caserma della Cecchignola quindi continuai a fare avanti e indietro col mio scooter, dormendo addirittura a casa e ripresentandomi in caserma il giorno dopo alle 6.30 per la sveglia delle reclute che io “istruivo” . Erano soldati di leva che venivano da tutt’Italia ma, visto che io ero Ufficiale di Complemento ed i miei colleghi tutti “di carriera”, avevano fatto in modo di rifilarmi, nel mio plotone, tutte le reclute provenienti dalla Calabria e dalla Sicilia. Ma io avevo una certa dimestichezza con gli italiani del Sud, visto che avevo studiato a Portici/Napoli ed avevo lavorato due anni in Puglia e Lucania, quindi me la sono cavata abbastanza bene e sono sempre stato rispettato dai miei soldati. Peraltro ho già raccontato che per la mia preparazione (tutta teorica) derivata dai miei studi in Agraria venivo spesso incaricato di “coltivare” i balconi di Generali o Colonnelli residenti a Roma, col risultato che il mio periodo da ufficiale, durante il mio “servizio di leva” fu veramente poco impegnativo.

D’altra parte ero un raccomandato di ferro visto che ero molto amico della figlia (Josè) del Capo di Stato maggiore della Marina (Amm. Corso Pecori Giraldi) che fu infatti la responsabile del mio trasferimento alla Cecchignola…Sarei dovuto andare, infatti, a Cesano (molto più lontano da Roma della Cecchignola) dove era la “Scuola di Fanteria” per diventare poi Ufficiale dei Granatieri. Aldo Osti (fratello di mio padre), tenente dei granatieri, era stato il primo ufficiale italiano morto in Libia nel 1911 quando l’Italia dichiarò guerra all’Impero Ottomano e “conquistò” quella dipendenza dell’Impero Turco sulla costa settentrionale dell’Africa e, anche, il Dodecanneso (Rodi) che ora (dal 1945) fa parte della Grecia. Il vice-Comandante della Scuola di Ascoli Piceno era un Ufficiale dei Granatieri e – visto che c’è una targa alla memoria del Tenente Aldo Osti nel cortile della caserma dei Granatieri a Roma – si ricordava di questo nome; mi chiamò e mi disse “lei, Osti, è un granatiere nato”. A parte il nome infatti ottemperavo largamente alla imprescindibile esigenza di misurare più di 1,75 metri d’altezza (strano che i Granatieri, dal nome del corpo omonimo nell’esercito del regno Sardo-Piemontese, fossero chiamati “di Sardegna” regione italiana dove la popolazione è, normalmente, di bassa statura). Il guaio era che i Granatieri di Sardegna, forse grazie alla loro prestanza fisica che non li faceva sfigurare accanto ai Corazzieri (tutti alti più di 1,90 mt) che sono i “guardiani” del Quirinale, residenza del Presidente della Repubblica dopo esserlo stato dei Re d’Italia, i granatieri – dicevo –erano richiesti molto spesso per montare la guardia essi stessi (l’ho fatto una volta da Allievo Ufficiale). È la cosa più noiosa e massacrante che si possa immaginare…Non parliamo dei disgraziati che per due ore di seguito debbono montare la guardia, nella garitta sulla piazza senza muoversi, o quasi, sotto il sole o la pioggia e con i bambini, quando c’è sole… che ti fanno le pernacchie ….ma anche l’ufficiale deve essere sempre vigilante e pronto a schierare la guardia per qualsiasi personaggio importante che entri dal portone principale….Insomma uno strazio immane. Ma come ho detto sono riuscito ad evitare il pericolo…

Quando ancora non avevo – teoricamente – finito il mio servizio militare (nel 1959) partii per gli USA per andare a Cornell e da allora non ho mai più avuto a che fare con l’Esercito italiano. Dopo l’America, infatti cominciai la mia carriera di Manager internazionale che mi portò prima di tutto, dagli Stati Uniti alla Svizzera e poi, ritornato in Italia, alla fine, in Francia . L’Amministrazione italiana, notoriamente lenta e scarsamente attiva non è mai arrivata a rompermi le scatole per corsi di aggiornamento o similia che alcuni dei miei amici o parenti (mio cugino Aldo Osti-Guerrazzi ad esempio) dovettero seguire per aggiornarsi sui mezzi bellici o sulle tecnologie moderne. Peraltro l’Amministrazione italiana non dimentica…quando ero già da anni residente a Parigi, fui chiamato dal Consolato per firmare un documento certificante la fine del mio servizio militare….Il documento che, finalmente, firmavo era partito da Roma nei primissimi anni 60’ per cercarmi negli USA; da lì, alla fine degli anni sessanta (dopo un meritato riposo, quindi) mi aveva seguito in Svizzera; da lì lo inviarono a Sansepolcro poi a Torino e finalmente verso la fine degli anni 70’ mi raggiunse, come ho detto, a Parigi…

Personalmente io ritengo che il “vivere “sotto traccia” (espressione italiana che descrive la rete di cavi elettrici nelle case, inserita nei muri piuttosto che, esterna  ai muri stessi) non sia un male…Meno rumore si fa, meno è facile essere notati e la pubblicità personale non è, sempre, produttiva se uno vuol vivere calmo e tranquillo…Forse è per questo che sono su Facebook, e solo su Facebook, per seguire mia figlia Mercedes che ovviamente la pensa diversamente da me e pubblica su Facebook e non so cos’altro, ogni suo respiro…(esagero). Di mio, su Facebook non c’è neanche la fotografia e non ho, su Skype, il video che permette al mio interlocutore di vedermi, sullo schermo, in carne ed ossa…Uso Skype, ma soltanto per telefonare e, debbo aggiungere, do più valore ad una lettera, un messaggio scritto, che ad una telefonata….E sì , sono di una generazione in via di estinzione…..

 

Miei incontri con uomini famosi

In casa abbiamo una fotografia, esposta al pubblico in soggiorno, di mio nonno Alberto del Bono con Giuseppe Marconi, l’inventore della radio, sulla terrazza del Gianicolo. Mio nonno Ammiraglio, già Ministro della Marina, “aiutò” Marconi al perfezionamento della radio mettendo a sua disposizione qualche nave destinata a sperimentare per lui la trasmissione di messaggi sulle lunghissime distanze. Allora l’Italia era considerata una delle “Grandi Potenze” e la Marina italiana aveva navi oltre che nel Mediterraneo (dall’Italia alla Libia ed al Dodecanneso, tutti possedimenti italiani) in Africa (L’Eritrea e la Somalia) ed addirittura in Cina visto che a Shangai c’era, nella parte internazionalizzata, anche una parte italiana. Inoltre, ogni anno una “squadra” italiana formata da più navi si recava a visitare Paesi lontani come le due Americhe, dove molti erano gli emigrati italiani. Si credeva così di affermare il “prestigio” italiano nel mondo.

Per quanto mi riguarda personalmente ho già parlato del mio trasferimento (subito dopo l’8 Settembre 1943) da Altipiani di Arcinazzo a Roma col Generale Graziani, tristemente famoso, non solo in Libia dove “pacificò” la popolazione impiccando la classe dirigente tribale e usando i mezzi bellici allora peggiori da un punto di vista umanitario (i gas…), ma alla fine della sua “carriera” accettò di divenire il responsabile dell’Esercito della Repubblica di Salò che, come ho già detto, era il Governo “fantoccio” italiano di Mussolini e che collaborò con i tedeschi, che occupavano una buona parte dell’Italia dalla fine del 1943 alla metà, o quasi, del 1945. La “Decima MAS” (di cui mio cugino Aldo Osti – poi Osti–Guerrazzi – fece parte) si macchiò di crimini orribili nel combattere i “partigiani” “, soprattutto comunisti, che si erano rifugiati sulle montagne piuttosto che continuare a fare la guerra coi tedeschi.

Nella mia carriera di Manager, viaggiando spesso (anche col Concorde per visitare gli USA) sono stato seduto accanto a uomini celebri : Jacques Costeau, Gary Grant e (aveva vicino una dama di compagnia) belle donne : Grace Kelly, principessa di Monaco… Ho incontrato Ava Gardner poco prima che morisse, a Londra, pranzando al ristorante dello Hyde Park Hotel . La ritenevo una delle più belle donne mai apparse su questa terra ed il vederla “sformata” e quanto mai poco “appetibile”  (beveva anche molto) mi dette da pensare alla caducità della bellezza in genere, soprattutto tra gli umani….

Sono stato molto vicino a don Sergio Pignedoli che era tra i candidati al Soglio Pontificio quando morì Paolo VI (nato Giuseppe Montini). Poi fu eletto il Cardinal Luciani che morì, da Papa, poco dopo. Pignedoli era di Reggio Emilia e nella cattedrale di quella città è la sua tomba, maestosa nella sua semplicità. È stato Prefetto di Propaganda Fide una delle “Congregazioni” più importanti della Chiesa Cattolica. L’unica visita di tuo padre (e tua zia Mercedes) in Vaticano fu quando “don Sergio”, così lo chiamavano coloro che lo avevano conosciuto, come me, da semplice sacerdote, mi invitò con famiglia (c’era anche tua nonna Christine), da cardinale, a pranzo, nella sua residenza in Città del Vaticano. Era stato cappellano militare in Marina durante la guerra, assistente spirituale nella FUCI (Federazione Universitarii Cattolici Italiani), segretario della ASCI (Associazione Scoutistica Cattolica Italiana), responsabile dell’Anno Santo 1950, Ausiliare dell’Arcivescovo di Milano (il Cardinal Montini) , Nunzio Apostolico in Bolivia, Venezuela , Canada e poi, come ho già detto, fatto cardinale da Montini divenuto papa. Era un uomo fantastico a cui mi legavano mille ricordi belli e affettuosi. Mi chiamò al telefono prima di entrare nel conclave dove lui stesso era tra i candidati favoriti (secondo la stampa di allora) e che poi elesse, come ho appena detto, il cardinal Luciani. Chissà, pensava, forse davvero, di essere eletto lui e quindi non avrebbe più potuto, lui, telefonarmi direttamente Certo è che mi sembrò quasi terrorizzato da questo macigno immane che gli stava ciondolando sulla testa. Mi chiese di pregare per lui perché il Padreterno lo aiutasse ad adempiere al grave compito di eleggere un nuovo Papa. Pregai per lui e non fu eletto…chissà, per lui certamente, e, forse, per Santa Romana Chiesa meglio così.

Di cardinali ne ho conosciuti e/o, incontrati diversi…a cominciare dal Cardinal Dolci che mi cresimò (nel 1939), al Cardinal Verde che abitava a Villa San Francesco a Piazza don Minzoni ai Parioli di Roma e che passeggiava ogni sera su Via Mangili (che comincia da Piazza don Minzoni verso via Aldrovandi) dove io spesso e volentieri giocavo a pallone (allora si poteva, il traffico era quasi inesistente).  Mi ricordo il Cardinal Verde perché aveva il più grosso panzone maschile che io abbia mai visto. D’ogni tanto andavamo da lui a baciargli la mano, per strada, e ci benediceva. Tra i ragazzi che erano con me e mio carissimo amico d’allora c’era Francesco d’Agostino entrato poi nell’Opus Dei e ordinato, poi, sacerdote. Non credo sia nemmeno Monsignore e visto che è lui stesso, oggi nel 2011, ottantenne essendo nato anche lui nel 1931, non credo lo diventerà mai. ‘E certo peraltro che non ha tale ambizione perche lui, il dono della Fede, lo ha.

Abbastanza approfondita la mia conoscenza del Cardinal Arcivescovo di Genova Giuseppe Siri…un vero personaggio. Lo incontravo per la Pasqua, quando officiava, ogni anno, una messa in fabbrica, alla Saiwa di Genova. Dopo la messa servivamo una prima colazione, ben servita e ben fornita, in una delle nostre sale riunioni e, una volta, sedendo io alla sua sinistra (Romano era a destra) mi disse : “Lo so caro Osti che lei è un socialista…anche io sono  progressista ma credo in un progresso “illuminato” come quello del regime di Franco in Spagna…”. Incredibile ma vero….E in un’altra occasione mi dichiarò: “Vede Osti, io ammiro gli uomini tutti d’un pezzo…quelli che hanno una barra d’acciaio nel polso”. Anche lui è stato un serio candidato al Soglio Papale, soprattutto come successore di Papa Pacelli (PIO XII). Era considerato (direi a ragione, come dimostrato dai due episodi realmente accaduti con me testimone, che ti ho appena raccontato) l’esponente di “punta” della tradizione conservatrice cattolica.

Sono stato premiato (l’ho già raccontato) da Giovanni Gronchi, Presidente della Repubblica Italiana, in una cerimonia dove l’attenzione del Presidente era centrata sulle fattezze di una ragazza premiata con me….veramente una bella ragazza. Giovanni Gronchi era noto – non all’altezza dell’attuale Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi – per un certo “penchant” per le belle donne.

Altro Presidente della Repubblica col quale mi sono incontrato è stato Giovanni Leone, famoso per un gesto scaramantico tipicamente italiano (le corna…) immortalato su pellicola dai fotografi. Io però lo conobbi quando non era, ancora, Presidente, a Roccaraso, dove ero a sciare con i miei amici Bolla ed anche Germana Salzano….Leone era con famiglia e con lui sua moglie molto più giovane di lui e nota per essere “vivace”…era vero, posso testimoniarlo anche se non per esperienza diretta.

Non ho incontrato mai Presidenti della Repubblica Francesi se non Giscard d’Estaing la cui consorte, Anemone, è membro della IDS (International Dendrology Society) di cui io faccio parte. A una cena, durante una visita dendrologica a giardini, parchi e foreste in Francia venne anche lui.

 

Tanto meno ho incontrato altri importanti uomini politici, a parte il Ministro dell’Agricoltura della Liberia, Taylor, di cui ho già parlato tra i miei ricordi di Cornell e de “La Fontanelle” il collegio nel quale tua nonna Christine ha insegnato durante la nostra permanenza a Vevey.

Tra gli uomini d’affari o manager forse quello che ho conosciuto meglio è Umberto Agnelli che era con me nel Consiglio d’Amministrazione della Worms, la Società a cui facevano capo le attività industriali del gruppo Worms, quello che restava cioè di quanto aveva accumulato Hyppolite Worms, nonno di Penny mia seconda moglie, e perciò affidato al fratello di Penny, Nicholas Clive-Worms detto Nicky. Ad un certo punto della storia della Società Nicky si vide contestato da una parte della famiglia che voleva vendere ed “uscire” . Anche se le due sorelle, azioniste come lui, continuarono, fedelmente, ad appoggiarlo, non riuscì ad opporsi (o non se la sentì di farlo da solo) e chiese aiuto alla famiglia Agnelli che entrò, quindi, nella Worms acquistando una partecipazione maggioritaria, lasciando peraltro Nicholas alla guida della Società. Nel consiglio io facevo parte dei Consiglieri rappresentanti la famiglia (Clive-)Worms mentre Umberto era tra i Consiglieri “entrati” con gli Agnelli.

Non posso che dire bene di Umberto anche se, come Manager, non mi fece una grande impressione. Quando la Worms avrebbe potuto aumentare la propria partecipazione nella SGS (Société Génerale de Surveillance) che in quel momento era quotata a molto meno di 1000 CHF per azione, si mostrò, a mio avviso, eccessivamente prudente e…perse il treno.  Ma allora gli Agnelli avevano un leader carismatico: Gianni Agnelli che lasciava “giocare” il fratello Umberto…e poco più. In ogni caso io credetti nelle possibilità di sviluppo della SGS e comprai molte azioni (non abbastanza…). Non me ne pento.

Mi trovai anche in contrasto con mio cognato sulla sua decisione di pagare un grosso “bonus” a Dominique Auburtin, allora Direttore Generale della Worms … Umberto si schierò con Nicky ed io dichiarai che visto che l’azionista di maggioranza era a favore … le mie obiezioni “rientravano”. “Ubi major, minor cessat”.

Uso qui un proverbio latino che assieme ad altri proverbi ho amato, e amerò finché vivo, usare….Tra gli altri (anche in italiano):

  • « Homo altus saepe stultus sed intelligens…intelligentissimus ».
  • « Cicero pro domo sua »
  • “Meglio arrossire oggi che diventare verdi domani”…Meglio cioè riconoscere subito un errore che peggiorare irrimediabilmente le cose insistendo nell’errore.
  • “Timeo Danaos et dona ferentes” “Temo i Greci anche quando portano doni” che nel mio dizionario si traduce nel mio credere che si debba usare estrema cautela quando uno straniero (non necessariamente di diversa nazionalità), cioè un estraneo, ti offre un qualcosa in regalo.
  • “Semel in anno licet insanire”. Cioè una volta all’anno è lecito fare una follia.
  • “Moglie e buoi dei paesi tuoi” che come tutti sanno NON ho messo in pratica e ne sono felicissimo…

E quant’altro…: “Chi tace acconsente”…..”Meglio una gallina oggi che un uovo domani” per finire col detto di Menandro che ho cercato di seguire con …fede”:

“Non chiedere agli Dei una vita priva d’affanni ma un animo grande”.

Ma, tornando al “bonus” di Dominique Auburtin…io credo che un manager debba guadagnare bene, cioé attorno alla media degli altri managers che ricoprono responsabilità assimilabili a quelle a lui pertinenti (ci sono Società specializzate nel “misurare e confrontare” le retribuzioni dei managers); possono anche guadagnare un bonus, se determinati – e prestabiliti – obbiettivi vengono raggiunti (cosa che non era il caso di D.A.) ma mai superiori a uno stipendio annuale….Ovviamente mio cognato aveva delle ragioni per essere generoso (coi soldi dell’azionista tra i quali era, tra i più importanti, lui stesso)…non me le ha mai indicate ma comunque l’ha spuntata lui.

 

 

 

 

Avrei potuto essere un attore

 

Quando domanderai a tuo padre: “Cosa faceva il nonno?” E ti risponderanno che ero un dirigente (in francese “cadre superieur”) è vero. In effetti, come avrai letto dalle mie pagine precedenti, ho lavorato nell’industria alimentare finendo la mia carriera da “President Nabisco Brands Europe”. Uno degli annual reports della Nabisco, quando la Nabisco era, ancora, “sola”, cioè prima del merger con Standard Brands, mi riporta in fotografia con un collega (di cui non ricordo il nome), assieme –anche- al mio capo d’allora Edward (Ed) Redding, ottima persona con la quale sono rimasto in cordiale rapporto d’amicizia e tuttora vivente (2019).

Ma avrei potuto essere un attore di cinema….

Parlo del 1948 o giù di lì…Facevo, allora, la IIa Liceo al Goffredo Mameli di Roma che divideva col Tasso ( scuola tuttora esistente dove insegna mia nipote Giovanna Suber, insegnante) l’edificio in via Sicilia. Molte delle scuole di Roma vennero, negli ultimi anni della guerra, occupate da sfollati. Gente che aveva dovuto abbandonare le proprie case a Roma, o in Provincia, perché distrutte dai bombardamenti aerei o dalle operazioni belliche legate alla “liberazione” dell’Italia dalla occupazione nazista. Il Mameli ha cambiato sede ed ora occupa un edificio tutto suo a via Micheli, una traversa di viale Buozzi, , molto vicina a via Michele Mercati, dove è situata la casa dove viveva mio fratello Lupo e due dei suoi figli, di cui ho molto parlato nelle pagine precedenti . Io ci sono “cresciuto” visto che ho vissuto in quella casa da meno di un anno  a ventisette anni d’età quando da Roma, finito il mio servizio militare (o, per l’esattezza, quasi) sono partito per prendere il mio Ph.D. negli U.S.A., alla Cornell University.

Dunque, all’uscita dalla scuola (si scendeva una corta rampa di scale che portava ad un grande portone sulla strada) c’erano tre “signori” evidentemente interessati a chi quelle scale scendeva, cioè anche a tuo nonno, allora men che diciottenne.

Ovviamente tale comportamento mise tutti – me compreso – sul “chi va là” dato che interessi del genere sono talvolta legati ad una deviazione sessuale (omosessualità) da “guardoni”, poco popolare nei giovani d’allora…forse meglio tollerata oggi. I tre si avvicinarono a me e qualificandosi come non meglio identificati “talent scouts” del “dott.” De Sica (famoso attore italiano dell’anteguerra e, nel dopoguerra ancora più famoso regista) mi chiesero se fossi interessato a fare del cinema. Figurarsi i miei compagni! L’eccitazione guadagnò tutta la classe che mi esortava a cogliere una occasione fantastica per il mio futuro etc. etc. Io rimasi molto più freddo dal momento che immaginavo quale sarebbe stata la reazione della mia famiglia. Mio padre aveva infatti un amico, il Comandante (titolo dato agli Ufficiali di Marina Militare come agli Ufficiali di lungo corso della Marina Mercantile) De Giuli che era entrato nel mondo del cinema finanziando film di Totò (Antonio de Curtis) famosissimo attore comico italiano. Era stato invitato a vedere una “ ripresa ” a Cinecittà a Roma e ne era tornato profondamente scandalizzato dalle scene (secondo lui) di palese “libertinaggio” alle quali aveva potuto assistere.

Cominciai a parlare del mio incontro prima con le sorelle e, attraverso le sorelle, ne parlai anche con mia madre. Tutte espressero dubbi sulla presentabilità della cosa a mio padre anche per ragioni meno “bigotte” di quelle evidenti a prima vista. Ero in seconda liceo, l’anno seguente avrei dovuto passare la mia “maturità” (il “ bacheau” italiano) che allora, molto più che oggi, rappresentava un traguardo serio e particolarmente impegnativo.

Comunque ebbi il permesso di presentarmi al “famoso” De Sica ed in effetti lo incontrai in un ufficio in via Tomacelli a Roma, alla presenza dei “talent scouts” che mi avevano “pescato” all’uscita della scuola. Qualche giorno dopo mi fecero fare un “provino” cioè mi chiesero di cercare di “fingere” un particolare stato di gioia, o di tristezza…mi chiesero di leggere qualcosa….mi chiesero di raccontare la giornata che avevo avuto a scuola….mi chiesero di guardare una giovane signora (non so chi fosse) con….interesse. Insomma mi ripresero con la cinepresa per almeno un’ora, forse più. De Sica era presente spesso, ma non sempre. Poi la cosa divenne più complicata perché (era tardi, ed io dovevo tornare a casa….) sarei dovuto tornare il giorno dopo. Dissi, allora, che non sarei tornato…”perché ?”, mi fu chiesto. Spiegai la situazione a De Sica che disse che avrebbe telefonato a mio padre. Credo lo fece perché mio padre mi guardò nei giorni seguenti con particolare intensità…non ero abituato a questa attenzione nei miei riguardi da parte sua visto che, ho già detto, mio padre era presente a casa, molto spesso solo la sera e sempre distratto da impegni varii legati all’Italcable, la Società dove lavorava e che lui aveva aiutato a creare. Di De Sica non ne ho mai saputo più niente, nè da lui né da mia madre (che peraltro mi aveva permesso di andare a fare il “provino”). Mi fu detto che avevo la Licenza Liceale da affrontare l’anno seguente e …non se ne parlò più. Non avevo certo l’età per decidere, attraverso una decisione indipendente dai miei genitori, il mio futuro e, debbo aggiungere, non credo neanche che qualcosa del genere mi sia passato per la testa. Alla resa dei conti la carriera d’attore non m’attirava per nulla.

Il film nel quale avrei dovuto “girare” la parte principale maschile doveva essere tratto da uno scritto di Zavattini : “Totò il buono”, dove Totò era un giovincello sognatore, un po’ sempliciotto di modi e di idee ma buono, come sono buone tutte le anime semplici. Fu effettivamente girato, prodotto e lanciato sul mercato e non ebbe gran successo. Il titolo sotto il quale é conosciuto dai cinofoli é “Miracolo a Milano” un “classico” di De Sica. Io non l’ho mai visto né so cosa sia avvenuto del giovane, che, sotto la guida di De Sica ne era il personaggio principale. Anche lui era stato ingaggiato “dalla strada” (come avrei dovuto essere io) come usava molto in quegli anni, a cominciare da “Ladri di biciclette” tutto girato con attori non professionisti. Nessuno, che io sappia, di essi ha avuto grande fortuna, poi, nell’”ottava arte” o a teatro. Anzi, quello che recitò in “Ladri di biciclette”, e che era un muratore di professione, cercò senza alcun successo, di continuare a fare l’attore e la sua vita diventò un inferno…Forse,quindi, meglio che sia andata come è andata, per me. Grazie quindi a mio padre, ammesso e non concesso, che alla resa dei conti De Sica avrebbe potuto davvero riuscire a fare di me un attore…

Quello che mi sarebbe piaciuto raccontare a Mathias

 

Premessa: ….non credo che riuscirò mai a rispondere al mio unico nipote (e tanto meno a sua sorella, ancora più giovane) alla domanda: “Nonno racconta…..”. Prima di tutto perché mi domando , anche considerando una aspettativa – per me – di vita la più generosa possibile, se tale tipo di domanda possa essere davvero formulata in tempo utile da un ragazzino più giovane di me di ¾ di secolo o giù di lì…

Tali curiosità, credo, nascono più tardi quando cominciano ad affiorare nella nostra psiche domande tipo “Da dove vengo?” “Dove vado?”A quel momento, nel caso di Mathias e ancor più di Olivia (come ho appena detto), con tutto il bene che mi voglio, sarò già partito, definitivamente.

Altra e più costrittiva ragione di questa certa difficoltà di comunicazione tra noi: in questa mia propria famiglia nata “a cavallo” tra due culture e tradizioni (francese e italiana), la francese, nella seconda generazione, successiva alla mia,ha preso evidentemente il sopravvento. Chissà se mai Mattia (Mathias) parlerà l’italiano…È nato in Francia da padre “mezzo-sangue” italiano ed educato – a parte le scuole elementari fatte in Italia – in scuole francesi e da madre cento per cento francese etc. etc., morale: non parla una parola d’italiano (ad oggi…) a parte : “Nonno”……

L’italiano è oramai una lingua – per uno straniero – utile soprattutto a coloro che amano l’opera…e a coloro che desiderino avere una nozione più che superficiale di un “Paese” (non ancora, oggi, una vera “Nazione”….) dove la cultura occidentale si “respira”già nell’aria, ammirando i monumenti e i paesaggi che- purtroppo – il tempo e l’inciviltà degli italiani progressivamente cancellano. Monumenti e paesaggi, peraltro, tutti – o quasi -consegnati fortunatamente ai posteri nelle opere dei tanti artisti che da questa mia Terra hanno tratto ispirazione. Recentemente Mathias ha definito l’italiano come la lingua “….des vieux” ed in effetti ha ragione in quanto la sente usare, in famiglia, soltanto quando “il nonno” viene a trovarlo…

Quindi “mi sarebbe piaciuto raccontare a Mathias”… semmai all’ombra di un bell’albero, sia pure in terra francese, quanto andrò raccontando….Credo non avverrà mai.

E allora, perché no, in francese? Anche se mi esprimo abbastanza correntemente nella lingua della madre dei miei figli, Christine, non posso dire di conoscerla al punto da esprimermi con quel minimo di eleganza necessaria ad invogliarne l’ascolto (mi riesce ancora difficile definire la giusta collocazione dell’accento grave o acuto sulla “e”) figuriamoci a scriverla.

Spero che – meglio tardi che mai – prima o poi, la curiosità o forse il desiderio di conoscere una parte importante delle sue “radici” , spinga Mathias ad apprendere la lingua di Dante, Petrarca, Leonardo, Michelangelo, Botticelli (nato a Sansepolcro come suo padre) e….di suo nonno .

 

 

 

Dire che io ti abbia meritato, caro nipote, non posso affermarlo. Infatti avevo con tua nonna Christine l’espresso accordo di non avere figli nel nostro matrimonio. Non sono mai stato particolarmente positivo ed ottimista su questo nostro passaggio terreno (ammesso, e non concesso, che rappresenti un preludio a una “vita” ulteriore, ma io lo spero….) quindi, per quanto riguarda eventuali figli, eravamo rimasti d’accordo, Christine (tua nonna) ed io, prima del matrimonio di non averne. Poi, invece,la “femminilità” (ammesso, e – ancora una volta – non concesso, che davvero esista) prese il sopravvento. Tua nonna mi confessò, un paio d’anni dopo il nostro matrimonio, che desiderava molto fortemente un figlio/a e che questo desiderio aumentava di anno in anno. Preferiva, dunque, avere questo figlio/a da me ma, in mancanza….

Cedetti al “ricatto”, che ricatto non era ,visto che non mi fu esposto nei termini crudi da me qui utilizzati…Insomma é nato, quasi subito dopo questa “discussione”, tuo padre. Per il calendario – tre anni esatti dopo la celebrazione del mio matrimonio religioso avvenuto, questo, il 1° Febbraio 1962 nella (vecchia) chiesa di St Honoré d’Eylau, quella che dà, direttamente, sulla piazza Victor Hugo a Parigi.

In Italia, allora non c’era il divorzio civile come oggi. “Tutti” si sposavano in chiesa e il matrimonio religioso aveva, anche, e vincolante, valore civile. In Francia, ottemperando al principio laico (parliamo dei primi anni 60) “libera Chiesa in libero Stato” solo il matrimonio alla “Mairie” aveva valore civile, quello religioso era (ed è tuttora) separato dal primo. Già allora, in Francia, non era raro trovare coppie – agnostiche o scarsamente cattoliche – che in chiesa non ci passavano neppure . In Italia invece sposarsi solo civilmente era considerato contrario non solo alla Fede cattolica ma addirittura intollerabile in una famiglia borghese. Il divorzio. come ho detto, non era contemplato, ancora, nella legge italiana…Il fatto che io mi sposassi in Francia dove le due cerimonie – civile e religiosa – erano separate tanto da essere celebrate in date diverse (31 Gennaio il mio matrimonio civile nella “Marie” del XVI° Arrondissement, 1° Febbraio 1962 quello religioso) creava peraltro uno “spiraglio” per la Legge italiana aprendo una possibilità di chiedere un annullamento civile . Infatti, le due cerimonie – religiosa e civile – celebrate assieme in Chiesa, come usava allora in Italia – costituivano un implicito riconoscimento ed accettazione, come “preponderante”, della legge canonica col conseguente risultato che – non essendoci divorzio civile – solo l’annullamento religioso da parte del Tribunale della Sacra Rota poteva cancellare un vincolo matrimoniale così contratto.

Citai esplicitamente – e poco diplomaticamente – a mio padre (tuo bisnonno) questa possibilità di “rottura”. Già allora pensavo – come penso tuttora – che …”si può sbagliare…”.

Poco mancò che ciò provocasse la sua assenza alla cerimonia. Non poteva ammettere, da cattolico convinto e praticante qual’era (e tale restò, sino alla fine), che suo figlio potesse pensare già a una, sul piano civilistico, possibile rottura dell’imminente vincolo matrimoniale, in dispregio alle “regole” che sancivano, allora come oggi, l’indissolubilità del legame religioso che mi accingevo a sottoscrivere.

Fu padre Astorri (un gesuita che era stato suo compagno di scuola e che era diventato il suo ”padre spirituale”) a convincere tuo bisnonno a “lasciar correre” cioè a rimandare eventuali interventi soltanto a quando, e se, l’intenzione di “rompere” diventasse attuale….Così la cerimonia (o, meglio, le due cerimonie) avvenne(ro) senza intoppi, rispettivamente come ho già detto, il 31 Gennaio e il 1° Febbraio 1962, giorno, quest’ultimo, in cui Parigi si risvegliò coperta di neve….E con la neve, dopo la cerimonia e un piccolo ricevimento (era morta, da poco, la tua trisnonna Bambergèr, madre di tua bisnonna Geneviève quindi il mio matrimonio venne celebrato, come usava allora quando c’era un lutto in famiglia avvenuto da poco, “dans l’intimitè”) partimmo sulla SIMCA Aronde che era il regalo di mio padre, per il nostro viaggio di nozze. La meta finale era Bogliasco, vicino Genova dove mio fratello Lupo aveva una piccola, vecchia, casa di pescatori direttamente sulla spiaggia. E si, niente viaggi esotici in paesi tropicali come “usa” oggi…soldi ce n’erano ben pochi…

Passo subito ad un altro 1° Febbraio quello del 1965, quando nacque tuo padre. Allora eravamo a Sansepolcro, in provincia d’Arezzo, in Toscana, ai confini con l’Umbria, dove io lavoravo alla Buitoni che allora era una Società familiare con i proprii uffici nel “Borgo” . In effetti tuo padre sarebbe dovuto nascere a Roma…Il ginecologo che seguiva tua nonna (il dott. Spaini), abitava, ed esercitava, a Roma dove – tenuto conto del fatto che i tuoi bisnonni Osti vivevano in quella città – noi andavamo spesso, in macchina, da Sansepolcro, per brevi soggiorni. Avevamo addirittura prenotato la clinica dove tuo padre avrebbe dovuto nascere…

Invece, tua nonna, nella notte tra il 31 Gennaio ed il 1° Febbraio 1965 (con circa un mese di “anticipo” sulla data prevista) ebbe le doglie e dovetti portarla immediatamente all’ospedale di Sansepolcro che allora era in un palazzo del ‘500 pieno di scalette anguste , corridoi e salette fatiscenti, con apparecchiature antiquate e medici non proprio alla punta della professione… Fortunatamente c’era una levatrice che aveva messo al mondo centinaia, se non migliaia di bambini cosicché – presa la direzione delle operazioni (cacciò addirittura dalla “sala parto” i medici…) – aiutò egregiamente tua nonna a “scodellare” tuo padre benché lui fosse in posizione “podalica”, cioè in posizione contraria alla normale : prima il sedere invece della testa.

Sansepolcro (anticamente : Borgo Sansepolcro), ai confini della Toscana con l’Umbria, in provincia di Arezzo, non è una grande città, ma un “borgo”, un paesone (circondato da mura) o poco più.

Ora faccio un altro “salto” e torno indietro nel tempo – non lo era neanche Vevey , dove abbiamo vissuto un paio d’anni, più o meno – prima di Sansepolcro – subito dopo il nostro matrimonio che t’ho già descritto..

Lì, a Vevey, Christine, tua nonna, lavorava insegnando a “La Fontanelle” una scuola-pensionato per giovani fanciulle dove si studiava non molto ma dove le allieve – provenienti da tutto il mondo (anche dal Venezuela e dalla Liberia addirittura) – acquisivano una educazione forse superficiale ma reputata (giustamente) necessaria, prima di essere “impalmate” da qualche notabile dei loro paesi. Una liberiana , ragazza splendida, di una bellezza statuaria direi, sposò uno dei figli dell’ambasciatore liberiano a Roma. Costui era stato da “undergraduate” con me ( io ero“graduate student” perché già laureato in Agraria a Napoli) alla Università di Cornell nello stato di New York in America (il suo nome di famiglia era Taylor come quello del dittatore di quel paese in anni più recenti). Li incontrammo qualche anno dopo, casualmente, a Parigi.

Lui era diventato Ministro dell’Agricoltura liberiano. Essendo stato all’Università negli Stati Uniti aveva ovviamente titoli sufficienti per montare i gradini della carriera politica in Liberia più presto di altri. La Liberia aveva allora un dittatore (Mr Tubman) discendente – come tutta la classe dirigente liberiana di allora – da “schiavi liberati” negli Stati Uniti e rispediti, liberi, in Africa, in Liberia, alla fondazione di quella Nazione. Essa era nata, appunto, per accogliere gli schiavi americani “liberati”; questi liberiani un po’ speciali avevano imparato, sembra, la “lezione” e si comportarono peggio, forse, di un qualsiasi colonizzatore europeo – in ogni caso non meglio – con gli autoctoni. Appena poterono, ma molti anno dopo, questi ultimi fecero a pezzi Tubman e molti dei suoi seguaci di origine americana o meno. Chissà se il giovane Taylor e soprattutto la moglie, che per il miglioramento fisico della razza umana se lo sarebbe meritato, sono riusciti a farla franca. Non li ho mai più visti.

Io, a Vevey lavoravo alla Nestlé o, meglio, alla “AFICO” una specie di “concentrazione di cervelli” per lo studio ed il lancio di nuovi prodotti (ma anche per altre funzioni centrali del gruppo) nel mondo. Ma ne riparleremo in seguito.

A Vevey c’erano le montagne, le passeggiate, i concerti a Montreux, e poi Losanna molto vicina.

 

A Sansepolcro, invece, per tornare all’Italia dove tuo padre è nato, a parte le bellezze artistiche e architettoniche del Rinascimento (c’è nato, oltre a tuo padre, anche Piero della Francesca e c’è la sua – strepitosa – Resurrezione nel Museo locale) e quelle naturali, c’è ben poco…

Quando arrivammo (dalla Svizzera), in macchina, una sera di Aprile, credo, del 1964 l’ora era quella, in prima serata, del così detto “struscio”, della passeggiata, cioè, di tutta la popolazione, sul “corso”: una strada, non molto larga, che attraversava diametralmente tutto l’antico “borgo” da una porta all’altra delle vecchie mura. Un’ora più paesana, provinciale, piccolo borghese, non potevo scegliere…. Tua nonna, nata e cresciuta, poverina, a Parigi, si mise a piangere… più “esiliata” di così non poteva sentirsi… E invece, poi, ci adattammo bene, io grazie al lavoro che mi piaceva e mi interessava – almeno all’inizio – e tua nonna grazie a Misette Buitoni (morta purtroppo nel 2007 nella sua bella casa di Perugia) che viveva con il marito, Bruno (che era il mio “capo”), anche lei a Sansepolcro. Lì infatti erano gli uffici della Buitoni (ora parte del gruppo Nestlé, ma hanno vendendo il “sito” nel 2008), con la grande fabbrica di pasta ed altro. Misette era svizzera francofona, di Losanna, quindi un po’ perché poteva parlare la sua lingua, un po’ perché Misette era veramente gentile, divertente,simpatica (e bella), e prese tua nonna in simpatia, gli anni di Sansepolcro furono tra i più piacevoli della nostra vita di coppia.

 

Dunque, caro Mathias, forse non t’ho meritato, visto che tuo padre m’è stato “imposto” ma, senza ombra di dubbio, sono contento che lui, come anche te e tua sorella, ci siate e mi auguro (stavo dicendo : “prego Iddio”, come tanti miscredenti che, esprimendo un augurio, sperano che una “entità suprema” o Padreterno che dir si voglia, faccia sì che l’augurio non subisca impedimenti di sorta), mi auguro, ripeto, per quanto ti riguarda, che tu possa continuare ad esserci a lungo e che quanto ti capiterà in seguito, nella tua vita, sia di tuo gradimento e soddisfazione tua e di tutti, per almeno altri cent’anni.

Come hai letto, quando ho cominciato a scrivere questi ricordi, tua sorella Olivia non c’era ancora….é nata mentre questa “raccolta” non era ancora completata….chissà mai se lo sarà visto che man mano che progredisco, nello scrivere, i ricordi si accumulano…e ce ne sono per chissà quante pagine ancora. Continuo a correggere, ad aggiornare….

Ma andiamo per ordine.

 

– Osti e Tavernieri

Nel 1954, appena laureato (nel Novembre) in Scienze Agrarie (alla Facoltà di Scienze Agrarie dell’Università di Napoli che, come oggi, era a Portici non lontano da Napoli) raccoglievo, a Viterbo e Provincia, dati e informazioni per acquisire esperienza e verificare la metodologia di “campionamento” per uno studio economico commissionato all’INEA (Istituto Nazionale di Economia Agraria) di Roma, da cui dipendevo, dalla FAO (Food and Agriculture Organization) che ha anch’essa la sua sede a Roma (malgrado sia una”agenzia” dell’ONU di New York) sugli effetti economici della Riforma Agraria in Italia. Il campionamento avveniva estraendo a sorte un certo numero di parcelle catastali. Da qui si risaliva alle proprietà private “campione”. Queste facevano da “pendant”, a quelli tra i “poderi” o “quote” distribuite ai beneficiari della Riforma Agraria, che erano stati campionati per lo studio, anch’essi estratti a sorte tra l’”universo” dei poderi e delle “quote” (più piccole di un “podere”) dell’Ente di Riforma Agraria, in provincia di Viterbo.

Tra le proprietà private fu estratta, anche, quella di un convento di suore di clausura a Marta, nel viterbese, sul lago Trasimeno non lontano da Bolsena dove ha un bellissimo giardino tuo “zio” Mattia Osti (figlio di mio fratello Lupo) ereditato, appunto, da suo padre che lo ha a lui affidato all’inizio del 2010. Malgrado il tempo continui a passare a velocità sempre crescente (siamo già nel Settembre 2011 con questa mia ennesima revisione…) mio fratello Lupo é ancora, fortunatamente, vivente. Parlare con lui è per me un grande piacere e , malgrado la grande differenza d’età (ha undici anni più di me), spero continui.

Intervistai, quindi nel 1954, la superiora che, gentilissima, mi passò tutte le informazioni che la “bozza” di questionario (che stavo “testando”) prevedeva e poi mi propose di visitare la cappella, cosa che io accettai con interesse, visto che era chiusa al pubblico la maggior parte della giornata. Non ci trovai gran che come opere d’arte – se ricordo bene – ma notai una targa marmorea a ricordo e celebrazione dei donatori che nel secolo precedente, o all’inizio del secolo allora corrente, non ricordo bene, avevano permesso il restauro, o l’”arricchimento” estetico, della cappella e dell’edificio del convento. Tra questi c’erano gli “Osti e Tavernieri” di Marta… “Vede, reverendissima madre, non sapevo che la mia famiglia fosse tra i benefattori del convento…” osservai, cercando di apparire arguto…. La superiora sorrise, immaginando che io avessi tentato di fare dello spirito. In effetti se avessi così commentato per essere spiritoso, la cosa non era mal trovata …il problema era che parlavo “sul serio”… non avevo notato affatto l’associazione, ad altri occhi evidente, tra “osti” e “tavernieri” che rendeva lapalissiano anche al più’ stolto dei lettori della targa di quali “osti” si trattasse… Vidi quindi dipingersi sul viso della reverendissima madre una espressione di inorridito stupore alla palese idiozia dell’interlocutore e me ne accorsi. Forse ci misi una toppa facendo una gran risata … ma il dubbio, da parte della reverendissima madre, di aver incontrato un perfetto cretino non fu completamente dissipato…

Ma andiamo al dunque, probabilmente la famiglia Osti è stata, é, o sarà benefattrice e/o edificatrice di opere di bene, ma certo non a Marta anche se mio fratello, e tuo pro-zio, Lupo, come ho appena detto aveva (ed ha, attraverso suo figlio Mattia) “La Lucciola” con tanto di collezione di Peonie ed altre meraviglie dendrologiche e orticolturali, non molto lontano, a Bolsena..

 

 

Gli Osti, infatti, la famiglia intendo, da cui discendi tu, avevano, nel 18° secolo, delle campagne nel bolognese. Ovvio quindi dedurne che,forse in origine “osti” (o “tavernieri”), gli Osti erano diventati agricoltori, occupazione questa di gran lunga preponderante tra la popolazione della penisola italiana fino a tempi molto recenti. Speriamo che l’evoluzione (ancora una volta, ammesso e non concesso che il passaggio da “osti” a “possidenti/agricoltori” sia, di per se, positivo) in senso buono, continui… A parte i tuoi parenti “diretti”credo esista tuttora sulla piazza di Bazzano, a pochi chilometri da Bologna, una farmacia Osti. Stessa famiglia della nostra. Tanto avevano confermato gli studi di mio zio Anselmo, fratello di tuo bisnonno Arrigo, che riuscì ad arrivare, consultando documenti varii – soprattutto parrocchiali – ad un Adamo (non compagno di Eva e mangiatore di mele, ma, semplicemente, Osti) vissuto a cavallo del 17mo/18mo secolo, a Bazzano appunto e ad un Antonino, priore di Bazzano il cui stemma campeggia su di un muro della casa Osti di Bazzano tuttora, pare, di proprietà degli Osti locali. Tale stemma è tra le fotografie, disegni ed altro che ho raccolto su di una chiave USB legata al mio computer come anche la copia del ritratto del detto Antonino che è di proprietà , appunto, degli Osti di Bazzano. Ho anche copiato due “diplomi” dello Stato Pontificio che si riferiscono al detto Antonino la gloria, conosciuta, più antica della famiglia.

Tra gli Osti di Bazzano è entrato a far parte impalmando una discendente di quel ramo Dimitrios Georgiou che, pare, secondo mio fratello Lupo col quale ha intrecciato una certa corrispondenza di carattere “araldico”, abbia addirittura aggiunto al proprio nome il nostro, cioè è diventato Georgiou-Osti. Quindi hai, come parenti degli Osti-Guerrazzi e dei Georgiou-Osti.

Tra le nostre tombe della Certosa (il cimitero di Bologna dove anche le mie ceneri potrebbero andare a finire) c’é quella di Osti Antonino. Le altre due di cui siamo proprietarii sono una della famiglia Zanarini (una Zanarini sposò un tuo quadrisnonno) e l’altra Bonvicini: tua trisnonna era una Bonvicini.

Quando con tuo padre andrai a Bologna (ci sono, dal 1987, anche le ceneri di tua nonna Christine) controlla i nomi sulle lapidi….In quella degli Zanarini ci sono andate – di recente e cioè nel Febbraio 2010 – anche le ceneri di tua pro-zia (mia sorella) Ornella che è all’origine del secondo nome di tua sorella Olivia Ornella.

Tra le leggende tramandatemi da zio Vittorio Moroni (marito di mia zia Anna Osti, sorella di mio padre, l’unico che m’abbia mai parlato dei nostri avi) c’è quella che gli Osti,vissuti a cavallo, appunto, tra i due secoli (il 18mo ed il 19mo), coltivassero canapa tessile nel bolognese, (allora – pare – la canapa non si fumava) mettendo poi su una “impresa” che arrivò a tessere tutta la teleria destinata al corredo dell’Armata napoleonica del Regno d’Italia, poi decimata in Russia (purtroppo non è stata l’ultima batosta sofferta dagli italiani in quelle terre) .

Di cotone, la fibra vegetale ora di gran lunga la più usata , ce n’era poco, allora, in Europa, e la canapa, col lino, era tra le “fibre” vegetali più utilizzate nei tessuti.

Da ragazzo ricordo di aver dormito in lenzuola di canapa, (chissà se erano ereditate da casa Osti del XIX secolo ?) freschissime e piacevolissime se usate a lungo precedentemente. Quelle che corredavano il mio letto erano state “lisciate” dall’uso fatto dal “personale di servizio” di casa che allora, visto che veniva retribuito scarsamente, era numeroso anche nelle famiglie della media borghesia quale era, ed è rimasta, la nostra. In effetti, nuovo,un tessuto di canapa potrebbe essere usato per grattarci sopra il parmigiano…

Per il mio servizio militare italiano (1958-1959), tra il corredo fornitomi dall’Esercito quando frequentai il Corso Allievi Ufficiali di complemento ( il 18°,ad Ascoli Piceno) c’erano due paia di mutande in tela di canapa. Non le indossai mai …se lo avessi fatto, tuo padre – e quindi tu – non sarebbe nato, tale era il potere abrasivo delle stesse…

È certo che gli Osti di Bologna erano, nel 19mo secolo persone agiate, non aristocratici, ma borghesi benestanti. A parte il giudice Antonino non credo si distinguessero, o si fossero mai distinti, per imprese eccezionali anche se, pare, sia esistito, nel 19° secolo, un cardinale Osti… bah o meglio : boh…

Il nonno di Annibale, mio nonno, (sei generazioni prima della tua) ne fece però una davvero degna di menzione, se vera, in questo contesto. Durante i “moti” del 1848 che sconvolsero (entro certi limiti) l’Italia d’allora, anche Bologna passò qualche giorno molto agitato. Il tuo avo perciò pensò bene di mettere al sicuro la famiglia (immagino ben vettovagliata) in cantina e, armato di spada (ammesso che la sapesse usare), aspettava l’arrivo di giorni più tranquilli nel “rifugio”. Ma la cantina conteneva anche le botti del vino (chissà se era Lambrusco che è il vino emiliano per antonomasia, così come il Chianti è toscano) e la tentazione fu troppo grande…Ne bevve a dismisura, tanto che, sentendosi venir meno, sfoderò la spada, dette una poderosa “stoccata” alla botte vicina semivuota e (dicendo “Morte ti vedo ma non ti temo”)… spirò nelle braccia della consorte….Una versione di questa storiella, un po’ diversa ma con lo stesso epilogo dell’avo ubriaco fradicio e infilzante la botte è stata raccontata da mia nonna Adelina – di cui parlerò più a lungo più tardi – a mio fratello Lupo ….Vedi dunque da che nobile stirpe di guerrieri tu discendi…..

Annibale (tuo trisnonno) non amava –che io sappia – smodatamente il vino, come il suo avo, ma aveva una passione marcata per il gentil sesso. Si dice (sempre secondo lo zio Vittorio) che finanziando un corpo di ballo (addirittura portandolo a Parigi), ed altro, sperperò tutta la sua fortuna e anche quella della moglie, nata Bonvicini , un’altra famiglia agiata di Bologna, come ho accennato.

Fatto si è che non avendo più una lira ( dipende a che epoca riferisco il valore di una lira; molto meno di un millesimo (!!) di euro dei tempi più recenti ,se non saprai, quando e se mi leggerai, cos’era una lira), o quasi, un gruppo di amici lo appoggiò perché rientrasse (aveva già fatto il servizio militare da ufficiale) nell’Esercito Italiano. Lì finì per diventare colonnello e arrivare alla pensione; molto magra peraltro tanto che, all’inizio, i figli più abbienti ( mio zio Alberto e tuo bisnonno Arrigo) accolsero in casa i genitori, uno per parte : (mio) nonno Annibale a casa di Alberto e mia nonna Anna Maria a casa nostra. Durò poco. Mia nonna Anna Maria, donna alquanto viziata e abituata ad essere servita di tutto punto, forse anche un po’ pretenziosa, divenne talmente insopportabile a sua nuora (mia madre e tua bisnonna) Mercedes e al suo stesso figlio che quest’ultimo (coll’appoggio dei fratelli) finì col mettere e madre e padre in un pensionato. Là la famiglia, a Roma, andava a trovarli, a turno, ogni Domenica.

Anna Maria ed Annibale, i miei nonni, ebbero sei figli, nell’ordine : Lorenzo (che morì giovanissimo), Aldo, Anselmo, Anna, Arrigo, Alberto. Come vedi tutti nomi che cominciano con la lettera “A” a parte Lorenzo che mio nonno Annibale reputava (con qualche ragione visto che il suo primogenito era morto poco dopo la nascita) portasse “scalogna” quindi, da Anselmo in poi venne adottato soltanto come secondo nome per tutti i maschi. Nonno Annibale avrebbe voluto che diventasse una tradizione di famiglia ma mio padre cominciò con Anna Maria (mia sorella “Ninni”, la maggiore), continuò con la seconda figlia Alberta Vittoria (mia sorella “Tita”) ma chiamò il primo figlio maschio Gian Lupo (mio fratello “Lupo”) che era un nome di casa del Bono, cioè della famiglia di mia madre. La terza figlia (tra Lupo e me) fu chiamata Ornella, un nome coniato da Gabriele D’Annunzio, autore e poeta italiano, aviatore e grande amatore, che andava per la maggiore quando Ornella venne a questo mondo. Ultimo di cinque figli lo scrivente, tuo nonno Aldo, semplicemente, senza Lorenzo per secondo nome. L’ho aggiunto io, di mia volontà, per distinguermi da mio cugino, Aldo anche lui, di tre anni più vecchio di me (il capostipite degli Osti-Guerrazzi-Samuelli) di cui parleremo in seguito, che aveva una “fama” abbastanza “sulfurea”. Anche lui bollato da un nomignolo da bambino viziato: Pupi….forse peggio di Cicci, il mio diminutivo tuttora usato da mio fratello e pochi altri (sempre meno…)….non so. Ne riparleremo come riparleremo di Arrigo, mio padre e tuo bisnonno.

Anna sposò lo zio Vittorio (Moroni) già nominato, che aveva conosciuto insegnando nelle scuole italiane all’estero. Non ebbero figli. Dello zio Vittorio ho un ottimo ricordo, era un simpaticone, anche se non molto esigente con se stesso e col prossimo sul piano intellettuale. D’ogni tanto, con mio fratello Lupo e mio cugino Aldo andavamo a trovarli a Castiglioncello (Livorno), loro residenza, nella loro grande casa. Allora mi sono fatto tra le più spensierate e piacevoli risate della mia vita.

Lo zio Vittorio aveva la mania di imitare, inventando i più incredibili intrugli, bevande alcoliche “di marca”, ri-confezionandole in bottiglie – già vuote – originali, e passandocele – piene – per tali, anche come contenuto. Veniva regolarmente smascherato con corredo di lazzi e feroci accuse di essere un volgare falsario, tutte accuse che assumeva con gran spirito, rispondendo sempre argutamente in toscano stretto. Era, infatti, originario di Livorno città dove si parla il toscano più becero possibile. Aveva girato tutto il mondo insegnando nelle scuole italiane (dove aveva conosciuto mia zia Anna), e nel tempo libero aveva anche fatto cose “interessanti” come cercare l’oro – senza trovarlo, naturalmente – in Ecuador.

Ma torniamo agli Osti. Di tuo trisnonno Annibale ho già brevemente parlato. Non ti ho detto che, in vecchiaia era diventato cieco (“macula” senile degenerativa…. attento! ‘E nei genî della famiglia! Ma pare non sia ereditaria, speriamolo.), quindi, vuoi per le ristrettezze economiche, vuoi per la sua cecità, non credo fosse particolarmente allegro nei suoi ultimi anni.

Forse non era proprio fiero di aver sperperato in pessime speculazioni, donne ed altro, l’agiatezza sua e quella di sua moglie, peraltro ebbe la faccia tosta di chiedere ai suoi figli di coniare, alla sua morte, una medaglia d’oro (a spese dei figli, naturalmente, e da distribuire a tutti i discendenti) con la sua effige e quella di sua moglie, e con la scritta : “una sana costituzione, una buona educazione e un nome onorato sono il miglior retaggio per chi parte e la migliore eredità per chi resta” (o

qualcosa del genere, in questo momento non sono riuscito a ritrovare la medaglia…). E tanti saluti!. Lo ricordo molto poco perché morì nel 1936 quando io avevo solo cinque anni….Una sua fotografia, in divisa e appoggiato in posizione “marziale” a una colonna è tra le fotografie conservate nella chiave USB allegata a questo computer.

Aldo (da cui il nome di mio cugino – figlio di Alberto – ed il mio) morì nel 1911 durante la campagna di Libia (c’è, in casa, una sua bella fotografia da ufficiale dei granatieri che entra alla testa del suo plotone di Granatieri di Sardegna a Tripoli) era sposato con (mia) zia Maria Giambruni, una famiglia, borghese, anche loro di Parma . Ebbe due figlie : una mai sposata, Pierina, l’altra, Luisa, sposò Giuseppe Chiarelli, di Martinafranca in Puglia, professore universitario e poi ,dopo una fortunata carriera, Giudice e finalmente Presidente della Corte Costituzionale italiana. Mio cugino Raffaele Chiarelli è anche lui Professore di Diritto Costituzionale; come dice (spiritosamente) lui,” per diritto ereditario”.Ci siamo completamente persi di vista.

Anselmo, il maggiore dei figli superstiti sposò, senza progenitura, una sua infermiera (era medico e di una onestà e dirittura morale assolutamente esemplari) : la zia Rosita, che lo rese felice. Era mio padrino di battesimo.

La prima moglie di Alberto, il più giovane dei sei figli di Annibale, era una Guerrazzi (Mariolina), quindi toscana. Gian Domenico Guerrazzi fu una delle figure più rappresentative del Risorgimento Italiano e “dittatore” della Toscana prima che, per referendum, scegliesse di annettersi al Regno d’Italia. Visto che detta famiglia si sarebbe estinta non avendo eredi maschi, mio cugino Aldo (il primo ad essere battezzato con quel nome, nella mia generazione) aggiunse, seguendo le corrette vie legali, negli anni 60 credo, al cognome Osti quello dei Guerrazzi. E poi i figli di Aldo essendo stati adottati, per facilitare l’eredità, da una loro zia Samuelli (una famiglia del cosiddetto “generone” , la ricca borghesia “nera” romana) diventarono : Osti-Guerrazzi-Samuelli.

Ho già accennato alla immagine “sulfurea”di mio cugino Aldo e alla iniziativa da me presa di assumere come secondo nome – che non avevo – quello di Lorenzo, seguendo la direttiva tracciata da mio nonno Annibale…Certo che se mio cugino Aldo avesse assunto il cognome Guerrazzi qualche anno prima io, forse, non avrei sentito il bisogno di chiamarmi Aldo Lorenzo.

Ripeto : all’anagrafe o alla fonte battesimale, dopo Aldo, io non ho nulla….I maligni (mio fratello Lupo) suggeriscono che con la “L” tra la “A” e la “O” potevo rubare impunemente i fazzoletti, con cifra, a mio padre (A.L.O.) ma Aldo cugino ne aveva combinate davvero di cotte e crude. Si era arruolato, minorenne, nella Xa MAS di Valerio Borghese sotto la Repubblica di Salò ed ebbe (tornato indenne a casa) svariate avventure con donne giovani e meno giovani…Insomma quando i genitori delle fanciulle che io frequentavo chiedevano informazioni su “Aldo Osti” la gente faceva spesso confusione tra me e lui e le mie “frequentazioni” diventavano….difficili per le pessime “informazioni” così raccolte.

Ma torniamo agli Osti della generazione di mio padre. Arrigo, il quarto dei cinque figli superstiti di Annibale e l’ultimo di cui ti sto parlando – visto che ho già parlato brevemente degli altri: tuo bisnonno Arrigo, sposò Mercedes del Bono, figlia di Alberto del Bono che finì la carriera in Marina da Ammiraglio d’Armata e fu fatto dal Re (Vittorio Emanuele III) Senatore del Regno. È stato Ministro della Marina italiana durante la prima Guerra Mondiale con il Gabinetto Orlando e quindi lo era ancora alla fine .

I del Bono vengono da Parma e facevano parte della nobiltà provinciale locale (sono Conti) non particolarmente ricca di mezzi in quanto Parma era come tutta l’Italia soprattutto dedita all’Agricoltura. I del Bono di terre non ne avevano poi “tante-tante” e quelle che avevano erano tutte, già nella seconda metà del secolo 19°, ipotecate più volte. Dopo un periodo di splendore (riuscirono a farsi una cappella in Duomo con tanto di quadro del Correggio) ebbero una certa notorietà (locale) durante il ducato di Maria Luigia (Marie Louise) ex-imperatrice dei francesi di cui, pare, un canonico del Bono fosse confessore. E ne deve aver sentite di cotte e di crude, se quello che si racconta di M.L., sul piano sessuale, è vero anche solo in parte.

Ma poi caddero ben presto in gran ristrettezze economiche. Alberto del Bono,tuo trisnonno, scelse la carriera militare in Marina. I suoi fratelli, Angiolo ed Alfredo emigrarono in Argentina a cercarvi fortuna – e la trovarono riportandosi , poi, in Italia anche una moglie (ciascuno) – le zie Pelela e Teresa – sorelle, argentine ma di origine italiana/genovese, le sorelle Rivara. . Alberto venne quindi “sposato” a un bel partito locale : Adelina Ferrari, anche lei di Parma o quasi: di Viarolo per l’esattezza. I Ferrari, non nobili ma apparentemente ricchi, molto ricchi, erano padroni di molta terra, addirittura del paese intero, compreso il cimitero, che accoglieva le loro tombe. Tutto (probabilmente ipotecato più volte) venne poi venduto o comunque alienato , compreso il cimitero, senza che i Ferrari ( mia nonna stessa? Non so) avessero i mezzi per risistemare le spoglie traslocate. Una leggenda famigliare racconta che il caffè sulla piazza di Viarolo avesse dei tavolini in marmo ricavati dalla pietre tombali Ferrari… Un parente od amico, avventore casuale del caffè, infatti, si trovò a passare la mano sulla parte “nascosta” del tavolo e trovandola non perfettamente liscia ne controllò, mettendoci la testa sotto, la superficie, trovandovi incise sopra (cioè “sotto) le generalità dei Ferrari…” sic transit gloria mundi”.

Comunque Alberto del Bono ebbe una bella carriera e (mia) nonna Adelina fece veramente del bene. Con i suoi soldi, almeno con quelli che le restavano, costruì addirittura delle case per i lavoratori in una borgata di Roma. Non c’è da stupirsi, quindi, che alla fine, di soldi, ne restassero proprio pochissimi.

Quando nel 1908 la squadra italiana (comandata dall’Ammiraglio Alberto del Bono) fu dirottata su Messina, distrutta dal terremoto, per i soccorsi, mio nonno trovò sul molo ad aspettarlo mia nonna Adelina che aveva abbandonato figli e quant’altro per dare una mano ed un conforto ai terremotati. Era una cattolica “progressista”, amica di Fogazzaro e Don Brizio e Padre Semeria, personaggi storici, molto all’avanguardia per quei tempi. Credente convinta, e lo dimostrò in vita, in un cattolicesimo dove la “carità” predominava su tutte le “virtù”.

Di mia nonna del Bono (la sola nonna che io abbia veramente conosciuta), ricordo i rosari recitati in giardino a casa del Bono a Cremella, in Brianza – dove lei (e anche noi Osti) era invitata ogni estate dal figlio “Giannetto” (che aveva sposato una Orlando, la famiglia, allora, dei cantieri navali e poi della “Metallurgica”) – in ginocchio sulla ghiaia del “piazzale”. Un fioretto non spontaneo ma imposto da questa nonna esigentissima, una vera sofferenza. Ricordo (piacevole, stavolta) anche il profumo di lavanda che veniva fuori, all’apertura, dai cassettoni dove era riposta la sua biancheria personale….. Forse è da lei che ho ereditato un olfatto più che normale.

Nonna Adelina per controllare la mia biancheria personale da bambino e stabilire la necessità di un cambio, soleva tenere il capo di biancheria sotto esame a debita distanza dal naso ed …annusare. A seconda della reazione, quindi, il capo di biancheria veniva mandato a lavare, o meno. Allora si cercava di risparmiare anche sul sapone e non c’erano detersivi. Tutto era lavato a mano.

Vestiva sempre di nero avendo preso il lutto nel 1911 alla morte del figlio Lupo morto, durante il servizio di leva, di tifo, nel “campo” militare di Sutri (provincia di Viterbo) quando il suo reggimento (anche lui era un granatiere come mio zio Aldo Osti, ma soldato semplice perché non aveva fatto studi né era stato all’Accademia militare) si preparava a partire per la Libia dove anche Aldo, come ho già detto, morì; di colera nel suo caso.

Nel 1931 (pochi giorni dopo la mia nascita) morì anche mio nonno Alberto e da allora nonna Adelina vestiva – sempre – di nero restando come “moda” a quella del 1911 : vestiti lunghi fino alle caviglie, accollati (anche d’estate) o. al massimo, più leggeri – quasi, ma non molto, trasparenti sulle spalle e grandi cappelli con velette nere svolazzanti. Era, in gioventù una bella donna e tale restò in vecchiaia. Donna di grande “presenza”.

Aveva avuto, da Alberto, cinque figli,, nell’ordine : Graziella, Mercedes (mia madre), Lupo (morto di tifo, come ho già detto, da granatiere), Giannetto e Gina.

Cominciamo dall’ultima : Gabriella del Bono “detta Gina” (come amava firmarsi) era di costituzione molto cagionevole, soprattutto sul piano “psichico” Era molto graziosa e fu, pare, molto corteggiata da buoni partiti senza nessun risultato visto che restò zitella fino alla fine. Una fine triste, in gran ristrettezze finanziarie,anche se continuò a vivere – fino alla morte – nel grande appartamento dei miei nonni a via Michele Mercati al primo piano rialzato . Godeva di una piccola pensione che le venne assegnata (dopo pratiche alquanto laboriose) dal Consiglio di Stato come figlia a carico dell’Amm. Del Bono (mio nonno) suo padre che, appunto, era morto senza beni particolari, solo l’appartamento di via Michele Mercati. Tra le sue fissazioni di donna psichicamente labile, c’era quella che il Papa sarebbe dovuto “andare a Canossa” a chiedere scusa alla regina d’Inghilterra (“..che ha fatto la guerra, per mare e per terra al re del Perù…”). Andava alla Chiesa Anglicana di via del Babuino a Roma, e faceva regali alla Chiesa stessa svuotando casa sua dei cimeli di mio nonno Alberto. Tra questi la medaglia d’oro dell’Ordine Mauriziano e, addirittura, la spada di samurai che l’allora principe ereditario del Giappone, Hirohito (quello che poi, imperatore, dichiarò la seconda guerra mondiale agli USA) gli aveva regalato visitando Napoli dove nonno Alberto era ammiraglio comandante della squadra, negli anni seguenti la prima Guerra Mondiale. Ora è in casa del Bono (Alberto) a via Borgospesso a Milano. I cappellani anglicani non potevano non essersi accorti dello stato mentale di mia zia, telefonavano perciò a mia madre e qualcuno di noi passava, ringraziando, a via del Babuino a riprendersi il “regalo” . Vennero restituiti tutti i regali? Nei riguardi di un cappellano mia madre non aveva dubbi, anche i pochi soldi che mia zia aveva in tasca vennero – quando donati – puntualmente restituiti. Ma di un altro cappellano mia madre restò, soprattutto per i regali in banconote (come ho già detto niente di eccezionale), alquanto dubbiosa.

Non ho la coscienza particolarmente tranquilla per quanto riguarda il mio comportamento con mia zia Gina : confesso che se la incontravo per strada passavo sull’altro marciapiede per non mostrare la mia stretta parentela con questa persona che dava evidenti segnali, attraverso l’abbigliamento ed il comportamento, di essere quello che era: matta, ma non da legare. Peraltro va detto che se era vero che come “psiche” la poverina era “debole” il fatto che fu mandata a fare la crocerossina (con le sorelle : mia madre e mia zia) negli ospedali di prima linea durante la prima Guerra Mondiale non deve, certo, aver aumentato il suo “equilibrio”. Ma le figlie del Ministro della Marina (mio nonno Alberto del Bono) non potevano “imboscarsi a Roma a far la calza…”. Allora così si ragionava, bella differenza dal Presidente degli Stati Uniti G.W. Bush che ha fatto “carte false” per evitare di combattere in Vietnam…Chi ha ragione alla resa dei conti? Bah….

Giannetto sposò Maria Orlando, donna minuta e molto graziosa anche se non quanto una sua sorella (Marcella) che aveva un viso particolarmente attraente, da personaggio “boldiniano” (Boldini è un pittore italiano del ‘900 di bellissime signore…). Era, Maria, particolarmente buona e gentile con tutti e madre affettuosissima dei figli (Bona, Alberto e Gian Lupo) che educò e seguì esemplarmente anche dopo la morte di Giannetto – mio zio – avvenuta abbastanza immaturamente. Gli Orlando erano (e lo sono ancora) una “grande” famiglia industriale italiana. Una volta esistevano i Cantieri Orlando che costruirono anche molte delle navi della flotta italiana (da qui il “rapporto” con la famiglia del Bono). La “Metallurgica” è stata uno dei leader (se non, addirittura, il leader) del mercato del rame in Europa. Peraltro gli Orlando (che di origine sono siciliani, come lo era Vittorio Emanuele Orlando Primo Ministro anche durante la Prima Guerra Mondiale e quindi “capo” di tuo trisnonno, Ministro della Marina, ma , sul piano famigliare, non aveva niente a che fare con gli Orlando industriali) praticavano una tradizione molto meridionale : i maschi della famiglia “prevalevano” sulle femmine – che non partecipavano, quindi, alla gestione della fortuna famigliare né, in maniera “egalitaria”, all’eredità. La dote, cospicua , esauriva il loro coinvolgimento nelle fortune famigliari e se non si sposavano : …”tant pis”. I maschi “importati” dalle sorelle sposate, erano “estranei” , mai all’ “altezza” dei “purosangue”…. Giannetto, detto Gianni (ma il suo nome era Gian Filippo) del Bono, quindi, pur dirigente della Metallurgica (che allora non si “occupava” di rame soltanto) riceveva un buono stipendio (immagino) ma fu mantenuto sempre “in seconda linea”. Ne soffriva ma ne soffrì per poco perché morì di cancro ai polmoni. Il primo orologio (un EBEL) che io abbia mai posseduto mi fu regalato dagli zii (Giannetto e Maria) per ringraziarmi delle mie preghiere per la salute dello zio, quando (ma fu per poco) sembrò che il male recedesse.. e invece….

Dei figli dell’Ammiraglio del Bono resta da parlare della sola Graziella (di mia madre te ne parlerò, ovviamente più a lungo e più in là). Graziella dunque era straordinariamente brutta ma diventò una bella signora da vecchia quando un evidentemente buon dentista corresse un andamento decisamente prognato della sua bocca che, da giovane, trasformava i suoi lineamenti facciali in peggio. Comunque, forse per il fatto di essere figlia del Ministro della Marina, riuscì a trovare marito : lo zio Ernesto Lupi di origine ciociara (la sua famiglia era del Piglio in provincia di Frosinone, credo ). Finì la sua carriera in Marina da Contrammiraglio e, non avendo figli, accettò spesso e volentieri di portarsi un nipote (di sua moglie, cioè io) in vacanza in campagna sugli Altipiani di Arcinazzo, sempre in Ciociaria. Ne parleremo in seguito.

Mia sorella Ornella era figlioccia degli zii e Ernesto, che visse più a lungo di Graziella, lasciò a lei l’appartamento che era al secondo piano di via Michele Mercati. Tua “prozia” Ornella, mia sorella,rischiò, peraltro, di non riceverlo come promessole. Negli ultimi anni, infatti, assistettero lo zio le nipoti del Piglio che piglia oggi e piglia domani rastrellarono tutto quello che c’era da rastrellare compresi, alla morte dello zio, anche i mobili di via Michele Mercati. Il mio commento – quando l’appartamento fu trovato squallidamente vuoto – fu : “Corbi (questo il loro cognome) di nome e di fatto…”

Ora nell’appartamento vivono i tuoi cugini Culasso. Silvia figlia di Ornella, mia sorella, e di Marco Francisci di Baschi, diplomatico, È stato il primo ambasciatore italiano in Cina comunista dopo la 2nda Guerra Mondiale . Dopo aver avuto due figli – poco dopo la nascita di Silvia – lasciò Ornella e il matrimonio andò a pezzi. Silvia ha sposato Franco Culasso, professore all’Università di Roma. Hanno avuto due figli: Lorenzo e Martina.

 

Arrigo Osti e Mercedes Osti, miei genitori e tuoi ” bisnonni”

 

A questo punto, visto che ho accennato di già sia a l’uno che all’altra, mi sembra opportuno di parlarne un po’ più estesamente, come coppia e come genitori di noi cinque figli. La famiglia di Mercedes, tua bisnonna apparteneva, come ho già accennato, alla aristocrazia provinciale di cui l’Italia abbondava (e abbonda tuttora) per i tanti staterelli che ne costellavano il paesaggio politico nel 17°/18”/19° secolo e, ancor più, prima. Parma che era stata dei Farnese (gli ex-proprietari del palazzo dove è l’ambasciata di Francia a Roma, uno dei più bei palazzi della città) finalmente fu data, come Ducato di Parma e Piacenza, a Maria Luigia (Marie Louise) ex moglie di Napoleone I come contentino per farle dimenticare i fasti della corte imperiale, assieme, peraltro, al Conte Nyperg, uomo apparentemente – per allora – affascinante (riconoscibile nei ritratti perché portava una benda nera su un occhio) che adempiva ai suoi obblighi personali nei confronti della duchessa diligentemente ma non sufficientemente, col risultato di far attribuire alla stessa Maria Luigia “gusti”, in materia sessuale, non proprio ripetibili. Probabilmente la famiglia del Bono non avrebbe accettato Arrigo Osti come pretendente della figlia ma i del Bono avevano tutto perduto (e quel che restava era massivamente ipotecato) e quindi Arrigo, gran bell’uomo, di grande “presenza” e ufficiale di Marina poteva andare bene. Ma anche gli Osti, come ho già raccontato erano senza una lira, anzi senza un baiocco visto che nell’Italia Centrale i soldi si chiamavano baiocchi.

Ma Arrigo e Mercedes furono sposi e genitori esemplari. Arrigo prima come Ufficiale di Marina     ( lo stipendio di un Ufficiale in carriera era – ed è tuttora – molto scarso, soprattutto per una famiglia di cinque figli come eravamo noi) poi come Ingegnere (entrò all’Italcable alla fondazione di quella Società ora scomparsa con un trattamento più corrispondente ai bisogni di una famiglia numerosa) portava “i soldi a casa”; Mercedes seguiva l’andamento della casa e si preoccupava della salute e dell’educazione dei figli.

Si volevano certamente molto bene ed io non ricordo, da parte di nessuno dei due una parola meno che gentile nei riguardi dell’altro.

Arrigo sempre elegante e, sul piano vestimentario assolutamente inappuntabile, mia madre di una semplicità quasi spartana a parte le velette sul cappello (una signora, allora, portava SEMPRE il cappello) e il nastrino – più in là negli anni – attorno al collo, i capelli sempre raccolti in uno “chignon”.

Prima di sposare mia madre – mi raccontò lo zio Vittorio (il pettegolo della famiglia) – mio padre, Arrigo, pare avesse “frequentato” niente popò di meno che Elena di Francia, Duchessa d’Aosta. E sì, Arrigo era veramente un bell’uomo…e, si dice, avesse gran successo.

C’è una sua fotografia in uniforme da Tenente di Vascello della Marina Italiana (nella raccolta delle foto che conservava sempre con se e di cui io ho fatto copia) sulla porta del suo hangar per i dirigibili a Jesi (nelle Marche) che è una “prova” della sua attrattività fisica.

Dal punto di vista fisico Mercedes non era certo una “vamp” ma alta e con un bel sorriso…esiste un “carboncino” di Aldo Carpi (oggi, a Castagnola, è appeso sotto un ritratto a pastello del padre, l’Ammiraglio del Bono fatto a Venezia nel 1911 dallo stesso Carpi) che ti può dare un’idea di come fosse tua bisnonna quando era giovane. E poi le fotografie abbondano, anche di quando io non ero ancora nato. Ho ereditato infatti da mio padre, come ho appena detto, un “passe-par-tout”in pelle che conteneva diverse fotografie della gioventù e della maturità dei tuoi bisnonni e che mio padre Arrigo aveva sempre con se. Io le ho tutte copiate e messe in una cornice tripla (a tre ante) di metallo bianco. Sono nel mio studio.

 

-Via Michele Mercati, a Roma

 

Io sono nato a Milano (nel 1931) in ospedale, non a Roma . Mia madre era già “in là” negli anni     ( 42) e doveva essere sorvegliata specialmente. Fui battezzato in Duomo e spedito (sono nato il 10 luglio, Santa Felicita) subito in montagna a Mareson, in Cadore. C’è una bella fotografia del sottoscritto in braccio a mia sorella Ornella (ne riparlerò in seguito) in un paesaggio alpino, appunto, a Mareson;. Avevo, allora pochi giorni. Ero un mostro, enorme : alla nascita pesavo 5,2 Kg. Tu ci sei quasi arrivato a superarmi, visto che, se ricordo bene, eri molto vicino ai cinque Kg.

Pur essendo nato a Milano, come ho appena detto, la mia educazione è stata quasi completamente romana, perlomeno fino ad aver terminato le scuole con quello che si chiamava allora, in Italia, la “Licenza Liceale” o, meglio, la “Maturità”)” e si chiama tuttora, anche se molto diversa.

Mio padre Arrigo , ingegnere, lavorava – come ho appena detto – con l’Italcable : la società che allora posava e gestiva la rete di cavi sottomarini che servivano a comunicare con il continente americano del nord e del sud. Soprattutto del Sud visto che furono gli emigranti italiani del Sud America che finanziarono il capitale iniziale della Società che ebbe, appunto, la sua prima sede a Milano. Alla fine del 1931 spostò la sua sede a Roma (a via Calabria) e la famiglia Osti, quindi, si spostò tutta a Roma, ovviamente me compreso.

A Roma, al pianterreno di via M. Mercati, già viveva mio nonno Alberto del Bono, con la nonna Adelina e la zia Gina, e c’era anche mia zia Graziella Lupi che viveva nell’appartamento sopra quello dei nonni. La casa (via Michele Mercati 17-17A, ai Parioli) faceva parte di una serie di villette e “palazzine” costruite da una Cooperativa formata da ex-Ufficiali di Marina : la Cooperativa “Ammiraglio del Bono”. Allora via Michele Mercati era davvero ai margini della città, periferia relativamente “agiata” se vuoi, ma vera periferia. L’ultima parte della strada verso quello che oggi si chiama viale Bruno Buozzi (prima della seconda Guerra Mondiale si chiamava Viale dei Martiri Fascisti ), me la ricordo ancora non asfaltata…E mi ricordo anche delle greggi in transumanza che trovavano ancora pascoli disponibili nelle vicinanze visto che non solo verso viale dei Martiri Fascisti ma in via Michele Mercati vera e propria c’erano rimasti dei terreni anche abbastanza estesi non ancora costruiti. Lo furono soltanto molti anni dopo la fine della seconda guerra mondiale..

La casa, originalmente costruita soltanto per i del Bono e gli zii Lupi venne quindi modificata in modo che le camere destinate “alla servitù”, all’ultimo piano (nei vecchi palazzi la servitù abitava sempre all’ultimo piano, sotto il tetto; il piano “nobile” era il primo..), accogliessero la nuova famiglia Osti : Arrigo, Mercedes e cinque figli, tra questi tuo nonno (cioè chi scrive) subito chiamato Cicci, nomignolo che – in famiglia e coi miei più vecchi amici – mi è restato…

Per i miei 80 anni Silvia e Lorenza mi hanno regalato, in cornice, la fotografia di via Michele Mercati veramente alle origini. È di fronte a me mentre scrivo sul mio computer….

Non fu la prima modifica fatta alla casa. Durante la seconda guerra mondiale (all’inizio direi, i lavori iniziarono nel 1940) la palazzina venne (da mio padre) sopraelevata per dare un po’ di “respiro” alla famiglia che, su di un unico piano era un po’ sacrificata. Con la sopraelevazione ogni figlio avrebbe avuto la sua camera da letto; c’era una cucina (all’ultimo piano) e un “office” (al piano sottostante) con tanto di “montavivande” che dovrei chiamare “scendivivande”, visto che come ho detto la cucina era “di sopra”. I bagni da due diventarono quattro (uno per il personale).Al piano di sotto c’era un gran salotto, un salottino, uno studio per mio padre e,sul pianerottolo, in cima alle scale, persino una lavanderia dove la “sora Lucia”, sempre in costume ciociaro, decorata da un paio di grandi orecchini di corallo (era stata balia e gli orecchini di corallo facevano parte del corredo obbligatorio di una balia romana, comprati a spese della famiglia ospite) veniva una volta alla settimana a fare il “bucato”, ovviamente a mano, con tanto di fuoco a legna sotto il pentolone per far bollire l’acqua che attraverso il tubo disposto centralmente al “pentolone” ricadeva, bollente, sulla biancheria previamente cosparsa di cenere di legna. La biancheria, e la “sora Lucia” sapevano di bucato, uno dei tanti odori che fanno parte dei miei ricordi, certo tra i più piacevoli.

Ma questa capacità recettiva dell’appartamento non venne mai usata del tutto. Lupo. mio fratello , era già soldato (ufficiale) nei primi mesi del 1940) visto che aveva anticipato il servizio militare (aveva solo 20 anni ) . Il piano originale era che dopo questa esperienza (si sperava che avrebbe avuto un benefico effetto sul suo carattere piuttosto turbolento) sarebbe andato all’Università. E invece la guerra scoppiò, nel giugno 1940 per l’Italia, e l’esperienza per lui fu ben più dura che un semplice servizio militare. Prima la guerra sui monti della Grecia (“sui monti della Grecia c’è la Vojussa, del sangue degli Alpini s’è fatta rossa…” cantavano gli Alpini, i “Chasseurs Alpins” italiani…), poi l’occupazione della Grecia diventando ufficiale di collegamento coi nostri alleati d’allora, i tedeschi, e poi, dopo l’armistizio del 1943, una lunga prigionia in un campo di concentramento, inizialmente in Pomerania (oggi Polonia) fino alla liberazione da parte dei russi. Poi, finalmente, il ritorno in patria nel 1945.

Anche mio padre, ufficiale di Marina, durante la guerra, era in Grecia nel Settembre 1943, a Patrasso; anche lui fu internato dai tedeschi coll’ armistizio dell’8 Settembre, ma lui rientrò perché malato (in ambulanza) nel 1944.

La metà dell’appartamento, all’ultimo piano di via Mercati, era quindi vuota o quasi.Durante l’occupazione tedesca fu occupata dalla signora Costanza Guadagnini, nata Bandini/Cirio (amica di mia madre), che vivendo a Napoli pensò bene di trasferirsi a Roma per evitare i bombardamenti alleati molto intensi su quella città. Anche Roma fu bombardata (gli alleati distrussero la Basilica di S. Lorenzo , troppo vicina al nodo ferroviario adiacente) ma certo molto meno duramente che Napoli. La Signora Costanza era molto gentile ed affettuosa. Dopo la guerra mi sono spesso fermato per pernottare (anche più di una notte) a casa sua a Napoli. quando, andavo a Sorrento per passare qualche mese d’estate a via S. Antonio 2 dai Pontecorvo. Ne parleremo in seguito.

Aveva, a Napoli (via Pergolesi) un gran bell’appartamento che dava sul mare vicino a quello che (prima della guerra) era stato il Grand’Hotel; dopo la guerra il Consolato Americano. Ho passato ore a guardare il mare e le navi in movimento o in rada, dal balcone della camera che mi ospitava.

Lo stesso mare che poi ho guardato dal balcone di Corso Garibaldi 111 a Portici,, dove, in pensione dalla signora Petrini, ho passato i miei tre anni di frequentazione Universitaria napoletana per fare “Agraria”. Anche di questo ne parleremo in seguito.

Per tornare all’appartamento all’ultimo piano di Via Michele Mercati (oggi abitato da Cristoforo “Pepito” Osti con la moglie Orsola, nata Sedati che proprio in questi giorni – siamo nel 2009 – ha “lasciato” casa e marito) allora era collegato col piano di sotto da una scaletta interna. L’unico che ne facesse un certo uso, di questa parte della casa, (dopo la guerra e dopo quindi l’occupazione dell’appartamento da parte della signora Guadagnini) ero io visto che studiavo in una delle stanze originalmente intese ad ospitare uno di noi figli. Anzi, dopo il ritorno della Signora Guadagnini a Napoli, usavo tutto l’appartamento per i miei giochi. Credo che esistano pochi ragazzi che abbiano goduto di tanto spazio per se stessi ed i loro giochi, anche se, certo, casa nostra non poteva chiamarsi un “palazzo”.

Ma, per un bambino, l’attrazione principale di via Michele Mercati 17/17A era (ed è) il giardino. Allora tutte le “palazzine” della Cooperativa Ammiraglio del Bono avevano un giardino tanto che, subito dopo la guerra, molte delle palazzine furono vendute dai proprietari e ricostruite più grandi e più alte sfruttando una buona parte del giardino. Una delle poche che restò “uguale” (però era stata sopraelevata da mio padre) fu, appunto la nostra. In ogni caso il giardino restò identico come dimensioni. Così la grande Washingtonia dell’ingresso è “originale” cioè fu piantata alla fine degli anni ’20 dal nonno Ammiraglio del Bono, come anche la “Cycas revoluta” adiacente al cancello del 17A. Oggi (2012) la Washingtonia é morta.

Il nonno del Bono aveva piantato anche alberi da frutto : aranci (ne resta qualcuno) e limoni, mandarini, meli, peri, un nespolo, un albicocco, un mandorlo , un ciliegio, un cachi etc. C’era anche uva… Insomma era un bellissimo giardino e restò un bel giardino, relativamente grande anche se in un angolo lo zio Ernesto ci costruì un garage (con tanto di cameretta e bagno per l’autista) che è là tuttora ed è diventato, con l’appartamento, proprietà dei Culasso.

Arrigo Osti, mio padre, non è mai stato proprietario di una macchina a via Michele Mercati o altrove. Dopo la guerra ebbe sempre una macchina (con autista) a disposizione, quindi non ne sentì mai il bisogno, ma aveva la patente. Fortunatamente non l’ha mai usata; uomo distratto come pochi sarebbe stato una minaccia alla salute sua, della sua famiglia e dell’umanità.

Lo zio Ernesto Lupi, invece, aveva, nel suo garage, già prima del 1940, una “Balilla”, una macchina FIAT che fu particolarmente popolare, in Italia, negli anni 30. Allora non si poteva usare il clacson in città ed era impensabile sentire il “cananaio” ora normale a Roma (anche se il “divieto” sussiste…). Mia zia Graziella, quindi, aveva, pendenti sul cruscotto a lato del passeggero, un mazzo di fischi e fischietti legati da nastri multicolori. Ne afferrava uno con un cipiglio molto aggressivo e fischiava con tutto il fiato che aveva in corpo per “svegliare” chi si soffermava troppo a lungo nell’attraversare la strada, davanti alla sua Balilla. Lei fischiava e lo zio Ernesto guidava. Scene che non dimenticherò mai.

Allora quasi tutti i cani, in campagna, vedendo una macchina, la “attaccavano” abbaiando. Ora succede, ma di rado. Forse tutti quelli che avevano velleità aggressive nei confronti dei veicoli incontrati sono stati eliminati e quindi il “gene” non esiste più…una selezione quasi naturale.

Ma il giardino, per il bambino che ero allora, rappresenta, ancora, un ricordo delizioso. A parte la frutta che si poteva mangiare (talvolta non completamente matura con conseguenze intestinali) c’era la possibilità di scavare canali da riempire con l’acqua che era disponibile in tutto il giardino dalla rete d’irrigazione, con tanto di rubinetti.

Il mio amico d’infanzia Franco de Courten (figlio dell’Amm. De Courten che fu Ministro della Marina col Governo Badoglio dal Luglio 1943) diplomatico,ora ottimo pittore, era bravissimo in questa materia. Mia zia Graziella era meno che contenta di queste nostre prodezze “ingegneristiche” che dal suo punto di vista (e credo avesse ragione…) rovinavano il giardino. Quando ci coglieva sul fatto, dalle finestre del suo appartamento, ci ingiungeva, a gran voce, di riparare tutto, e così facevamo. Il giorno dopo ricominciavamo daccapo…

 

 

L’arredamento di via Michele Mercati e le mie “collezioni”

 

 

Poche sono le cose che sparse in casa, qui a Castagnola, trovano le loro origini in via Michele Mercati. E ancora meno sono quelle che entrarono a via Michele Mercati e cioè nella casa dei tuoi bisnonni (Arrigo e Mercedes) perché provenienti da generazioni precedenti. Tra le poche : il mobile scrivania “Giuseppe Maggiolini” (che Maggiolini non è) che è la sola vera traccia del “benessere” esistente in casa Osti prima che il nonno (mio) Annibale “facesse fuori” le sue “sostanze” (e quelle della moglie, come ho già raccontato) in speculazioni sbagliate. Ci sono poi i ritratti a pastello di Aldo Carpi del nonno (mio) Alberto del Bono e di sua figlia (Mercedes, mia madre, ne ho già parlato). Aldo Carpi era un pittore che poi acquisì una certa fama, e divenne anche Direttore, o qualcosa del genere, all’Accademia di Brera a Milano. I del Bono (e cioè la famiglia di mia madre) lo ospitarono a lungo a Venezia prima della prima Guerra Mondiale (prima del 1911) quando Alberto del Bono, mio nonno, comandava l’Ammiragliato. Era stato per la famiglia, un particolarmente bel periodo, prima della morte di Lupo (del Bono) il maggiore dei figli maschi di Alberto. Mia madre Mercedes lo ricordava con piacere. D’altra parte era certamente un bel vivere (da Ammiraglio a Venezia). In una bellissima casa, servito benone (l’Ammiraglio aveva anche una propria gondola) in una città che resta, anche oggi, (se non “la”) tra le più belle del mondo.

Ci sono,invece, in casa, dei mobili Richard o meglio Bamberger, cioè la famiglia – di origini alsaziane, emigrata a Versailles da Strasburgo nel 1870 – di tua bisnonna Geneviéve, madre di tua nonna Christine che, come ho già detto più volte, purtroppo, tu non hai mai conosciuto. Il comò che è nella nostra camera da letto fu ereditato, appunto, da tua madre con la morte di Genévieve. Raymond, tuo bisnonno materno, con la morte della moglie, divenne, quello che era (aveva vent’anni, credo, di più di sua moglie) : un signore molto, molto vecchio…Forse Ahlzeimer. Finì i suoi giorni tristemente, in una casa di riposo non tanto lontana dalla Avenue Kleber dove, al n° 68, aveva “cresciuto”- con Genévieve – i suoi quattro figli e da dove appunto vengono questi mobili.

Anche le poltrone, in camera da letto, sono “Richard” ed anche le lampade sul comodino. Erano sui comodini in camera da letto di Raymond e Genévieve.

Per il resto – a parte qualche oggetto particolare come il megafono in ottone che era dell’Amm. Del Bono, che è già da tempo in casa tua a Parigi, o la scrivania/trumeau (che ha tua zia Mercedes) che era di tua nonna Christine (ci faceva sopra i “compiti” al liceo) – la maggior parte trattasi di acquisti fatti da Christine, appunto, con me, addirittura ai tempi della nostra residenza a Sansepolcro, all’inizio cioè del nostro matrimonio, nella prima metà degli anni 60 oppure da miei acquisti recenti. A Touques, nella tua casa dei “Vergers des Valbelles” c’è un trumeau/scrivania con sopra delle “pagine di musica”come “illustrazione”. È stato acquistato da me e tua nonna ad Anghiari, a due passi da Sansepolcro, allora con molti antiquari sparsi nel paese. Nella pagina di musica sulla ribaltina c’erano delle note musicali e dei versi :”….non più peccati, peccati mai più”….chissà forse veniva da un convento di clausura…. Allora, con l’inizio del periodo della diminuzione delle vocazioni religiose, conventi e chiese vendevano tutto. Anche il mobile dove oggi, qui a Castagnola, teniamo le posate, tovaglie, tovaglioli etc., in camera da pranzo viene da quel periodo (attorno al 1964) ed infatti si può ben notare che serviva a custodire i paramenti sacri in una chiesa Lo pagai 50.000 lire cioè – se tradotto in euro al cambio dell’anno 2000 – 25 euro. Ovviamente un cambio che ha poco senso oggi; comunque, per me, un buon affare. Anche la madia che é ora in cucina a Castagnola fu acquistata a Sansepolcro o nei pressi…

L’argenteria non è “eredità di casa” e non perchè non ce ne fosse. Io infatti ebbi, come regalo di nozze da mio padre, il servizio in argento di casa Osti, punzonato con le chiavi e la corona papale (Bologna terra originaria – per quel che ne so io, come ho già raccontato – degli Osti, faceva parte degli Stati della Chiesa ). Veramente molto bella, degna di un museo. Moderni invece erano i diversi vassoi da portata (tutti in argento “italiano”, cioè “800”) che mi furono regalati da altri membri della famiglia (per esempio dal mio “padrino” di Cresima Charles Meëuss, con sua moglie Luisa Trionfi Honorati) per il mio matrimonio.

Tutto, tutta l’argenteria intendo (a parte pochi pezzi tra i quali il grande contenitore che ora abbiamo riempito con la “frutta” di vetro di Murano), fu rubata, a Genova, dai ladri penetrati nel nostro appartamento (in affitto) di viale Nazario Sauro 5 – dietro Villa Gaslini su corso Italia – mentre Christine era in montagna coi bambini (cioè tuo padre e tua zia Mercedes, io non c’ero) nella prima metà degli anni 80, direi nel 1982. L’argenteria attuale (moderna) fu acquistata, a Genova, con i soldi che la Società d’Assicurazione ci diede per risarcirci – molto incompletamente – del danno subito.

Ma non sono ancora arrivato a spiegarti le ragioni, e le origini, del mio “collezionare”…un po’ nevrotico, forse…

Da ragazzo collezionavo francobolli e non so proprio dove la mia “collezione” sia andata a finire, francamente non me ne preoccupo tanto, anche se, credo, c’erano dei francobolli “preziosi”. Mio nonno del Bono infatti aveva raccolto una collezione (non completa, ma comunque non indifferente) di francobolli del Gran Ducato di Parma da dove, come ho raccontato già, originava la famiglia del Bono, cioè la famiglia di tua bisnonna .

Poi da giovincello mi dedicai alle pipe (e bocchini) di “schiuma” e infatti in casa c’è un tavolo-vetrina basso dove tali pipe sono disposte, un po’ alla rinfusa. Niente di eccezionale ma qualcuna ha un certo pregio estetico. Ne ho una anche “erotica”, un bocchino, in parte in argento, acquistato da Christie’s nel 2011….

Ma il via al mio collezionismo fu dato da tua nonna Christine che mi regalò una gouache “naive” con un bastimento (l’”Amsterdam”) nel Golfo di Napoli con tanto di Vesuvio fumante sullo sfondo. Chissà, quando tu leggerai queste righe il Vesuvio si sarà rimesso a fumare…speriamo senza altre conseguenze perché temo che, se una eruzione dovesse esserci sarebbe una carneficina più grave, molto più grave, di quella di Pompei nel 72 d. C.. Tante sono infatti le case irresponsabilmente costruite sulle pendici del vulcano dal 1944 (data della ultima eruzione, se ricordo bene) ad oggi. Le tante gouaches collezionate fino ad oggi, fino ai “pezzi forti”” (l’”Eruzione del Vesuvio a Torre del Greco” di J. Wright of Derby e il panorama di Napoli di Pietro Fabris, due olii), certamente dimostrano una passione per il “Vesuvio” e la vulcanologia in particolare.

Questa mi fu ispirata dal mio professore di “Mineralogia” (Prof. Parascandola) alla Facoltà di Agraria dell’Università di Napoli-Portici che io, come vedremo, ho frequentato per tre anni : dall’anno accademico 1951-52 a quello 1953-54 (mi sono laureato nel Novembre del 1954).

Si chiamava, come ho appena scritto, Parascandola, nome napoletanissimo, ed era entusiasta del suo mestiere tanto che ci portava sul Vesuvio per passeggiate che avevano come scopo quello di farci toccare con mano i resti delle manifestazioni eruttive del passato (“fumarole” etc). Era davvero bravissimo… quando parlava si sentiva la terra quasi tremare sotto i nostri piedi, tale era la suggestione che sapeva suscitare nell’ uditorio: nel caso di molti dei miei colleghi alquanto distratto, ma, nel mio caso, attentissimo.

A parte il dipinto di Wright of Derby e quello attribuito a P.Fabris un altro “pezzo” notevole è “I Campi Phlaegraeii” di Lord Hamilton, da me acquistato da Sotheby’s a Londra nel 2007. Fu illustrato dallo stesso Paolo Fabris ed è, certamente, la cosa più preziosa che ho. Finalmente, lo ho tra le mie mani o, meglio, riposa su un bel leggio nel mio studio. Il mio esemplare ha passato molto tempo a Oxford, da un rilegatore di gran classe (Mr Ian Barnes) per cambiargli l’esterno che il proprietario che mi ha preceduto (di cui io non conosco il nome) aveva fatto fare in una brutta pelle rossa, orribile.

Vedrai anche molte statuette “Staffordshire” di Garibaldi ed altri cimeli garibaldini…

Giuseppe Garibaldi (nato a Nizza, allora parte del Regno di Sardegna e non francese come è dal 1866) mi ha sempre affascinato come, d’altronde, affascinò le giovani generazioni di allora e non solo italiane. Uno dei personaggi ritratti dai ceramisti Staffordshire era il colonnello Pearce, “il Garibaldi inglese”, un cittadino britannico, appunto, che partecipò alla spedizione dei Mille e che era anche chiamato il “sosia” inglese del Generale Garibaldi.

Vedrai molte conchiglie (la maggior parte sono : “cowries”), ma anche gusci di tartarughine, trasformate in “tobacco (snuff) boxes” montate cioé (in argento) come scatoline porta tabacco-da-naso, un tabacco tritato finissimo . Allora non solo si fumava (come oggi) ma si “sniffava” bellamente tabacco con, come unica conseguenza, quella di sonorosissimi starnuti e soffiate di naso, ben meno grave di altri “sniffamenti” ora di moda. Fino ad oggi io non ho mai provato a sniffare (né tabacco – che ho fumato , ma solo per pochissimi anni – né altro) e , spero, tu stesso mai proverai.

E poi, e poi….le biscottiere…una collezione “enciclopedica” che comprende anche qualche “tea caddy”, qualche contenitore per il tabacco, qualche piccola bomboniera (a forma di “biscuit barrel”), qualche contenitore per “preserves”…Chissà se riuscirò, un giorno, a fotografarle tutte e commentarle…Ce ne sono non solo a Castagnola (quattrocento e più) ma anche a Parigi (una cinquantina e più), a Touques e a Verbier…..

In questo specifico caso (biscottiere e similari) è facile determinare l’origine di questo ”interesse”, forse una vera e propria mia “mania”. Basta conoscere il mio “excursus” professionale come manager.

Ho finito (bene) la mia carriera con quella che una volta (prima di me…) si chiamava “National Biscuit Company” e poi Nabisco (ora parte integrante, ed integrata, di Kraft Foods). Quindi ero diventato “biscottaio” (biscottiere ? biscottiero?) …ero ed, emotivamente, resto.

Peraltro avevo cominciato a collezionare scatole di latta (litografate o meno) per biscotti, acquistandole presso tutti i robivecchi che trovavo. Tutte le società produttrici ne mettevano regolarmente di nuove sul mercato. In Inghilterra poi ad ogni Natale tutte le società più importanti (ma, sopratutte, la più “vecchia” : Huntley & Palmers) ne lanciavano sul mercato una serie . Spesso venivano acquistate per finire come giocattoli visto che la “scatola” aveva la forma di un tram, di una locomotiva, di un transatlantico, di una autovettura, di un autobus etc.

Le avevo utilizzate sopratutto per decorare il mio ufficio a Parigi, prima a Place de la Concorde e poi a Place Vendôme quando ero Presidente Europeo della Nabisco. La prima “latta” (della “Huntley & Palmers” inglese che, alla fine, diventò parte della Nabisco , aveva la forma di un cestino pieno di mughetti…) me l’aveva regalata tua nonna Christine… Io ne aggiunsi, comprandole, diverse centinaia. Quando morì le vendetti tutte, compreso il “cestino di mughetti”, all’Hotel Drouot a Parigi, me la ricordavano troppo ….ne restano pochissime che sono qui a Castagnola, alcune (della “LU”- Lefévre-Utile) decorate da Moucha.Ne ha una anche tuo padre, una specie di roulette con cavalli al galoppo come decorazione, di una casa biscottiera francese la “Olibet”, se ricordo bene.

Forse si tratta del miglior investimento, questo delle biscottiere di latta, che abbia mai fatto in quanto, nel frattempo, collezionare scatole di latta litografate era diventato molto più comune e quindi quello che, spesso, avevo comperato come “brocante” di bassa categoria era diventato (quasi) “antichità”… Alcune le ho, addirittura ricomprate: quelle a forma di “pacco di libri” che sono sistemate, tra i libri veri, nella biblioteca/porta che è nell’ingresso dabbasso a Castagnola.

“Last but not least” ci sono i “trompe l’oeil”… È a Genova che ho acquistato il primo. A Genova infatti esisteva nel 18° secolo una scuola di disegno “trompe l’oeil”. Se tu controllerai da vicino il più grande di tutti (firmato “Queirolo”, nome molto genovese) vedrai che riproduce, tra i tanti, documenti genovesi (in francese perché allora chi comandava in Italia era Napoleone, imperatore dei francesi ma, anche, re d’Italia). Anche quello ad olio su fondo scuro, acquistato da Christie’s, è genovese.

Ti ho già detto che la posateria da tavola (che sostituisce quella ben più bella “di casa Osti” , rubata a Genova, che era marcata con le chiavi incrociate e mitria papale degli Stati della Chiesa) è “moderna”. Però ci sono altri pezzi, da me acquistati nel corso degli anni che sono di un certo pregio. L’argenteria, soprattutto se relativamente “pesante” mi da un senso di tranquillo benessere fisico, benefico alla …digestione, al sonno, e al morale.

 

-Le vacanze

 

Ti ho già accennato ad Arcinazzo, o meglio “Altipiani di Arcinazzo”, e a Sorrento, e a Mareson che è stato il primo luogo di vacanze per me a meno di un mese dalla mia nascita. Là già soggiornavano,infatti, nell’estate del 1931 (io sono nato il 10 luglio), mio fratello e le mie sorelle, sorvegliati dai miei nonni del Bono, in assenza di mia madre che, ovviamente, era in clinica a Milano. Mio padre, tuo bisnonno, come ho già accennato, lavorava all’Italcable che aveva i suoi uffici, allora, a Milano. Non ricordo ovviamente, assolutamente nulla di Mareson perché, credo, quella lì del 1931, sia stata l’ultima estate   in montagna e l’unica quindi in quella località di montagna nel Trentino trascorsa dalla mia famiglia. Poi, credo, andammo e continuammo ad andare per diversi anni, a Castiglioncello (in provincia di Livorno) per l’estate, prima ospiti della zia Anna, moglie dello zio Vittorio Moroni, alla “Moroncella”. Poi i miei genitori (tuoi bisnonni) presero in affitto una casa, dove soggiornammo per qualche estate ( e solo d’estate) di seguito fino, credo, all’inizio della seconda guerra mondiale, o forse poco prima. Nel 1939 infatti iniziammo a frequentare, d’estate, Meta di Sorrento (sempre in affitto) prima in una casa di Alimuri e poi a villa Cosenza, sempre a Meta.

Ero agli Altipiani di Arcinazzo ,ai confini della provincia di Roma con quella di Frosinone,nel Lazio, dai miei zii Lupi, l’8 Settembre 1943 quando l’Italia firmò l’armistizio , dopo che gli alleati erano sbarcati prima in Sicilia (il giorno del mio 12° compleanno: il 10 luglio 1943) e poi a Salerno (a Settembre). Quel pomeriggio ero, come ogni giorno, a villa Parodi Delfino (i Parodi avevano una fabbrica, di munizioni, a Segni), una bella villa con un meraviglioso giardino ed una ancora più bella piscina, lunga 50 metri e larga 10 almeno, alimentata da una sorgente d’acqua purissima che quindi permetteva di non usare mai né antialghe né altri prodotti chimici per garantirne la chiarezza. Ricordo, quel giorno, le telefonate frenetiche che si incrociavano tra gli ospiti della villa e i loro famigliari od amici rimasti in città per avvertire chi era rimasto a Roma e non sapeva (la notizia ufficiale fu trasmessa alla radio italiana soltanto la sera) di quanto era avvenuto. Tutti già allora ascoltavano Radio Londra (che trasmetteva anche in italiano) ; noi si era ancora in guerra quindi l’ascolto era proibito, ma con l’occupazione tedesca che seguì, Radio Londra, caratterizzata da un segnale di “intervallo” ritmato come un segnale Morse (tre brevi e una lunga) della lettera V per “Victory”, divenne la sola radio di cui ci si potesse fidare per ricevere vere notizie. E a Villa Parodi Delfino ad Arcinazzo, l’8 Settembre 1943, ascoltando Radio Londra e Radio Algeri (in francese), si era quindi arrivati a sapere dell’armistizio, prima di sentirselo dire dalla Radio Italiana che lo annunciò soltanto in serata.

I miei zii Lupi avevano, ad Arcinazzo, una bella casa circondata da abeti piantati da loro stessi che ora sono diventati enormi e che nascondono, mi si dice, completamente la “vecchia” casa.

Vicino alla casa dei miei zii era la grande casa dove abitava il generale Graziani, che poi diventò il comandante dell’esercito della cosiddetta Repubblica di Salò, presieduta da Benito Mussolini, che governava la parte “fascista” dell’Italia occupata dai tedeschi. Alla caduta del governo Mussolini avvenuta il 25 Luglio 1943 Mussolini fu” internato” prima in una piccola isola del Tirreno e poi sul Gran Sasso negli Abbruzzi e da lì, pochi giorni dopo l’Armistizio italiano dell’8 Settembre, i tedeschi lo “ liberarono” e gli assegnarono la responsabilità – sotto la loro “protezione” – della parte d’Italia non ancora occupata dagli Alleati. Mussolini fondò quindi la “Repubblica Sociale Italiana” (detta anche Repubblica di Salò, un paesotto in provincia di Como dove il nuovo Governo Mussolini, con Graziani Ministro della Guerra aveva la sua Sede).

Il re, con Badoglio Primo Ministro, il resto del Governo etc “regnava” sulla parte d’Italia meridionale occupata dagli alleati che sbarcati, come ho detto, prima in Sicilia e poi a Salerno risalivano lentamente la penisola trovando una forte resistenza delle truppe tedesche, prima a Cassino e poi sulla cosiddetta “Linea Gotica” sull’Appennino Tosco-Emiliano.

Fu proprio il generale Graziani, vicino di casa, a ricondurmi a casa a Roma, a via Michele Mercati, da Altipiani di Arcinazzo alla fine di Settembre del 1943. Tornato a casa mia madre e le mie sorelle mi chiesero cosa stesse “combinando” il generale Graziani (viaggiava a bordo di un gran macchinone guidato da uno dei suoi attendenti e accompagnato dal suo aiutante di campo) e mi si dice che io molto argutamente commentai : “Sta organizzando qualcosa…” In effetti dovevo capire e ricordare ben poco vista la mia tenera età (avevo poco più di 12 anni) e, soprattutto, tenuto conto del vino che avevo bevuto e che l’aiutante di campo mi faceva bere di continuo – ad arte – tanto che credo di aver dormito la più gran parte del viaggio. Peraltro la macchina nel corso del lungo tragitto tra Altipiani di Arcinazzo e Roma si fermò più volte e sempre per permettere al generale Graziani di confabulare con altri personaggi…ma davvero non riconobbi nessuno e, oggi, ricordo solo il gran bere, il sonno e le frequenti fermate…Non ebbi problemi con la pipì, ad ogni fermata mi nascondevo dietro un albero per eliminare il gran vino bevuto.

Di Castiglioncello, in provincia di Livorno, ospiti, all’inizio, degli zii Moroni ricordo poco. Però ricordo la gran paura subita a causa di uno “scherzo” di mio fratello Lupo fatto a mie spese mentre mangiavo – prima del resto della famiglia in modo da essere a letto alle 8.30 al più tardi – la mia minestrina a un tavolo che dava direttamente su una terrazza che circondava tutto il piano da noi occupato alla Moroncella (ne riparlerò di questo terrazzo….).

Quanto racconterò ora è avvenuto ben prima della seconda guerra mondiale e visto che è collegato alla “Moroncella”, la villa dei miei zii Moroni; deve trattarsi addirittura del 1936. Incredibile constatare quanto mi abbia colpito, tanto da ricordarmene a tanti anni di distanza!!!

Lupo, mio fratello, svuotò una anguria praticando due fori per gli occhi, un gran buco (tagliato a profilo di sega) per sembrare una bocca digrignante, e ci mise dentro una candela, posando il tutto sul davanzale della finestra…Presi una tale paura vedendola, ripeto, che ancora me lo ricordo.

Continuammo a frequentare Castiglioncello ma passammo ad una casa affittata per tutto l’anno, non lontana da quella degli zii, che occupavamo sopratutto d’estate.

Di questa casa ricordo i canti serali delle mie sorelle e di mio fratello che io richiedevo da loro prima di coricarmi (allora non c’era la televisione!). Tra i canti una “canzone” emiliana, credo : “La Sora Pimpinoria g’aveva du’ gatin, e ne ciamava uno ‘el ciamava bisen, bisen biselo vuoi tu venir con me?” e continuava a lungo…ovviamente la mia “trascrizione” deve essere meno che precisa anche da un punto di vista ortografico. Poco prima di morire mia sorella Ornella registrò questa canzone, con altre e il tutto fu riportato su un dischetto. È stato, tutto trascritto e da me ed edito in un linguaggio più chiaro ma sempre conviviale, e avrebbe dovuto far parte di un “ricordo” dedicato a mia sorella Ornella…non so se o quando verrà mai “pubblicato” ad uso familiare….(pubblicato da Silvia Culasso all’inizio del 2012).

Tua bisnonna Mercedes nata del Bono, a Parma (quindi emiliana), aveva conservato molti ricordi nostalgici della sua giovinezza tra le quali questa canzonetta in dialetto emiliano e diverse espressioni dialettali. Un frutto malmaturo, ad esempio, che in italiano si definisce “acido” di sapore, a casa Osti si diceva “brusco” dal termine dialettale parmense : “ L’è sbruso”…..

A Castiglioncello avevo un amico, il primo vero amico della mia vita : Carlo (detto Carlino) Salghetti Drioli. ‘E già “partito” e da tempo. Lo vedevo, allora, nelle mie estati a Castiglioncello, tutti i giorni, prima sulla spiaggia e poi nel grande e bel giardino di villa Salghetti Drioli.

Ora, a Castiglioncello, tu hai ancora parenti…non gli eredi degli zii (miei) Moroni con i quali né io né alcun’altro della mia generazione abbiamo mai avuto “rapporti”, ma i figli, e nipoti, di mio cugino Aldo Osti Guerrazzi: Alberto (e fratello Amedeo e sorella Alessandra) Osti Guerrazzi Samuelli. Loro madre era una Samuelli ed ora loro occupano quella che era la casa al mare, appunto, dei Samuelli.

C’è anche, ora, la casa (una bella casa) di, Orsola, già moglie di Cristoforo Osti, figlio di mio fratello Lupo. Orsola Sedati, non più Osti, figlia di Francesca Romana Millo in Sedati che è l’attuale padrona di casa avendola ereditata dai genitori ed arredata, molto elegantemente. Il nonno di Francesca Romana era l’Amm. Millo che abitava in una delle case, a Roma, della “Cooperativa Amm. Del Bono”non molto lontana dal 17 di via Michele Mercati, più precisamente in via Cuboni.

Dopo il periodo di Castiglioncello l’estate 1939 (o forse 1940?) fu la prima che si passò a Meta di Sorrento, in un appartamento preso in affitto all’ultimo piano dell’edificio che allora dominava la spiaggia di Alimuri. Avevamo anche un giardino con alberi di fichi che davano frutti deliziosi. Non so se erano i fichi o l’acqua che veniva dal pozzo che raccoglieva l’acqua piovana (non c’era sorgente né, acquedotto, né tantomeno fognatura), ma ad ogni inizio d’estate la mia dieta prevedeva esclusivamente riso bollito all’olio d’oliva per cercare di contrastare la “scorribandola” (diarrea) intestinale (così la chiamava tua bisnonna, altro termine dialettale emiliano, credo, comunque “onomatopeico”) che – regolarmente – mi affliggeva ad ogni inizio di vacanze a Meta di Sorrento… La casa aveva anche una bella, grande, terrazza-tetto con una splendida vista . a destra verso la ripida costa che chiude la baia di Sorrento a nord, con – in alto – il paese di Sejano e più in là Vico Equense), giù verso il Monte Faito fino al Vesuvio e oltre. A sinistra, verso Piano di Sorrento, S. Aniello, Sorrento e poi la penisola sorrentina (Punta Campanella) a sud-ovest. Nelle calde sere d’estate le mie sorelle invitavano i loro amici a ballare ed io …giravo la manovella che “caricava” la molla del grammofono portatile e cambiavo i dischi. Allora i dischi non erano certo “CD” e la “puntina” del “Pick-up” doveva essere cambiata dopo ogni canzone se non si volevano rovinare i dischi di bachelite . I dischi giravano a 78 giri, solo dopo la guerra arrivarono i dischi a 45 e poi a 33 giri al minuto che ora sono scomparsi anche loro, sostituiti dai CD.

Molte le canzoni francesi (“Boum!”) ma anche italiane (Il Trio Lescano cantava : “Hawaii tutto d’argento è il mare ed ogni bocca un fiore che tu potrai baciare …”).Già allora trovavo i…. fiori molto interessanti….

Nel 1939 l’Italia non era ancora in guerra. C’entrò nel 1940 e noi continuammo ad andare a Meta, cambiando casa però perché cominciammo ad affittare, dal 1941, un appartamento a Villa Cosenza che era un antico casino di caccia dei Borboni in mezzo a lussureggianti aranceti. L’Ing. Cosenza, sindaco/podestà di Meta, aveva sposato una Colosimo, la signora Anna, di ottima famiglia borghese napoletana che – quando l’Amm. del Bono, mio nonno, era a Napoli all’Ammiragliato – aveva incontrato, appunto, la famiglia di mia madre.

Le mie sorelle, sopratutte le due più grandi (Ninni e Tita) erano anche molto amiche di Mario Maresca, figlio unico di un capitano di lungo corso originario di Meta. Ci sono (credo a casa tua visto che erano a Porto Ercole) dei disegni di navi costruite (in legno) nel 20° secolo per la famiglia Maresca che ne era l’”armatrice” e che ci furono regalati, appunto, da Mario. Sulla spiaggia di Alimuri era rimasto l’edificio del cantiere, già chiuso nel 1939.

A Piano di Sorrento c’è un Istituto Nautico che ha dato alle flotte mercantili di tutto il mondo una gran quantità di Capitani e Ufficiali di macchina. E fu attraverso i Maresca che ci venne raccomandato, perché mio zio Amm. Lupi lo prendesse come attendente (coll’intenzione di “passarcelo” visto che loro ne avevano già uno e,non avendo una gran famiglia,…bastava) un giovane sorrentino che doveva iniziare il servizio militare in Marina.

C’era in guerra… e, a partire, si rischiava la pelle…. E fu così che Sabato Pontecorvo e la famiglia Pontecorvo in genere entrò nella mia vita. Sabato, come attendente di mio zio Lupi ma “distaccato”in casa Osti , in via M.Mercati, restò con noi dal 1942 al 1945 fino, cioè, alla liberazione di Roma da parte degli americani. Fu infatti bloccato in casa nostra dall’armistizio dell’8 Settembre 1943 e non se la sentì di tornare a casa a piedi, come fecero molti ex-soldati italiani che volevano tornare alle loro case e che erano rimasti “bloccati” a Nord, dietro la linea del fronte formatasi con lo sbarco degli alleati a Salerno poco a Sud di Napoli.

Quindi restò con noi uscendo di casa – durante l’occupazione tedesca di Roma – soltanto una volta al mese per tagliarsi i capelli….Ma, della famiglia Pontecorvo ne parlerò più in là.

Peraltro, io, l’8 Settembre non ero, come ho già raccontato a Meta di Sorrento, ma sugli Altipiani di Arcinazzo da mia zia Graziella del Bono in Lupi moglie dell’Ammiraglio, anzi Contrammiraglio, mio zio..

 

-Via Michele Mercati dopo l’8 Settembre

 

Rientrato a Roma da Arcinazzo, la situazione non era delle più brillanti….mio padre era stato “ internato” (come ex-alleati i tedeschi non consideravano i militari italiani come “combattenti” e quindi prigionieri di guerra, ma “internati” il che permetteva loro di trattare gli italiani senza rispettare le convenzioni di Ginevra) Lui era a Patrasso, in Grecia, con l’Amm. Marengo comandante del porto fino, appunto all’8 Settembre. Allora tutte le forze italiane vennero o “internate” o, peggio, fatte vilmente fuori come a Cefalonia dove migliaia di soldati italiani furono trucidati malgrado – solodopo una ottima resistenza – fosse stata negoziata una resa con la promessa di un rimpatriio, per tutti gli italiani. Anche Lupo, mio fratello, era in Grecia, ad Atene, dove era, come ho detto, ufficiale di collegamento italiano in una divisione corazzata tedesca. Il comandante tedesco gli chiese se voleva continuare a combattere , lui rispose che aveva giurato fedeltà al Re (allora l’Italia aveva un Re : Vittorio Emanuele III) e che quindi con l’Armistizio firmato dal Re lui pensava di tornarsene a casa. Il comando della divisione e tutti gli ufficiali lo festeggiarono quindi con una grande festa, brindisi, auguri di buona fortuna etc., Alla conclusione della stessa….le SS erano ad aspettarlo fuori per internarlo , spedendolo per primo – seguirono altridi campi sotto la spinta dei Russi che avanzavano dall’Est – in un campo di concentramento in Pomerania (ora è Polonia).

Mio padre tornò, verso la fine del 1944 a casa perché ammalato (arrivò a Via M. Mercati in ambulanza… e fu la sola volta che vidi mio padre baciare appassionatamente mia madre sulla bocca…) ma Lupo tornò solo alla fine del 1945 liberato dai Russi.

Prima ancora del ritorno di mio padre, cioè tra Settembre 1943 e Giugno 1945 (la liberazione di Roma) casa nostra diventò il rifugio di amici e figli d’amici che volevano evitare di continuare la guerra dalla parte dei nazi-fascisti o erano “ricercati” dai tedeschi e fascisti perché “collegati” col Governo Badoglio. Badoglio, capo del Governo che aveva firmato l’armistizio con gli alleati si era rifugiato, come ho già raccontato,col re Vittorio Emanuele III, al Sud occupato dalle forze alleate.

Il 10 luglio 1943, come ho già detto, gli alleati erano, infatti, sbarcati in Sicilia iniziando la lenta conquista della penisola. Dopo ulteriori sbarchi a Salerno e a Anzio la liberazione dai nazi-fascisti si concluse soltanto nel 1945 per la fortissima resistenza tedesca prima a Cassino e poi su quella che fu chiamata la “Linea Gotica” attraverso l’Appennino tosco-emiliano.

Giù in casa del Bono da mia nonna Adelina c’era una famiglia amica ebrea (il prof. Almagià) . Da noi, fu brevemente ospitato Sebastiano Sciuti (detto Dodo), poi professore all’Univ. di Roma che finalmente riuscì a raggiungere la sua famiglia a Napoli attraversando, a piedi, le linee di combattimento. Per un po’ di tempo era nascosto a casa Osti anche Eugenio de Courten figlio dell’Amm. che era Ministro della Marina con Badoglio e fratello del mio carissimo amico Franco, e infine i due fratelli Panetta, uno ufficiale dei carabinieri e l’altro di cavalleria, tutti e due napoletani. Massimo e Vittorio Botti anche loro ufficiali napoletani, poi avvocati di grido, e forse qualcun altro che non ricordo. Certo, c’era anche Sabato Pontecorvo e l’attendente di uno dei fratelli Panetta, il carabiniere, che, ricordo,passava le giornate carezzando il “piumone” rosso-bleu della grande uniforme da carabiniere, piangendo…

Tenuto conto della situazione (e anche del fatto che si temeva che un bambinetto come me si lasciasse sfuggire qualcosa, a scuola, sulla presenza di tutte queste persone, non in regola, in casa) io non venivo mandato a scuola ma avevo lezioni private, a casa, date da una piacente, e giovane signora che si prodigava al massimo con risultati, per mia colpa, piuttosto scadenti….Certamente io ero poco “maturo” ed il fatto di restare a casa senza contatti con ragazzi della mia età e tanto meno senza contatti con il mondo esterno, ritardò alquanto il mio processo di maturità. Essendo poi il più piccolo di cinque figli (il soprannome che tuttora mi porto sulle spalle – Cicci – dà un’idea della situazione), viziatello, non eccessivamente curioso (scarse letture) le cose certo non migliorarono velocemente..

Quelli erano gli anni della crescita e crescere allora non era facile, tenuto conto delle grosse difficoltà di vettovagliamento, per tutti in generale, ma in particolar modo per un “nucleo famigliare” (tra membri famigliari e estranei “nascosti”) così numeroso come il nostro.

Peraltro mia madre (tua bisnonna), sul piano domestico era una quasi perfetta donna di casa, abilissima nel far quadrare miracolosamente il bilancio.. E poi il Panetta carabiniere, anche se nascosto e suscettibile di essere pizzicato ad ogni istante ed inviato in campo di concentramento (chi lo nascondeva rischiava la pena capitale, addirittura…), attraverso l’organizzazione che i carabinieri (sottrattisi ai tedeschi e “nascosti” da molte famiglie romane) avevano messo su per sovvenire alle necessità logistiche di chi, sia pure “nascosto” doveva pur mangiare, ci faceva avere il pane per noi, per se e per gli altri. Era mal cotto (così pesava di più) e fatto con farine imparentate molto alla lontana con la farina di frumento. Dicevano che c’era addirittura della segatura….chissà.

Essendo io il “bambino” di casa dovevo essere nutrito meglio degli altri e di questo, certamente, ne soffrirono le mie tre sorelle che, a tavola erano sempre servite porzioni adeguate, forse, ma non tanto…No, io non ho mai avuto fame.

Però per un panino bianco col burro e prosciutto ero disposto a scalare l’Everest…Non abbiamo montagne da scalare, a Roma, solo sette colli… La nostra acqua, a via Michele Mercati, veniva dall’acquedotto detto “Acqua Marcia” (un acquedotto di origine romana costruito dal console “Marcus”) ed era reputata scarsamente potabile per le tante rotture delle condutture (che limitavano anche la pressione così che l’acqua corrente, in casa funzionava solo poche ore al giorno). La manutenzione era scarsissima e i bombardamenti facevano il resto. Così io ero spedito con quattro fiaschi vuoti (in due borse di paglia) a casa dei nostri amici/parenti Meeuss (a via F. Carrara, vicino a Piazza del Popolo) per riempirli con la loro acqua che veniva dall’Acquedotto Vergine di Roma e che, invece, era considerata dal punto di vista igienico ed anche organolettico, molto migliore. Allora l’acqua minerale in bottiglia quasi non esisteva. In compenso, a casa Meeuss – non avevano figli – io ricevevo, ogni giorno un panino (rosetta) bianco perché proveniente dal forno del Vaticano, tagliato a metà, imburrato e con dell’ottimo prosciutto. Charles Meeuss era infatti il cancelliere dell’Ambasciata del Belgio presso la Santa Sede e come tale poteva rifornirsi di vettovaglie introvabili nei negozi della Roma “italiana”. Da allora un panino ben fatto col prosciutto e molto burro costituisce per me il migliore pasticcino…

.Charles era il mio padrino di Cresima e con sua moglie era,certamente, molto legato ai miei. Quando poi, molti anni dopo, lui morì lasciando Luisa, sua moglie, vedova e mio padre perse mia madre restando solo e vedovo pure lui, nacque tra i due una “tenera amicizia” che attirava gli “strali” di mia sorella Ninni (“Che schifo !” diceva; allora avevano passato i settant’anni tutt’e due). Io, francamente, non trovavo la cosa né bella né “schifosa”. Se procurava serenità a loro (senza entrare in particolari sull’aspetto fisico della faccenda) tanto meglio. La penso tuttora così.

Comunque a via Michele Mercati, tornando a parlare del 1944 e 1945, non ci si annoiava. C’era, come ho detto, un bel gruppo di giovani che avevano voglia di divertirsi anche se c’era poco da stare allegri : c’era una guerra, la gente – anche non combattente – moriva sotto i bombardamenti (anche Roma venne bombardata ed io vidi coi miei occhi, in lontananza, dalla terrazza/tetto di via Michele Mercati, le bombe cadere su San Lorenzo nel 1943), si mangiava poco, la miseria era tanta ma la vita continuava. A casa si stava bene, le conversazioni erano spesso brillanti ed interessanti e la presenza di tanti giovani uomini (nascosti) e di altrettante giovani donne (le mie sorelle e le loro amiche) creava un ambiente, alla resa dei conti, di simpatica, allegra spensieratezza.

Forse è per quello che tra “uscire” e starmene a casa in buona compagnia, anche negli anni seguenti, ho sempre preferito la seconda soluzione. A Via Michele Mercati 17/A, terzo piano, si stava bene. Anche gli zii Lupi salivano (allora, a via M. Mrcati17 non c’era l’ascensore….) da noi a chiacchierare ogni sera e spesso anche mia nonna Adelina del Bono e mia zia Gina di cui ho, brevemente, parlato già. Allora non c’era la televisione e la conversazione era importante per trascorrere le serate. Alla radio (Radio Londra sopratutte) si sentivano le notizie e poco più. I programmi italiani erano molto influenzati dal cosiddetto MINistero della CULtura POPolare fascista (il MINCULPOP) ed erano quindi molto poco “appetibili”.

 

Una mia “avventura partigiana”

 

Tenuto conto della mia età (nel 1944 avevo solo 13 anni) non ho mai partecipato ad eventi “belligeranti” e sarebbe stato poco prudente , anche se “avessi avuto l’età” di farlo, visto che casa mia a via Michele Mercati 17-17/A pullulava di gente nascosta e se uno degli ospiti o della famiglia avesse attirato indagini o peggio, tutti gli altri ne avrebbero sofferto.

Peraltro, dimostrando una gran leggerezza – per non dire stupidaggine – sottrassi a una autovettura della TODT (l’organizzazione che serviva da supporto logistico alla Wermarcht costruendo strade, trincee, ponti, fortificazioni etc.) le targhe d’immatricolazione. La casa – con giardino – che è oggi un club di bridge, su via Linneo, sul retro di casa Osti, ospitava allora un ufficiale della TODT. Credendo di contribuire alla lotta partigiana io, bello bello, staccai le targhe dalla macchina parcheggiata a via Linneo e me le portai, fierissimo, a casa. Tua bisnonna, mia madre, probabilmente avrebbe voluto compensarmi con una bella sberla ma senza dire parola prese le targhe e le fece seppellire in giardino….

Le forze alleate liberarono Roma il 4 Giugno 1945 dopo aver combattuto duramente a Cassino e aver cercato senza un gran successo di aggirare le linee di resistenza tedesche sbarcando ad Anzio. . Non ricordo molto, del 4 Giugno, solo dei soldati americani distrutti dalla fatica, seduti direttamente per terra sul marciapiede ed appoggiati ai muri delle case di via Stoppani (vicinissima a Piazza Ungheria, a dieci minuti a piedi da via Mercati) che avevano appena oltrepassato – a piedi – la città e si apprestavano a lasciarla continuando lungo viale Parioli verso l’”Acqua Acetosa” e poi lungo la Flaminia verso Nord. Non avevano la faccia da “vincitori” né, tantomeno mi impressionarono per la soddisfazione di appartenere a una organizzazione che, ovviamente, stava “vincendo”. Mi sembravano soprattutto stanchi, molto diversi da quanto io mi immaginavo mi sarebbero dovuti apparire. Credevo che il mestiere di soldato fosse un mestiere glorioso, pieno di avventure che valeva la pena intraprendere….Già allora cominciarono ad emergere forti dubbi nel mio subcosciente circa la guerra ed il mestiere di soldato….dubbi che mi furono confermati al ritorno di Lupo mio fratello quando fu liberato dalla prigionia in Germania e rispedito a casa, alla fine delle ostilità in Europa.

Il paese era a pezzi, distrutte le infrastrutture dai bombardamenti alleati e dai combattimenti che furono durissimi, come ho più volte accennato a Cassino (prima della liberazione di Roma) ed anche sulla cosiddetta “Linea Gotica”, sull’Appennino, che i tedeschi tennero fino a poco tempo prima della fine della guerra in Italia (25 Aprile 1945). La gente aveva fame e le fabbriche praticamente non esistevano più. L’Italia, paese agricolo, ricco d’opere d’arte ma poverissimo di risorse, era prostrato da una guerra che lo aveva, letteralmente, dissanguato.

Io dovevo finire il Liceo (presi la mia licenza liceale – il “baccalaureat” italiano – nel 1950). Le mie sorelle dovevano finire l’Università e così mio fratello Lupo. Per portarla a termine Lupo fece quello che fecero molti reduci dalla guerra. Ogni giorno si recava all’Università per chiedere quali erano le sessioni d’esame aperte, quel giorno, nella sua Facoltà (Legge). Si presentava (senza mai aver aperto libro di testo), in divisa da ufficiale, col suo “libretto”, all’esaminatore che non mancava mai di regalargli, almeno, un 18, il voto minimo per “passare” in Italia (il massimo è 30 e lode). La divisa immediatamente lo qualificava per un reduce in cerca di “comprensione”…. E così si laureò in una sola sessione d’esami l’anno seguente il suo ritorno dalla prigionia….

 

I miei studi

Io, invece, che reduce non ero, dovetti faticare molto di più per arrivare all’Università che ho cominciato nel 1950.Prima d’arrivarci ho penato non poco, soprattutto per arrivare al Liceo, come vedremo.

A Milano, l’ho già detto, sono nato, sono stato battezzato (in Duomo) e poco più. Nell’autunno del 1932 – quindi a poco di più di un anno dalla mia nascita – tutta la famiglia, genitori e cinque figli, si trasferì come ho già raccontato a via Michele Mercati 17-17A.

Quindi Elementari, scuola Media (a parte il corto periodo dell’occupazione tedesca di Roma nel 1943-44 fatto da “privatista”) e Liceo li feci tutti a Roma.

A Napoli la Facoltà di Agraria, che ho frequentato per tre anni dopo aver fatto il mio primo anno a Roma nella Facoltà di Scienze Naturali che ha esami simili al primo anno di Agraria, era (ed è) nella villa reale di Portici, poco a sud di Napoli. La prima ferrovia italiana, costruita dai Borboni, è stata la Napoli – Portici. Primo esempio di alta tecnologia dei trasporti nel mio paese.

Tra parentesi l’Italia ha costruito la prima autostrada in Europa, da Roma ad Ostia (sempre percorsi piuttosto brevi come vedi…) durante il regime fascista, prima dei tedeschi e prima degli americani, e dei francesi, nei loro rispettivi paesi….

Ma andiamo per ordine: per quanto riguarda le elementari le feci in un Istituto privato religioso : il San Gabriele di viale Parioli a Roma, poco distante da Piazza Ungheria. Peraltro, prima del S. Gabriele, ma solo per poche settimane, mi mandarono alla scuola tedesca che era anch’essa non molto lontano da Piazza Ungheria. Non so perché poi fui mandato al S.Gabriele…So perché fui mandato alla scuola tedesca : il mio italiano era molto impreciso, visto che, come tutte le mie sorelle “precedenti” e mio fratello, ero affidato ad una “fraulein” o “schwester” (ora si chiamerebbe “ragazza alla pari”) che mi parlava in tedesco. La maggior parte venivano dall’Austria. Ma nel 1938 la guerra si avvicinava a grandi passi, io diventavo più “grande” e di “fraulein” non ce ne fu più bisogno, per cui andai alla scuola tedesca ma soltanto poche settimane. Poi fui, mandato al San Gabriele dove andai fino alla quinta elementare compresa.

Vi fu anche un altro “episodio” che condizionò la mia correntezza nella lingua tedesca. Essendo affidato a una “fraulein”, infatti, fino al 1938 parlavo quasi meglio quella lingua che non l’italiano . Quando però mia sorella Tita (Alberta Vittoria), che era in vacanza dai “von Chapuis” amici di famiglia ad Hannover durante le vacanze estive del 1938, venne aggredita per strada davanti casa e coperta di sputi – e se ne tornò, scioccata, a Roma – il tedesco venne, come lingua parlata a casa, bandito da mia madre. Il nome von Chapuis è ariano ma la madre dell’amica delle mie sorelle, Elisabeth, era ebrea. Si salvarono “scappando” in Svizzera. Tita era la sorella che mi assomigliava di più come lineamenti ma aveva i capelli neri e un colorito di pelle olivastro. La “fraulein”, chiamata anche “schwester” fu rispedita a casa.. Peraltro mio padre ne masticava poco di tedesco ma tutti noi lo parlavamo correntemente.

Dopo le elementari al San Gabriele iniziai a frequentare la scuola pubblica, più precisamente il “Regina Elena” che oggi si chiama Goffredo Mameli (credo) ed è molto più vicino a via Michele Mercati mentre allora era in una traversa di viale Parioli, via Giosué Borsi, verso il Parco della Rimembranza che si chiama, a Roma, comunemente: Villa Glori.

Lì cominciarono i miei “guai”. L’educazione ricevuta al San Gabriele (dove ero uno dei primi della classe) non mi aveva certo aperto le meningi…a casa poi, l’essere il quinto di cinque figli con un “distacco” d’età nei confronti dei più grandi che arrivava addirittura a tredici anni con mia sorella Ninni (la primogenita, Anna Maria), mi relegava nel ruolo di bambinetto perenne : Cicci, il mio soprannome che ancor oggi porto con i membri più stretti della mia famiglia è sintomatico di questo condizionamento psicologico involontario ma reale. Insomma ero un ragazzo/bambino, poco maturo, sia pure per la mia età e quindi “in ritardo” rispetto ai miei compagni. Nelle scuole “medie” (le tre classi dopo le elementari) e poi nel Ginnasio (le due classi seguenti) fui continuamente rimandato a Ottobre. Poi ripetei la “quinta ginnasio” cioè l’ultima classe prima del Liceo “classico” anche perché quell’anno avevo scoperto il sesso (in massima parte “autarchico”) che mi distraeva, e indeboliva, non poco. Fui rimandato ad Ottobre con due in Latino, due in Greco e quattro in italiano, un vero disastro che qualche ripetizione durante le vacanze estive (trascorse a Roma a studiare) non valsero a cancellare.

In famiglia nessuno aveva mai ripetuto un anno : Cicci era quindi “un bravo bambino” ma intellettualmente una nullità. Questo mi venne spesso dichiarato da sorelle e fratello visto che in famiglia Osti lo sport meglio praticato era quello di “tagliare gli abiti addosso” l’uno all’altro…

Mio padre mi fece un discorso che ricordo ancora. Tuo bisnonno aveva delegato l’educazione dei figli a Mercedes, tua bisnonna, ma – per le cose più importanti – interveniva direttamente.

Era poco presente a casa, spesso anche la Domenica la passava in ufficio oppure a casa chiuso nel suo studio dove era proibito a noi figli mettere il naso…. Fui chiamato nello studio dominato da una gran scrivania (a Touques, nella tua nuova casa costruita da Penny, c’e una scrivania grande anche lei, nello studio di tuo padre, che era sì quella di mio padre, ma nella casa dell’Argentario, non a Roma) con dietro mio padre seduto su un gran seggiolone; io su un “panchetto” basso… Aprì il discorso chiedendomi : “…visto che non ti piace studiare e che dovrai per forza lavorare per vivere, cosa ti piacerebbe fare?….” (Nessuna risposta, ovviamente, da parte mia) “….mi sembra, sulla base dei tuoi risultati scolastici che forse vuoi fare lo spazzino…”(così, allora, si chiamavano i netturbini (chiamati , oggi, operatori ecologici…) che spazzavano le strade; ogni isolato del quartiere – o giù di lì – ne aveva uno ” …ne vuoi parlare con Camillo Lombardini ?” Era, questo, il nome del “nostro” spazzino che, ricordo, raccoglieva gli escrementi dei cavalli che passando da via Michele Mercati e strade vicine ne “lasciavano” una buona quantità. Camillo Lombardini lo vendeva, come concime, ai proprietari dei giardini, allora grandi e fioriti, che circondavano tutte le case dei dintorni ; ne sono rimasti pochi. Ma Camillo Lombardini è sempre stato per me l’esempio del brav’uomo totalmente privo di cultura e d’ambizione…Poveretto, certamente nessuno gli aveva dato i mezzi per fare degli studi….

La feroce ironia di mio padre, tinta da una profonda delusione per la scarsa intelligenza di questo figlio, era evidente….Non profferii parola…

Terminò dicendomi: “…un anno di prova, ancora, se ti dai da fare, tanto meglio, altrimenti puoi sempre fare il fattorino dell’Italcable…”. I fattorini, all’Italcable, portavano i telegrammi “Lampo” e dovevano avere una bicicletta e molta energia. Mio padre era infatti il Direttore Generale dell’Italcable che allora trasmetteva telegrammi dall’Italia attorno al mondo e, quelli ricevuti in Italia venivano consegnati ai destinatari attraverso una “equipe” di fattorini in divisa.

Capii…. E, da allora, non ho più avuto problemi : sono stato sempre promosso nella sessione estiva senza mai essere rimandato agli esami di riparazione autunnali. L’unica sessione autunnale che ho frequentato è quella del mio ultimo (quarto) anno di Università, alla Facoltà di Scienze Agrarie dell’Università di Napoli (che è nella villa Reale dei Borboni di Portici) quando ho discusso la mia tesi di laurea. Ebbi 110/110 (non la lode). Mi sono laureato alla fine del mio quarto anno (1954)che era il mio terzo anno a Portici. Erano pochissimi gli studenti in “Scienze Agrarie” di allora che finivano entro il quarto anno, alcuni attendevano la sessione di Febbraio dell’anno seguente (anche se considerata l’ultima, “straordinaria”, dell’anno appena concluso) Fui anche premiato dal Presidente della Repubblica di allora (Giovanni Gronchi) tra i migliori studenti italiani di quell’anno….credo si chiamassero i “premi della Gioventù” o qualcosa del genere.

Avevo fatto una tesi “sperimentale” sulla vernalizzazione : una tecnica bislacca “inventata” dai russi (dal Prof. Lysenko) che pretendeva aumentare la produttività dei raccolti accelerando il “risveglio” delle sementi dopo il raccolto estivo, sottoponendole al freddo artificiale (in un frigorifero), da cui il nome : vernalizzazione cioè un trattamento “invernale” artificiale . Affermava, il Lysenko, anche, che le nuove caratteristiche indotte artificialmente restavano nel patrimonio genetico delle sementi così trattate…Ovviamente una grande “bufala” che peraltro era già stata sconfessata da ricercatori ben più importanti di me. Ma per controllare le mie esperienze nell’orto botanico di Portici (affidato alla supervisione dell’Istituto di Botanica diretto dalla mia professoressa Valeria Mezzetti-Bambacioni) restai a Portici tutta l’estate, innaffiando, controllando e misurando quanto spuntava dal terreno nei vari lotti seminati a grano, avena, e altro, anche fiori come la Zinnia Elegans e, addirittura, la Stella Alpina. La Stella Alpina, essendo sottoposta a un trattamento di vernalizzazione avrebbe dovuto nascere con i peli sui petali …nossignore, come sempre succede quando la Stella Alpina è seminata alle basse altitudini piuttosto che in alta montagna (dove il fiore ha bisogno di “una coperta” per proteggersi dalle gelate notturne frequenti anche d’estate a quelle altezze) i fiori sbocciarono sì, ma – come sempre – senza peli sui petali.

 

Il mio primo lavoro

 

Mi “laureai” quindi allo scadere del mio quarto anno di corso, nel Novembre del 1954, con 110 ma senza lode …. la mia media, più vicina a 24 che a 25, non era poi tanto buona.. Ciò nonostante ottenni il massimo ottenibile :110 per l’esame di laurea visto che avevo fatto una tesi “sperimentale”. Se avessi avuto una media migliore ci sarebbe potuta essere anche la lode…Pazienza.

Tra le mie “tesine” (allora se ne dovevano presentare due assieme alla “tesi”) una era su un argomento di Economia Agraria.

Professore allora a Portici, Facoltà d’Agraria della Università di Napoli, era Manlio Rossi Doria studioso molto noto ed impegnato anche politicamente. Fu tra i promotori-ideatori della Riforma Agraria in Italia, una legge che sottrasse ai proprietari terrieri assenteisti (che spesso non sapevano neanche dove erano le loro immense proprietà affidate a fattori, superintendenti etc.) le terre lasciate al pascolo o a colture estensive per poi passarle in proprietà a agli assegnatarii sotto forma di “poderi” o “quote”. Gli assegnatarii erano scelti tra i braccianti agricoli che allora costituivano una parte importante della popolazione italiana. Spesso privi di tutto o proprietari di appezzamenti minuscoli frazionati nel corso del passaggio generazionale dai genitori ai figli fino a proporzioni, spesso, ridicole.

Ma lo scopo della Riforma era soprattutto politico. Il bracciantato era, infatti, allora, aperto a raccogliere il messaggio comunista e, colla Riforma Agraria si tentò di metterci un argine. La propaganda comunista aveva facile gioco nelle zone agricole più povere dell’Italia di allora : la Calabria, la Sicilia, la Sardegna. le Puglie . Soprattutto nel “Tavoliere” la regione attorno a Foggia.: Di Vittorio personaggio storico e segretario generale della CGIL – Confederazione Generale Italiana del Lavoro di allora,era di Cerignola, in provincia di Foggia.

Anche la Basilicata, la Maremma tosco- laziale ed il Delta Padano furono soggette alla Legge di Riforma Agraria. Gli investimenti fatti dai governi di allora nella “Riforma” furono immensi; da interi villaggi costruiti dal nulla a casette singole isolate; da strade a ponti, dighe; da acquedotti a progetti d’irrigazione immensi e costosissimi; dai macchinari agricoli acquistati per le Cooperative costituite dal nulla, in regioni dove la “filosofia” cooperativa era completamente aliena alle abitudini della gente; al bestiame, all’elettricità portata, quasi, in ogni casa, alle vigne e agli oliveti di nuovo impianto….insomma uno sforzo enorme “pagando” i proprietarii dei terreni con titoli di Stato a 25 anni al 5% ….Purtroppo venivano così “puniti” anche quei proprietari che qualcosa avevano fatto, che avevano bonificato le loro terre, spesso paludose (come i Vivarelli Colonna in Maremma toscana ma non solo loro) e che per considerazioni prevalentemente politiche si videro espropriare terre già sistemate a grandi poderi relativamente moderni ed economicamente efficienti. La ragione di questo era che la pressione politica era enorme e la terra da distribuire doveva essere trovata. Più se ne trovava, più se ne poteva distribuire, più voti si sottraevano – questa la “strategia” – al partito comunista.

Non mi sembra che il proselitismo comunista sia diminuito, allora, per questo. Certo qualcosa deve aver fatto se siamo dove siamo oggi quando nel ‘44/’45 , in Calabria, ci fu una specie di rivoluzione abbastanza cruenta : occupazione di terre, carabinieri linciati dalle folle etc. A “Portella delle Ginestre” in Sicilia, il bandito Giuliano, assoldato dai proprietari terrieri, sparò su una dimostrazione di braccianti che stavano “occupando” un latifondo e molti furono i morti.

Ma dal punto di vista economico la Riforma fu un disastro. In due parole : la Riforma andava contro quello che evidentemente avrebbe dovuto essere la “tendenza” socio-economica dell’Agricoltura italiana che invece di organizzarsi in unità efficienti si frammentò ulteriormente in modo contrario a quello che tale efficienza avrebbe potuto promuovere. I poderi sono stati in buona parte abbandonati, molte le case diventate case di villeggiatura; i terreni sono stati ricomposti in unità produttive più grandi e più economiche etc etc. E le cooperative che avrebbero dovuto essere lo strumento per “ricomporre” la produzione in unità commerciali più efficienti economicamente furono troppo spesso un sonoro fallimento ed occasione di ulteriori sperperi che – in qualche caso – hanno durato più di quanto sarebbero dovuti durare…

Ma nel 1954, quando io mi sono laureato, la Riforma era nel suo pieno “vigore”; ancora, ufficialmente, ci si credeva.

La FAO (Food and Agricultural Organization ) delle Nazioni Unite aveva commissionato, come ho già accennato, all’INEA (Istituto Nazionale di Economia Agraria) uno studio sugli effetti economici della Riforma sotto la direzione dell’allora dottor (poi professore di Economia Agraria a Siena, ) Giuseppe Barbero, allievo di Rossi Doria.

Fui chiamato (a Portici) e mi fu chiesto se ero interessato a collaborare con Barbero per diventare “coordinatore” dell’indagine per il territorio di Riforma affidato all’Ente di Riforma della Puglia, Lucania e Molise. Accettai e fui mandato per un training “pratico” a Viterbo che faceva parte della giurisdizione dell’Ente Maremma che stava attuando la Riforma agraria nella Maremma Tosco Laziale, da Pisa alla provincia di Roma, Cerveteri – nella provincia di Roma – essendo l’ultimo lembo del territorio verso il Sud.

Fui io che detti l’idea che portò poi al metodo di campionamento delle “aziende” scaturite dalla Riforma e, per il confronto, con quelle private, sfruttando la casualità del numero di identificazione catastale delle parcelle estratte a sorte…francamente me ne ricordo ben poco…Basti dire che questa esperienza fu quella che mi suggerì, quando andai alla Cornell University, di scegliere come mio “major” (field of study) : Statistics. Non ricordo di tutta la mia esperienza e dei miei studi americani neanche le formula della “standard deviation”….qualcosa come non ricordarsi, per un fisico, della formula di Einstein (che non ricordo, certo, io…).

 

-Cornell e la mia borsa di studio della Harkness Fellowships of the Commonwealth Fund

 

 

Concluso, in due anni, il mio primo lavoro, coordinando lo Studio sulla Riforma Agraria diretto del Prof. Barbero, in Puglia, cominciavo ad essere pericolosamente vicino al limite di tempo massimo consentito per rimandare il mio Servizio Militare. Partii quindi per la Scuola Allievi Ufficiali di Complemento (A.U.C.) di Ascoli Piceno e passato poi alla Scuola della motorizzazione della Cecchignola (vicino a Roma) divenni Ufficiale di complemento nel Servizio della Motorizzazione, prestando poi servizio come istruttore nella Scuola stessa (1958).

Essendo scarsa la mia preparazione tecnica venivo adibito, con una squadra di giardinieri (veri, stavolta, perché scelti tra i militari di leva presenti alla Scuola, con esperienza in giardinaggio precedente al loro servizio militare) ad accudire ai balconi fioriti delle consorti dei vari Generali/Colonnelli comandanti di cui pullulava Roma. Ogni mattina andavamo in camion a rassettare un balcone, terminavamo verso mezzogiorno, io me ne tornavo a via Michele Mercati e mi rifacevo vivo la mattina seguente, ed i miei “soldati/giardinieri” tornavano, in camion , in caserma alla Cecchignola. Una pacchia.

Prima del Servizio militare, peraltro, avevo già ottenuto una borsa di studio dalla Harkness Fellowships of the Commonwealth Fund .La famiglia americana Harkness era diventata ricca costruendo Ferrovie e la Fondazione esiste tuttora ma i soldi disponibili, oltre a tutto dollari, non sono più quelli di allora. Le ferrovie sono passate di moda.

La mia borsa era intesa a permettermi di studiare Economia Agraria all’Università di Cornell a Ithaca nello Stato di New York. Ithaca è sulla sponda del Lago Cayuga, uno dei “Fingers Lakes” nello stato di New York, sotto Syracuse. Cornell, allora, aveva infatti la fama di essere tra le migliori Scuole di Agraria, in particolare di Economia Agraria..

A Cornell ho studiato tre anni, dall’autunno del 1958 alla fine del 1961 ottenendo il mio “doctorate” ( Doctor of Phylosophy) nel Febbraio del 1962 . La mia tesi era un modello statistico di previsione dell’industria conserviera del pomodoro negli USA e il mio “Major Professor” si chiamava Kenneth Robinson, un uomo che ha avuto una grande influenza sul mio carattere.

Gli stavo apparentemente, molto simpatico e lui sempre molto gentile e cordiale, già all’inizio del mio periodo a Cornell, mi invitava di frequente a casa sua . Da buon italiano, io scambiai queste gentilezze come la “ prova” che ero entrato nelle sue “grazie”e potevo, quindi, anche lavorare (studiare) poco….Questa sensazione era completamente sbagliata…Il Prof Robinson mi chiamò nel suo Ufficio a “Warren Hall “ la sede dell’Istituto di Economia Agraria (Agricultural Economics) dello “State College of Agriculture at Cornell University”, e mi disse chiaro e tondo che io gli stavo molto simpatico etc. etc. ma…o cambiavo “registro” oppure me ne tornavo al paesello perché mi ci rispediva lui…

Mai più avuto problemi di sorta anche se dovetti scrivere due volte la mia tesi dottorale che non soddisfaceva l’altro membro del mio “committee” (il Prof. Bernard Stainton). Rifeci tutto in un mese e completai così i miei “requirements” ed ottenni il mio “doctorate”..

Nel complesso sono stato molto bene a Cornell anche se sono mancato dall’Italia e quindi da casa, per più di tre anni.

Quello che trovai a Cornell fu anche il mio primo vero amore : tua nonna Christine che a Cornell c’era andata con un’altra borsa di studio, di Cornell stessa, questa volta, che le era stata offerta – come ad altri – contro una collaborazione col “French Department of Modern Languages” dell’Università . Riceveva un minimo stipendio e poteva seguire, gratis, i corsi in English Literature.

Io vivevo con Jacques Baud in una casa di “College Town” in Ithaca, all’inizio di Catherine Street. Jacques, poi, è diventato zio di tuo padre sposando Catherine, la sorella maggiore di Christine, tua nonna. Jacques incontrò tua pro-zia Catherine tornando a Parigi da Cornell , invitato dai tuoi bisnonni Richard (Raymond e Geneviéve) che volevano avere notizie di Christine rimasta ad Ithaca. Jacques era assistente anche lui al Dept. of Modern Languages con tua nonna Christine.

Tornando a College Town , la parte alta di Ithaca vicina all’Università dove anche tua nonna Christine abitava, Jacques e lei passavano davanti alla casa di Catherine Street dove, al primo piano io abitavo con Jacques, appunto, e Pierre Rudman, il mio secondo “room-mate” Questa è una espressione inglese che definisce (room-mates) due studenti che dividono (letteralmente) la stessa stanza (“room”) ma, nel nostro caso ognuno di noi tre aveva la sua….c’era poi un bagno (uno solo!), una specie di “tinello” dove mangiavamo (io facevo, sempre la cucina ; Jacques e Pierre lavavano i piatti, cosa che io, tuttora, odio fare ma oggi ci sono le lava-piatti…) un soggiorno e, ovviamente una cucina.

Mi sono SUBITO innamorato di Christine, tua nonna, e ciò malgrado la differenza d’età (io sono del 1931, Christine, tua nonna, era del 1940). Non solo era molto carina ma anche straordinariamente intelligente, molto colta e piacevolmente vivace e allegra…

Rileggendo queste righe l’affermazione :”Mi sono subito innamorato di tua nonna”…mi sembra particolarmente infelice…tua nonna aveva, allora, 19 anni! Che nonna!

All’inizio tua nonna, così giovane, non aveva certamente l’intenzione di “legarsi” a uno di nove anni più vecchio, Jacques Baud me ne voleva dissuadere….”Christine ha voglia di divertirsi” mi diceva, vedendomi così “preso”, “lascia perdere”…..Una volta mi prese talmente in giro che per la rabbia detti un gran pugno su un muro che separava il “tinello” dalla cucina….lo passai da parte a parte e per nascondere il buco ci attaccai sopra due calendari, uno da una parte e l’altro dall’altra parte del muro che peraltro non era molto spesso, fatto di legno e cartapesta…..Ma alla fine seppi farmi voler bene da lei, forse anche troppo….non meritavo tanto.

 

 

-Il ritorno in Europa.

Ottenuto il mio PhD (Philosophy Doctor) affrontai il problema di dove lavorare. Dopo qualche esitazione entrai alla Nestlé cominciando prima negli Stati Uniti alla direzione americana che allora era a White Plains nello stato di New York per un periodo di training, e poi alla centrale mondiale del gruppo (come ho già detto) a Vevey nell’Ufficio Nuovi Prodotti della AFICO, una sussidiaria della Nestlé nella quale era concentrata, allora, la ricerca , tecnologica e di marketing. Io ero responsabile della ricerca di marketing per i prodotti derivati dal latte (per la nutrizione infantile ) e prodotti dietetici in genere. Fu una collaborazione la mia che durò un paio d’anni abbondanti ma non di più perché ero pagato veramente poco all’inizio. Tua nonna, come ho già accennato, lavorava anche lei e, tra tutt’e due arrivavamo a campare…però mai più di una uscita al ristorante al mese, una volta la settimana un cinema…e, a fine mese, portavo a casa i campioni di prodotti lanciati dalla concorrenza che ci arrivavano da tutto il mondo…servivano a risparmiare sulla spesa alimentare…. Quando, finalmente, mi considerarono “maturo” (malgrado il mio Ph.D. e i miei trentun’anni !) volevano mandarmi nella ex-colonia inglese (Gold Coast) da poco diventata indipendente assumendo il nome che ha ancora oggi : Ghana. Era effettivamente un posto importante…Il Ghana era, allora, il maggiore produttore mondiale di fave di cacao. Tua nonna Christine, però, non desiderava davvero andarci. Allora, ma ancora oggi, il clima non è dei migliori ed allora (e ancora oggi) non era certo il paese di residenza migliore per una coppia europea che voleva metter su famiglia ….

Lasciai quindi la Nestlé (il mio rifiuto di andare in Ghana era stato interpretato come la “prova” di una sicura mancanza d’ambizione…..) ed andai nel 1964 , alla Buitoni, come Capo Servizio Nuovi Prodotti. La Buitoni era, allora molto nota sopratutto per la Pasta (ma già allora la Barilla era di gran lunga il “leader” sul mercato) ma aveva tutta una serie di prodotti, dalle Fette Biscottate fino a una gamma di prodotti dietetici per la prima infanzia (con un proprio stabilimento in provincia di Latina inaugurato poco prima che io entrassi tra i dirigenti della Società) venduti sotto la marca Nipiol. Peraltro i margini sulla pasta (un mercato altamente concorrenziale, allora forse ancora più che oggi) erano particolarmente risicati; i prodotti Nipiol necessitavano di un forte, e dispendioso sostegno pubblicitario (allora i prodotti Plasmon erano dominatori incontrastati – quasi – di questo mercato in Italia) e l’utile della Società dipendeva sopratutto da due prodotti (le Fette Biscottate e la famosissima Pastina Glutinata Buitoni).

La “Pastina Glutinata” ha nutrito diverse generazioni di bambini italiani e la Buitoni ha approfittato per decenni di questa posizione dominante. Ora la Pastina Glutinata non esiste più, esiste, invece il “morbo celiaco” cioè l’intolleranza al Glutine, la proteina presente nel grano e quindi nella semola e nella farina …Che sia stata la Pastina Glutinata? Certamente no perché il morbo celiaco non è presente solo in Italia dove la pasta é uno “staple food”, cioè un prodotto alimentare di massa..

 

Concorrente e leader nel mercato della pasta alimentare italiana era la Barilla e vale la pena ricordare lo slogan pubblicitario che ne accompagnò l’affermazione in Italia: “Con pasta Barilla è sempre Domenica”. Questo da anche un’idea delle condizioni socio-economiche dell’Italia d’allora. La pasta, nelle classi più povere si mangiava sempre – e solo – la Domenica….

I due fratelli Barilla (il più noto si chiamava Pietro ma aveva un fratello che si occupava della parte tecnica della Società : Gianni) solevano visitare ogni anno Sansepolcro per rendere omaggio ai Buitoni che, della pasta, erano tradizionalmente considerati i “re” , un po’ scaduti, forse, ma, certamente rappresentanti l’aristocrazia del mestiere. Venivano, i Barilla, regolarmente rimproverati duramente per l’”eccessiva” concorrenzialità che caratterizzava la loro politica commerciale; regolarmente si “scusavano” minimizzando la loro società nei confronti della “grande” Buitoni. Soddisfatto così l’amor proprio del fratello Buitoni di turno se ne tornavano a Parma con una assoluzione dei loro “peccati” che permetteva loro di….rincominciare da capo, e così anno dopo anno. Ora la Buitoni non esiste quasi più se non come “brand” (lo stabilimento di Sansepolcro è stato venduto dalla Nestlé che l’aveva acquistato con la marca, assieme ad un’altra Società la Perugina) mentre la Barilla è, davvero, re/regina/principe del mercato della pasta a livello globale mondiale.

La leggenda racconta che i due fratelli Barilla una volta furono uditi mormorare al loro autista alla partenza da Sansepolcro per ritornare a Parma : “vai Antonio (l’autista), vai, …questi dormono…”.

 

 

Il mio “capo” era Bruno Buitoni (il marito di Misette, membro della generazione seguente quella dei cinque fratelli ai quali la “storiella precedente” si riferisce) il capo più divertente e simpatico che abbia mai avuto in vita mia…Forse non il migliore dirigente da cui poter imparare i segreti di un mestiere, ma certamente simpatico, cordiale, alla mano e come persona quanto di meglio uno possa sperare di incontrare. Ma la Buitoni di allora (con la famiglia Buitoni al “volante”) era condizionata da “lotte intestine”. Nel Gruppo c’era infatti anche la Perugina (cioccolato) nella quale i Buitoni erano associati con gli Spagnoli, un’altra famiglia di Perugia una cui esponente era stata molto “legata” al “fondatore” della Perugina, il “sor Giovanni” e con lui aveva sviluppato, appunto, questa Società dimostrando uno spirito imprenditoriale brillantissimo. Tra le tante iniziative di marketing una che è rimasta famosa : la raccolta di figurine del “Feroce Saladino” che affermò considerevolmente la marca Perugina in Italia.

I Buitoni della Perugina (il cui capo, ai miei tempi, era chiamato anche Bruno ma della generazione precedente al “mio”, quindi suo zio) guardavano in cagnesco alla Buitoni di Sansepolcro che finanziariamente rappresentava una “palla al piede” del gruppo visto che i risultati della Perugina allora erano brillantissimi… Il “mio” Bruno era molto condizionato da questa situazione e dopo qualche anno (io non c’ero già più e da tempo) fu anzi messo da parte da un cugino, figlio di Bruno “senior”: Paolo Buitoni eletto Amministratore delegato del gruppo intero, Buitoni e Perugina. Fu il principio della fine : un grosso disastro.

Peraltro quello che mi convinse davvero ad andarmene da Sansepolcro, qualche anno prima, fu la realizzazione che non essendo io un Buitoni mai e poi mai avrei potuto aspirare ad una posizione di primissimo piano…una sensazione che possedendo io una buona opinione di me stesso (!!) non potevo accettare…Anche quest’affermazione peraltro mi può essere contestata. Alla Perugina ”dei miei tempi” l’Amministratore Delegato era assolutamente estraneo alla famiglia. Il signor Faina (che Bruno “junior” chiamava “Fainotto” perché era piccolo e molto grassottello) aveva cominciato, alla Perugina da “fattorino”!! Suo nipote Gianfranco era alla Buitoni con me e continuò a lavorarci fino all’acquisto della società parte della Nestlé. ‘E diventato poi alto dirigente della Nestlé italiana a Milano e si è fatto grande onore. Ottima persona, lui e sua moglie che vedo sempre con piacere quando, per salutare Bruno Buitoni tuttora vivente (2012) passo da Perugia.

Lasciai Sansepolcro per andare a lavorare a Torino alla Wamar, una società che faceva biscotti.Era la Wamar , anch’essa, una vecchia “gloria”. Molto scaduta nella notorietà e, purtroppo, nella qualità, faceva parte del patrimonio della Fondazione Gaslini, l’Ente che finanziava, e ha finanziato a lungo, l’Ospedale Gaslini di Genova, il più grande – e il migliore – ospedale pediatrico italiano. Ero “presentato” dal Prof. Siliato che era nel Consiglio Direttivo della Fondazione e fui assunto come “Direttore Commerciale”. Ora, col senno di poi, posso dire che ero stato assunto non perché si avesse tanta fiducia nelle mie capacità manageriali ma perché il Prof .Siliato era Presidente della Terni (una società siderurgica italiana importante) dove mio fratello Lupo era Amministratore Delegato. Appoggiandomi alla Wamar, Siliato sperava di acquisire benemerenze con mio fratello : la Terni era, allora, una società ben più importante del piccolo biscottificio torinese (che non esiste più).

Dal primo giorno fui tenuto strettamente sotto controllo passando la maggior parte del tempo a non far niente. Il Direttore Generale, un torinese che parlava con tutti sempre in dialetto piemontese ( che io non capivo) chiamato Balbinot, e il Direttore Vendite (il sig. Terrazzi) facevano di tutto per fregarmi e (accorcio notevolmente la storia)…ci riuscirono. Con una relativamente generosa liquidazione fui messo alla porta….Lasciai Torino (nell’Aprile 1967) e, senza occupazione, mi spostai a Porto Santo Stefano (Grosseto) dove allora i miei genitori (tuoi bisnonni) avevano una casa dove tutta la famiglia passava le vacanze. Con Christine, tua nonna, e tuo padre bambino di due anni, restammo a Porto Santo Stefano sino alla primavera seguente .Io facevo consulenze guadagnando poco ma occupandomi.

A Novembre, grazie ad una presentazione di mio fratello Lupo che per essere stato – prima della Terni – Direttore Generale della allora Italsider (una azienda posseduta dallo Stato in seguito venduta ai privati) era assai conosciuto a Genova, fui assunto alla Saiwa di Genova come Assistente del Presidente/Amministratore Delegato d’allora (non ancora Cavaliere del Lavoro) Romano Romano. Praticamente rincominciai la mia carriera daccapo e lavoravo come “un negro”. Da allora le mie ferie furono sempre molto corte…sono convinto che un “capo” debba essere sempre sulla breccia e credo, come filosofia del lavoro, di essere un buon “hands on” manager piuttosto che un “hands off”. Anche quando divenni il “Presidente Europeo” della Nabisco credevo nella necessità del mio coinvolgimento nel processo decisionale di ogni Società che dipendeva dal mio Ufficio di Parigi.

Ma ho imparato tutto – ripeto tutto – alla Saiwa, e molto da Romano Romano che era riuscito a continuare a dirigere la Saiwa anche quando la famiglia proprietaria ( i Girani di Genova apparentati con i Mollié che erano i proprietari di un’altra Società genovese allora famosa : la Elah venduta poi alla General Foods ora scomparsa ) vendette la Saiwa alla Nabisco (ora parte integrante, ed integrata, della Kraft). Ma Romano parlava (male) il francese e dell’inglese sapeva pochissimo o niente. Le mie responsabilità erano quindi principalmente di tradurre la corrispondenza …poi, progressivamente, di scrivere quella in partenza in bozza, in italiano. La sottomettevo per l’approvazione a Romano e poi, dopo innumerevoli, minuziosi (quasi pedanti) controlli e , quindi, rifacimenti la traducevo in inglese. Leggevo anche i giornali e “tagliavo” gli articoli o le notizie che giudicavo potessero interessare il mio superiore. Ecco perché tua zia Mercedes, bambina, una volta, richiesta di descrivere il mio lavoro dalla sua maestra rispose . “….papà legge il giornale.” Spesso, infatti, portavo tuo padre e Mercedes con me in ufficio quando ci andavo- come sempre – la Domenica mattina. Quello che facevo era leggere, allora, i giornali che trovavo sulla mia scrivania.

Partecipavo anche – come spettatore- alle decisioni che venivano tutte prese da Romano. Entrando alla Saiwa nel Novembre del 1967 la cosiddetta “Direzione”, a parte Romano che era il grande Manitou e la sola persona che funzionava da “controparte” coi “padroni” americani, c’erano due altri dirigenti : uno era Luciano Schenone, ragioniere, che era alla Saiwa da una vita e che funzionava, per Romano, da “tuttofare”. Le sue funzioni erano soprattutto Finanziarie ed Amministrative ma si occupava anche di Personale …e di tutto. Avendo sopportato Romano tanti anni credeva di meritare una considerazione speciale e Romano lo stimava ma soprattutto come esecutore. Avendo il carattere che aveva, Romano faceva a Schenone, delle scene, corredate da urla belluine, che nessun altro avrebbe potuto sopportare. Ma Schenone resisteva…e chiunque tra i collaboratori pensasse di poter “progredire” in carriera, “fregandolo” si trovava ben presto “fregato” lui…ma non fu il mio caso.

La parte tecnica della Società era invece affidata all’altro dirigente importante: Pier Luigi Solari, anche lui come Schenone genovese ma differentemente da lui, che veniva da una famiglia “semplice”, Solari era di ottima famiglia , ben imparentato ed aveva avuto una esperienza “internazionale” avendo diretto una azienda agricola in Argentina. Ovviamente Solari partecipava con Schenone ai negoziati annuali col Sindacato e, facendo il possibile per evitare duelli mortali per la successione di Romano con Schenone, aveva anche lui, come Schenone, malcelate ambizioni di arrivare – quando Romano avesse deciso di deporre lo “scettro” – al “top” della Società.

Io come Assistente, acquisivo esperienza e pian piano assunsi le funzioni di Direttore Commerciale senza mai esserlo pienamente ma costantemente controllato da Romano, spiato da Schenone e sospettato da Solari…Non mi sono mai preoccupato del mio titolo ma, certo, di quanto “potere” mi venisse concesso (da Romano), sempre peraltro attento a informare Romano di tutto quello che facevo. Le circolari ai venditori (che promuovevano le diverse iniziative promozionali sul mercato) le scrivevo io ma mi venivano corrette (più volte…) da Romano.

Una posizione non molto facile e fonte di ripetute frustrazioni e ribellioni non espresse pubblicamente ma da me represse con gran fatica…Credo aver avuto spesso il segreto desiderio di uccidere Romano e ogni mattina, per mesi se non anni di seguito, prendevo una pillolina di “Noan” (un ansiolitico) che mi calmava.

Sî debbo la mia carriera al “Noan” che mi ha permesso di sopportare Romano, attendere la mia ora e imparare da quest’uomo difficilissimo di carattere, impossibile direi, quanto poi mi tornò molto, molto utile …Lo diceva anche sua moglie, una deliziosa signora , Enrica Ardigò, che Romano aveva sposato dopo aver perso la prima moglie madre di suo figlio Sergio, poi diplomatico (Ambasciatore) di carriera ed ora apprezzatissimo articolista del Corriere della Sera, un popolarissimo “opinionista”, storico, autore di libri etc.

Già io sono convinto che il “darsi importanza”, mancare di considerazione nei confronti dei colleghi, parlare dietro le spalle, partecipare a congiure e similia è la migliore ricetta per suscitare la gelosia ed, alla prima occasione, ricevere un bello sgambetto.

Peraltro, forse, nella mia carriera io ho saputo “scegliere” tra i dirigenti Nabisco quello che poi mi proiettò, diventando lui stesso il grande capo americano, in una posizione di grossa responsabilità e prestigio, dopo avermi appoggiato come erede di Romano quando quest’ultimo nel 1973 cedette, su istigazione degli americani, a me, lo “scettro” di Amministratore Delegato della Società conservandone la “Presidenza” per un altro anno. Parlo di Robert Martin Schaeberle che, anche lui, aveva sofferto sotto il “Grande” Louis Bickmore, una figura leggendaria, artefice della “esplosione” internazionale della “vecchia”National Biscuit Company-Nabisco che negli anni 50 acquisì una serie di Società in Europa, alcune ottime (come la “Biscuits Belin” che, al momento dell’acquisto aveva un solo stabilimento a Chateau Thierry, e la Saiwa) alcune pessime (come la Trüller e poi – peggio ancora – la Xox in Germania).

La Trueller era una piccola società provinciale che la Nabisco acquistò con l’espresso disegno di farne una grande società biscottiera nazionale .Malgrado poderosi investimenti di marketing non ebbe successo alcuno. Si pensò bene quindi di acquisire un’altra società , la Xox che aveva una certa notorietà ma una organizzazione produttiva antiquata. Fondendola con la Trueller si sperava potesse competere con migliori probabilità di successo con la Bahlsen, leader, allora ed oggi, del mercato biscottiero tedesco. Peggio che mai, le perdite si accumularono alle perdite…Infine venne acquistata la Sprengel,uno dei leaders nel mercato cioccolatiero tedesco, ottima società, con ottimi risultati. Con la fusione di tutto, biscotti e cioccolato, sotto la Direzione della Sprengel si pensava che i risultati non avrebbero tardato a venire anche coi biscotti.. Il risultato fu fallimentare ed anche la Sprengel, fu venduta per un tozzo di pane. Oggi Sprengel è un nome conosciuto soprattutto per il Museo d’Arte Moderna Dr.Bernhard Sprengel, cioè il nome della persona che vendette la Società alla Nabisco e che aveva una splendida collezione d’arte moderna che lasciò alla sua città, Hannover, per farne, appunto, un museo.

 

Il fatto di accompagnare, come interprete, Romano a tutte le riunioni internazionali della Nabisco mi permise di conoscere non solo tutti i “capi” delle società europee e i dirigenti di quella che allora si chiamava l’International Division della Nabisco ma anche i rappresentanti della Direzione Mondiale tra cui, appunto R.M.Schaeberle.

A una riunione al “Dorado Beach Resort” di Porto Rico, nel 1970 ebbi con lui una chiacchierata “col cuore in mano”. Mi esortò a pazientare e fece un parallelo della mia situazione con Romano con la sua nei confronti di Bickmore che era, anche lui un carattere ben difficile…

Insomma lui succedette a Bickmore ed io a Romano. Pochi anni dopo Schaeberle accettò di costruire la “Nabisco Brands”fondendo la Nabisco con la Standard Brands diretta da Ross Johnson passando la responsabilità della nuova Società a quest’ultimo. Poco tempo dopo altro colpo di scena, la Nabisco Brands fu acquisita dalla Reynolds Tobacco (le sigarette Camel, Salem etc) ed il C.E.O divenne il grande capo di tutto : Tabacco e Biscotti. Ma durò solo qualche mese perché Ross Johnson riuscì a convincere il Consiglio di Amministrazione a rifare tutta la la Direzione della Società nominando lui, Johnson, Chief Executive Officer e “scaricando” il precedente CEO della Reynolds.Bell’esempio di iniziativa manageriale e, soprattutto di ambizione.

Nel 1987/88 Ross Johnson fu giudicato degno (forse indegno) abbastanza da meritare la copertina di “Time” col sottotitolo “Greed”..

Visto che la valutazione in borsa della società tardava a raggiungere i livelli che lui, reputava idonei e giustificati dall’introduzione nel mercato dei propri prodotti e dalla performance della Società , infatti, Johnson provò a comprarsela lui attraverso un “leverage buy-out” che è stato poi raccontato per filo e per segno in : “Barbarians at the gate”. È un libro che descrive tutta la vicenda fino alla conclusione : l’acquisto di tutta la Nabisco da parte della KKR . Si legge anche di Schaeberle che piangeva nel vedere la Società che aveva diretto per tanti anni, destinata ad essere smantellata sul piano internazionale e a sparire dalle scene come “business” autonomo.

Ora dopo essere stata “enucleata”dal Tabacco, la Nabisco fa parte, come ho appena detto, della Kraft mentre il settore del tabacco è stato acquistato, in massima parte, dai giapponesi.

Nel gennaio del 2012, in Florida, ospite di Jim Welch (uno dei miei capi quando ero President-Europe, ho rivisto Ross Johnson cenando con lui assieme alla sua terza moglie. Ross é stato bravissimo a conquistarsi la simpatia di Penny che mi accompagnava (che aveva sentito parlare di lui, da me, come di uno spregevole individuo) dimostrando, se ce n’era bisogno, le doti di “charmeur” e non solo di signore….

 

A differenza di Ross io non sono responsabile, né direttamente, né indirettamente, di nessun “sconquasso” anche se, dopo il leverage buy-out, la Nabisco Europe fu venduta, società per società al migliore offerente…e tutti i dirigenti, me compreso, in Europa, lasciarono la Nabisco.

 

 

– Verso il “leveraged buy-out”

 

Ho già accennato ai miei inizi alla Saiwa. Entrai nella Società nel Novembre del 1967 e ne diventai l’Amm. Del.to nel Novembre 1973.. Nel 1975 diventai Presidente / A.D.. Alla fine del 1975 fui nominato “President Europe” avendo “sotto di me” , a parte la Saiwa di Genova (che partendo io “affidai” a P.L. Solari), la Biscuits Belin (in Francia), Gallettas Artiach (in Spagna), Oxford Biscuits (in Danimarca) e Nabisco Ltd a Welwyn Garden City (dove si produceva uno dei “cereals” più tradizionali sul mercato inglese : lo” Shredded Wheat” . “Britons make it, it makes Britons” era stato un vecchio slogan del prodotto sul mercato inglese. Allora c’era ancora la Germania con l’infausto connubio Trüller/Xox/Sprengel. Ma io non me ne occupavo, non erano “sotto di me” nell’organigramma aziendale. Dipendevano direttamente da Schaeberle sotto la direzione prima di un tedesco (Herr Albrecht) – che mi piaceva molto poco ma era stato messo lì dal Dr. Sprengel che aveva venduto la Società, come ho già detto, alla Nabisco. Per gli ultimi anni Schaeberle provò a mandarci Mr Jones, una vecchia gloria della Nabisco Canadese (Christies) dove era entrato da semplice operaio percorrendo tutta la scala gerarchica fino a presidente….Troppo tardi….non c’era più niente da fare. Tutto, in Germania, fu “svenduto”.

 

Il mio primo ufficio, a Parigi, fu a Place de la Concorde, il mio secondo all’interno del primo portone a destra nella Place Vendome, venendo da Rue Castiglione/Rue de Rivoli …l’8, forse. Mica male come indirizzi…

Al numero 4 di Place de la Concorde c’era anche l’ufficio parigino della Belin che però avendo una fabbrica alle porte di Parigi aveva soltanto un “pied-à-terre” in città, gli uffici “veri” erano, con la fabbrica, ad Evry. Dopo l’acquisizione della Belin da parte della Danone tutta la fabbrica, e gli uffici sono stati venduti. Fino al nostro ultimo passaggio in autostrada sulla via del ritorno dalla Normandia (via Parigi) sembrano ancora vuoti.

La mia segretaria era una impiegata di Belin che era stata la segretaria di M. Louis Seysses, colui che aveva venduto la Società alla Nabisco Quest’ultima, prima della Belin, aveva comprato in Francia la “Gondolo” prendendoci una fregatura colossale. Ma M. Seysses non solo vendette la Belin alla Nabisco ma accettò, oltre alla responsabilitä manageriale della Belin per gli americani,quella di occuparsi della Gondolo che…chiuse brillantemente e non se ne parlò più.

Alla fine degli anni ’80, come ho accennato, ci fu il “merger” della Nabisco con la Standard Brands diretta da Ross Johnson. Furono i dirigenti della Standard Brands a prendere il sopravvento soprattutto nella parte internazionale della Società. L’Europa fu divisa tra l’Europa continentale e il “Regno Unito”. Io come Presidente Europeo (continentale) lasciai, ovviamente, la Nabisco Ltd ma “acquistai”la Standard Brands Italia e la Standard Brands España, la piccola società portoghese (Machado L.tda) e quella, ancora più piccola, che tostava arachidi in Germania. Poco tempo dopo la Nabisco Brands acquistò l’Associated Biscuits che, in Inghilterra aveva la Huntley and Palmers e la Jacobs in Irlanda nonché altre due piccole società, una in Germania e l’altra in Francia. Anche queste due ultime entrarono quindi a far parte del mio “gruppo” di Società.Il mio “pari-grado” responsabile dell’U.K. si chiamava Alistair Mitchell-Innes.

Spesso mi fu chiesto se ero “contento” di questi eventi, prima il “merger” con la Standard Brands, poi l’acquisto della Associated Biscuits, poi l’acquisto della Nabisco da parte della Reynolds Tobacco. Io rispondevo che questi avvenimenti avevano un po’ risvegliato l’ambiente che, colla Nabisco, tendeva alla …sonnolenza. Gli investitori in quei tempi cominciarono a pretendere di vedere le “Corporations” nelle quali investivano in borsa, comprare e vendere Società “non strategiche” per aumentare costantemente il valore delle azioni sul mercato o/e migliorare la retribuzione degli azionisti. E se una Società, come la Nabisco, aveva un azionariato molto sparso, gruppi di investitori o Società organizzate, per approfittare dello scarso entusiasmo degli azionisti per una politica dello “statu quo”, offrivano somme molto importanti per suscitare una strategia più dinamica o. in mancanza, vendere la Società “per appartamenti”.

Ma quando si trattò del “leverage buy out” della Nabisco “la “musica” cambiò radicalmente. Chi la “spuntò”, come ho già detto, non fu Ross Johnson che fu all’origine di tutto il fenomeno ma, la KKR di Mr Kravis e Roberts. Fu il primo “leverage buy-out” importante : 30 miliardi di dollari, più del fatturato che era “solo” 25 miliardi di dollari..

Così le azioni che io, ad esempio, avevo comprato a 40 US$ le consegnai a KKR a 104 US$….Inoltre, visto che io avevo un contratto che – in caso di acquisizione della Nabisco da parte di altri gruppi – stipulava la possibilità da parte mia di andarmene con una forte liquidazione; detti le dimissioni e…” Aldo went all the way crying to the bank…” così si diceva di me…

. La mia carriera era finita con un inaspettato risultato (molto positivo) per me sul piano finanziario, ma tutto fu presto rivoluzionato da un altro avvenimento che mi ha portato, a tutti gli effetti pratici a cambiar vita.

 

 

 

 

-Il 5 Agosto 1987

 

 

Dovevo essere il giorno dopo a Losanna all’IMD la scuola di “management” patrocinata, allora, dalla Nestlé e che già allora aveva acquisito una sicura rinomanza nel suo campo. Volevamo organizzare un meeting del management europeo della Nabisco, a Losanna appunto, ed ero andato per gli ultimi accordi.

Ero partito da Parigi in macchina per raggiungere Christine, tua nonna, che, essendo a Porto Ercole, in Italia, per le vacanze, doveva prendere l’aereo a Roma per Ginevra e poi il treno, da Ginevra, per essere con me a Losanna..

Christine, tua nonna,era a Porto Ercole con   tuo padre che allora aveva 22 anni (tua zia Mercedes era in Spagna con la sua grande amica di allora : Cristina Bolla) e aveva chiesto a tuo padre di accompagnarla in macchina all’ aeroporto Leonardo da Vinci di Roma. Sulla autostrada Civitavecchia-Roma una macchina sorpassò la “Punto” guidata da tua nonna che ne perse il controllo uscendo di strada e schiantandosi contro un muro Tua nonna fu sbalzata fuori dall’abitacolo …Non portava cintura, morì sul colpo. Tuo padre, invece, tenendosi con la mano alla maniglia sopra la porta anteriore destra riuscì bene o male a restare all’interno della autovettura ma ne uscì col braccio destro spezzato in più punti. Furono trasportati all’ospedale di Civitavecchia. Tua nonna nella camera mortuaria, tuo padre in corsia dove fu raggiunto subito da Pietro del Bono che era con lui a Porto Ercole in vacanza e poco dopo da Pietro Suber e poi da Mattia Osti il cugino di tuo padre che porta il tuo stesso nome.

Io arrivai all’albergo a Losanna-Ouchy (il grande albergo sul lago) e fui subito messo al corrente al telefono dell’albergo (allora non c’erano cellulari) da mia sorella Ninni che avevo chiamato su invito del direttore dell’albergo che mi aveva accolto molto gentilmente al “ricevimento”….proseguii quindi, in macchina, verso Civitavecchia , un viaggio lungo e triste che oggi, a 77 anni (ho scritto queste righe nel 2008) non sarei in grado di intraprendere in quelle condizioni psicologiche. Già sono passati ben più di 20 anni… e forse ne passeranno ancora di più fino a che non abbia finito di scrivere questi miei ricordi (vero….oggi è il 3 Giugno 2011 …ai quasi ottant’anni di oggi non credo che un viaggio del genere potrei nemmeno prenderlo in considerazione…..)..

Comunque arrivai a Civitavecchia e abbracciai tuo padre che era, ovviamente, molto scosso ma che, a parte il braccio, sembrava esserne uscito, da questo terribile incidente, relativamente tutto d’un pezzo. Nessuno gli aveva detto ancora di sua madre….gli dissi io che era morta senza soffrire.

Ad Agosto tutti i medici erano in vacanza e ebbi non poche difficoltà a trovare qualcuno che fosse disponibile per operare il braccio “rotto male” di tuo padre. Finalmente lo portai a Roma dove fu operato alla clinica Quisisana da un chirurgo conosciuto in quanto era uno dei medici sportivi della Lazio dove le rotture d’ossa sono, come in tutte le squadre di calcio, all’ordine del giorno. Purtroppo nell’operazione (usò staffe e bulloni metallici per collegare i vari frammenti delle ossa per rimetterle a posto) fu danneggiato un nervo che “comandava” la mano destra le cui dita si muovevano prima dell’operazione ma, dopo, non rispondevano più. Non poteva usare la mano destra…

Allora, veramente, mi sono sentito disperato perché l’aver perso Christine, tua nonna, mi era quasi insopportabile ma il pensiero di tuo padre con una mano paralizzata… non sapevo come affrontarlo.

Fortunatamente incontrammo un medico (anche lui uno specialista delle ossa) a Parigi (dove siamo quasi subito tornati perché allora vivevamo tutti a Parigi) che, quando io proposi di portare Emanuele in America a farsi rioperare per tentare di riacquistare l’uso della mano, ci consigliò di pazientare per attendere che la mano fosse trattata con massaggi e stimolazioni elettriche. A suo parere, un trattamento del genere avrebbe dovuto favorire la riparazione naturale del nervo che comandava la mano e che ovviamente era rimasto offeso durante l’operazione.

Aveva ragione lui, tuo padre riacquistò lentamente l’uso della mano e, a parte una grande cicatrice sul braccio, e una ancora più profonda, irreparabile, nel suo cuore per la perdita di sua madre, non ha dovuto sopportare ulteriori conseguenze fisiche

 

 

– Tua nonna

 

Ti ho già raccontato come avevo conosciuto tua nonna Christine : a Cornell dove e lei ed io studiavamo. Io preparavo il mio Ph.D e lei studiava letteratura inglese come propedeutica alla sua “licence” francese in letteratura americana, che poi prese – poco prima il nostro matrimonio – alla Sorbonne. Ci siamo voluti molto bene….Quando lei tornò in Francia per finire i suoi studi e mi lasciò, solo, negli USA per finire la mia tesi , ci siamo scritti tutti i giorni! Purtroppo tutta la corrispondenza è andata distrutta…due lettere al giorno in direzioni opposte (una sua. una mia).

Probabilmente abbiamo fatto bene a distruggerle…Troppa passione…la lettura avrebbe potuto essere interpretata come “voyeurismo”….Resta, comunque, un ricordo struggente …

Tua nonna è stata per me la mia consigliera e tutrice malgrado avesse undici anni meno di me; aveva una eccellente capacità d’analisi dei fatti e del comportamento delle persone .

E stata la mia amante, con abbandono e senza complessi.

‘E stata la mia coscienza e un buon antidoto alla mia propensione a smussare gli “angoli” che incontravo nei miei percorsi di vita. Questa caratteristica mi è rimasta ma, grazie a lei, ho avuto sempre chiari, di fronte a me i giusti confini del compromesso .

E’ stata l’educatrice dei figli: io passavo a casa non più di cento, centocinquanta sere all’anno, il tempo era poco per occuparmi di loro (di tuo padre e di tua zia Mercedes) in profondità. Ma tutte le decisioni importanti erano prese assieme, per sua iniziativa.

’E stata la donna con cui mi sono pazzamente divertito…facendo cose interessanti, viaggiando e incontrando personaggi e facendo qualche fesseria assieme….niente di irrimediabile peraltro….

Eppure, sarà perché “tira più un pelo di f…. che cento para di bovi” (vecchio proverbio toscano) non posso certo dire di essermi lasciato scappare delle occasioni “esterne” quando mi si presentavano…Sono sempre “tornato a casa”, è vero, anche l’ultima volta quando la cosa venne “scoperta” e poteva finir male….. mi sono spesso lasciato tentare…… ed ho tentato io stesso.

Difficile da capire come una persona ragionevole, come –ritengo – di essere, si lasci andare per un qualcosa che – riflettendoci sopra – può essere piacevole quanto vuoi (e lo è ….) ma mai abbastanza da giustificare uno sconvolgimento di vita. Certo, l’innamoramento non ha età ma mi sembra un po’ troppo facile giustificare il proprio comportamento dietro un presunto inarrestabile potere dell’”Amore” con l’A maiuscola o….minuscola. Certo è che i miei sentimenti sono sempre stati violentemente condizionati dal fattore “sesso” che nella mia generazione (e precedenti) era stato fortemente represso, sopratutto nelle donne, dal fatto che, allora, la pillola non esisteva…..

 

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La morte prematura e repentina di tua nonna aumentò in me il rimorso per un comportamento che ovviamente era colpevole e aumentò anche il dispiacere per la brevità del tempo lasciatomi per rimediare in qualche modo alle ferite lasciate nel suo cuore ; troppo tardi …non mi resta che augurarmi che negli ultimi anni si sia resa conto, comunque, della profondità del legame che mi univa a lei…

 

Certo è che per andarmi a trovare una moglie francese negli Stati Uniti, portarla con me (dopo la Nestlé a Vevey) in Italia (prima a Sansepolcro alla Buitoni, poi a Torino alla Wamar e, finalmente, a Genoa alla Saiwa) per poi riportarla nella sua città natale: Parigi,con la Nabisco, il destino ha scelto un cammino piuttosto tortuoso per l’evoluzione della mia famiglia…Peraltro così , in effetti, é cominciato il “ramo francese” Osti : con tua nonna, prima di tutto, unita a me che certo francese non sono e poi con tuo padre e tua zia Mercedes. Il “ramo” ora é affidato a te, Mathias e a tua sorella Olivia grazie alla “entrata in scena” di tua madre Cecile, vera francese anche lei, che tuo padre ha avuto la fortuna di conoscere e di meritarsi.

In Italia il nostro cognome si pronuncia accentuato (anche se l’accento non si mette) sulla prima lettera (Òsti) in Francia sull’ultima (Ostì) come se fosse scritto Ostie…ma, come ho già detto ha lo stesso significato di “Tavernier” (cognome ben diffuso in Francia) e non ha niente a che fare con l’ostia sia pure non consacrata…

 

-La mia fortuna con le donne : Penny

 

Quando penso di essere stato particolarmente fortunato nella mia vita, malgrado l’immenso prezzo pagato con la morte prematura di tua nonna, credo di aver ragione in quanto invece di restare solo dopo l’incidente che me la portò via, ho trovato Penny che non solo ha dimostrato di volermi bene ma ha reso quest’ultima metà della mia vita , serena, piacevole, piacevolmente movimentata e serenamente allegra.

Tua nonna Christine era molto amica, forse la migliore amica di Penny. Penny è nata Clive (Clive of India ) e ha fatto con tua nonna tutto il liceo e, poi, il “baccalaureat” nella scuola cattolica ( anche se Penny era ed è rimasta anglicana) dell’Assomption a Parigi ( detta anche“Lübeck” perché sita in “rue” Lubeck) . Restarono amiche anche dopo che Penny sposò (quando tua nonna era a Cornell negli USA dove ero anch’io) Robin Wood. Da lui ebbe tre figli (Henrietta, Amanda e Jeremy) gli stessi che oggi occupano le tre case che oltre alle due di tuo padre, rispettivamente, e di tua zia Mercedes, formano “Les Vergers des Valbelles” a Touques. Un’idea voluta e realizzata da Penny.

Nel 1975, come t’ho già raccontato, io venni spostato da Genova a Parigi per dirigere l’Europa della Nabisco. Robin lasciò il suo lavoro, nello stesso anno, per prenderne un altro in Francia, anche lui a Parigi.

L’amicizia tra Penny e tua nonna che con il rispettivo matrimonio, i figli, la residenza in paesi diversi, si era, forse, un po’ rarefatta, riprese, a Parigi, immediatamente.

Penny aveva traslocato, da Londra/Richmond con un cane, un labrador nero (Gemma) che poi fece coprire ottenendo otto cuccioli. Senza consultare Christine ma rispondendo all’entusiasmo di tuo padre e di tua zia Mercedes, allora bambini, promise loro un cucciolo : Paola, labrador biondo e amatissima da tutti noi entrò così nella nostra casa ad Avenue Emile Deschanel. Tua nonna chiamava Paola, scherzando, “le cadeau empoisonné” di Penny: la presenza di un cane,abbastanza ingombrante, con due bambini per casa non le semplificava certo la vita.

Con la scomparsa di tua nonna, quindi, venne il problema di far fare dell’esercizio a Paola, cosa che per un labrador è indispensabile. Tuo padre era occupato a riprendere l’uso del suo braccio e tua zia Mercedes studiava.

Quindi nei week-ends esercitavo io Paola passeggiando lungamente con Penny nei vari parchi parigini : Marly, St Cloud od altri; belle passeggiate. Penny allora aveva già divorziato per incompatibilità di carattere da Robin. Presto si sviluppò tra noi qualcosa che andava al di là dell’amicizia affettuosa. Francamente io non vedevo la necessità di un matrimonio ma Penny – che ha una impostazione di vita molto “quadrata” – voleva “regolarizzare” la situazione.. e così fu. Ci siamo sposati il 3 Settembre del 1988 al municipio di Touques. E poi religiosamente, nella vecchia chiesetta in pietra di Verbier (village) il 26 luglio del 2000, testimoni (e sole persone presenti a quella semplicissima cerimonia a parte il prete che era il parroco di allora) mio fratello Gian Lupo e sua moglie Maria Grazia..

La migliore decisione da me presa nell’età matura è stata certamente quella di dividere la mia vita con Penny…. Senza Penny sarebbe stato un inferno, e non solo perché , senza mai essere gelosa di tua nonna Christine e della sua memoria (quando il (la) contendente – in un rapporto – è morto(a) è impossibile “vincere”) Penny ha saputo conquistare il mio rispetto e il mio amore ma anche la mia riconoscenza per come ha saputo gestire il suo rapporto coi miei figli (tuo padre e tua zia) assicurandosene l’affetto con un comportamento mai invadente ma sempre pronto e generoso. Che fortuna che ho avuto!

E con Penny, e attraverso di Penny, ho acquistato la più affettuosa delle suocere: : Viviane, sua mamma . Lei era nata Worms ed aveva sposato in prime nozze Robert Clive, padre di Penny, di sua sorella Jenny e di suo fratello Nicholas/Nicky . Lui era un discendente   “diretto” del fratello di “Clive of India”, George, il cui bellissimo ritratto (dipinto da Reynolds) con famiglia – e la “nanny” indiana – è alla Pinacoteca di Berlino.

Viviane aveva divorziato – Robert era “partito” con una delle sue migliori amiche – risposandosi (ma senza figli) con Monsieur Roche. Io conobbi quest’ultimo, Viviane e Jenny – non ancora sposata con Jean Sevaux – quando tua nonna Christine, allora mia fidanzata, mi portò – al mio ritorno dagli USA, di passaggio a Parigi prima di rientrare in famiglia a Roma dai miei che non vedevo da più di tre anni – a casa Roche/Worms per presentarmi.

Viviane era una donna che aveva evidentemente sofferto e che quindi non ha avuto con Penny e gli altri due suoi figli un rapporto sempre sereno. Con me è stata più che perfetta; anche lei senza mai essere invadente ma sempre gentile, comprensiva, affettuosa.

Non voglio con questo diminuire il ruolo giocato nella mia vita da Geneviève Richard, tua bisnonna materna, ma il rapporto con lei fu certamente meno intenso di quello che ebbi con Viviane ( il cui vero nome era Marguerite, che non le piaceva…). Viviane che soffriva di insufficienza renale “tenne duro” sottoponendosi tre volte alla settimana a dialisi. Un vero strazio per lei, poverina, perché, passava tre mattinate quasi intere per settimana collegata alla macchina che ti “pulisce” il sangue . Così, peraltro, ha avuto il piacere di vedere nascere e crescere i primi due figli di Nicky suo figlio (Hyppolite e Theophile che è mio figlioccio), ma non ha conosciuto gli ultimi due. Non ha visto neanche te né, ovviamente, tua sorella. Peccato, mi avrebbe fatto piacere mostrargli che la vita continuava anche nella mia famiglia.

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Questo scritto potrebbe andare avanti ancora per molto ammesso, e non concesso, che mi se ne dia il tempo. Ma continuando così rischio spesso e volentieri di ripetermi visto che, è innegabile, gli eventi da raccontare si mescolano al passato che ho già raccontato….Meglio quindi, a questo punto, continuare a scrivere limitandomi all’evento, o all’argomento, descritto dal titolo del brano che scriverò.

 

Mia sorella Ornella

La ragione per la quale comincio con lei queste mia “Addenda” alla prima stesura dei miei ricordi é che Ornella è morta oggi 4 Febbraio 2010 dopo essere rimasta in coma quattro giorni. Il 31 Gennaio infatti, domenica scorsa, era andata all’Opera di Roma a vedere il “Falstaff” di G. Verdi e le amiche che erano con lei l’avevano vista assopirsi. Non riuscirono a svegliarla all’intervallo e constatato da un medico che mia sorella aveva avuto una ischemia (interruzione del flusso sanguigno ad una zona del cervello con conseguente interruzione delle facoltà ad essa collegate ) fu immediatamente trasportata in ambulanza all’Ospedale e sottoposta a Terapia Intensiva cioè attaccata a un respiratore, defibrillatore etc. Non ha più ripreso conoscenza e speriamo che non abbia sofferto visto che la zona del cervello interessata era quella più interna, quindi la più importante, da dove partono tutte le terminazioni nervose.

Non mi sembra male sentire  bella musica passando a “miglior vita”. Così diciamo in Italia, e speriamo sia davvero migliore… Nessuno ne è tornato per documentarcelo…

Ornella era la più vicina d’età a me, delle mie sorelle. Anche se aveva 85 anni compiuti contro i miei 78 nel 2009. Lei era nata nel 1924 io nel 1931, e di lei ho una bella fotografia presa a Mareson (nel Trentino) dove io sono nelle sue braccia su un prato. Si intravede una casa bianca che era attigua a quella affittata dai nonni del Bono che avevano preso con loro i quattro bambini Osti (Ninni, Tita, Lupo e, appunto, Ornella) mentre tua bisnonna Mercedes si preparava, a Milano, a dare alla luce (altra espressione italiana) tuo nonno che ti scrive. Una copia (Silvia mi ha dato molto carinamente l’originale che era in casa di Ornella) l’ho lasciata a te a Parigi.

Ornella, come potrai notare dalla fotografia era molto carina da bambina e restò piacente anche come donna. Tutt’altro che priva d’intelletto si è laureata in lettere  specializzandosi in Storia dell’Arte, studiando anche negli Stati Uniti dove, a New York, in un Istituto famoso di cui peraltro non ricordo il nome, ha passato diversi mesi. ‘E in quell’Istituto che incontrò Gustina Scaglia, americana, anche lei specializzata in Storia dell’Arte (lei ottenne un Ph.D.) che è entrata nella mia vita per le sue continue gentilezze nei miei riguardi ed in quelli di tua nonna Christine quando io stesso ero negli USA, a Cornell, per il mio Ph.D. e tua nonna lavorava al Modern Languages Department della stessa Università . Ci lasciava il suo appartamento quando lei andava dai suoi nel Massachussets. Potevamo così andare a New York, da Ithaca, dove è Cornell, per il week end o per le vacanze.

Ornella ha sempre avuto carissime amiche, nella maggior parte fedeli e capaci di vedere la sua buona natura e le sue buone intenzioni anche quando certi suoi giudizi, o “consigli”, venivano espressi con rude schiettezza rasentando l’offesa e spesso interpretati come tali, con conseguenti “raffreddamenti” e, talvolta, rotture.

E sì perché anche quando si è convinti d’aver ragione è bene presentare il proprio punto di vista “diplomaticamente”… Ornella lo faceva molto raramente. Non se ne faceva scappare una d’occasioni per esprimere giudizi, o dare consigli, non richiesti…. Tra i tanti “interventi” non richiesti ricordo in particolare una lunga lettera scrittami quando decisi di risposarmi con Penny, un anno dopo la morte di tua nonna Christine. Pensava che il mio dovere avrebbe dovuto essere quello di assistere al completamento dell’educazione dei miei figli e non  distrarmi in altre faccende… Risposi con una altrettanto lunga lettera  dicendo, in due parole, che a 58 anni, perché tanti ne avevo quando morì tua nonna, avevo di fronte a me un lasso di tempo da vivere abbastanza lungo (ero ottimista….ed avevo ragione di esserlo – dico oggi nel 2010!!) e tale da permettere di costruirmi una nuova vita. Aggiungevo che non ero assolutamente d’accordo di considerare l’ipotesi che Penny potesse influire negativamente sul mio rapporto con i miei figli. I fatti hanno dimostrato che Penny ha saputo costruire un rapporto molto positivo con loro ed è stata capace non solo di ridarmi la gioia di vivere ma di comportarsi in modo particolarmente affettuoso con loro conquistandosene l’affetto, ampiamente ricambiato. Alla mia lettera (dopo qualche mese di riflessione….) rispose “confessandomi” – aveva avuto modo di conoscere meglio Penny –  che avevo ragione io, dimostrando intelligenza ed affetto.

Tra le fotografie d’Ornella che richiamo alla tua attenzione é quella di lei in un lungo abito blu estivo.

Forse una posa un po’ teatrale ma Ornella amava le pose teatrali e questo è provato dalla fotografia di me ed Ornella, ancora ragazzina, con nostra madre a Castiglioncello nel 1937, o 38, dove Ornella “posa” con la testa reclinata sulla spalla di sua madre (tua bisnonna) e un gran sorriso, molto telegenico…Grande, elegante ed attraente, dotata di una incredibile “erre moscia” , con una “andatura” un po’ ondeggiante, da cavallo di razza,sempre con cappelli (erano, i cappelli, il suo “lusso” preferito ed aveva certamente “une tète à chapeau”), non poteva passare inosservata  Altra fotografia da vedere quella in strada con Ada Centurini Nelson….tutt’e due “incappellate”, tutte e due degne d’attenzione e coscienti di esserlo.

Di Ornella ricordo l’ottima cucina  (l’ultimo pranzo da lei offertomi fu il Venerdì precedente la sua ultima Domenica all’Opera di Roma….) anche se le esperienze del passato, in materia gastronomica, non m’avevano entusiasmato…Una volta infatti, ancora ragazzino (diciamo verso i miei quattordici anni), i miei genitori (tuoi bisnonni) in partenza per un viaggio mi affidarono a lei quando  le sorelle maggiori e mio fratello Lupo erano assenti e, non ricordo per quale ragione, eravamo anche completamente privi di “aiuto domestico”. Mangiai minestra per una settimana di seguito, ad ogni pasto… mattina e sera. Il guaio è che la minestra, buona agli inizi, diventò infame alla fine visto che, per ogni pasto, la quantità iniziale veniva ripristinata da una equivalente aggiunta d’acqua…..

Peraltro era lei che era capace di rifarmi la “caponata” di melanzane come la faceva mia madre (è una ricetta siciliana ma mia madre l’aveva adottata ….con successo)… a mio avviso deliziosa , tra le cose migliori della cucina italiana.

Purtroppo non è stata fortunata in amore (come tutte le mie sorelle) visto che suo marito, quando ancora lei “aspettava” Silvia, l’aveva “tradita”e lei lo aveva scoperto in flagrante . Così, fatta una bella scenata, prese l’aereo col figlio Francesco bambinetto ( e “aspettava” Silvia…) e tornò a casa Osti a Roma. Lui la lasciò andare e non cercò di riprendersela anzi…incontrò la figlia (Silvia) che non aveva mai visto prima, solo dopo diversi anni dalla nascita…. Allora Marco Francisci di Baschi, questo il nome del padre dei miei nipoti Francesco e Silvia, era un funzionario della  delegazione italiana all’ONU poi arrivò ad essere il primo Ambasciatore italiano in Cina quando anche l’Italia “riconobbe” la Repubblica Popolare Cinese.

Chissà, se Ornella fosse stata meno rigida nella sua reazione,  “in attesa di tempi migliori”, le cose tra lei e Marco avrebbero  potuto rattopparsi…

Ornella credo abbia accettato pochi “compromessi” nella sua vita e certamente non con suo marito.

Mi manca molto anche se, il fatto di avere serissimi problemi di vista che la avevano resa quasi ceca, la portava, credo, a non sentirsi particolarmente motivata a continuare a vivere…

 

 

 

 

 

Un contributo di Lupo mio fratello alla “storia della famiglia Osti”

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Siamo a Marzo 2010 e Lupo mi ha inviato un “contributo” suo alla storia della famiglia Osti. Debbo precisare il significato della “storia del Franco Svizzero”. Pare dunque che quando a mio zio Alberto Osti fosse stato domandato perché aveva chiamato il suo primo figlio da Jolande Dunant sua seconda moglie, “Giorgio” egli rispondesse che lo aveva fatta in omaggio al nome del suocero. Aggiungeva però che in effetti lo avrebbe voluto chiamare Franco. “Ma perché Franco? Non è nome di famiglia né tuo né di Jo”

“Eh,Eh” rispondeva “Franco Svizzero”….sottolineando così il fatto che Jo (Jolande) era svizzera e ricca.

Ecco qui di seguito il testo della e.mail di Lupo

 

La data è: 5 Marzo 2010.

Eccoti il testo di cui abbiamo parlato al telefono. A parte la storia di Franco Svizzero, fra i chiarimenti chiesti dai figli, c’è anche la richiesta del  perché io non abbia parlato delle ricerche fatte dallo zio Anselmo che avrebbero portato l’origine della famiglia Osti indietro nei secoli, alla guarnigione lasciata nel XIII° secolo da Federico II° a Borgo Valsugana per garantirsi l’accesso in Italia, e a una presunta nobiltà. Ho risposto che non l’ho fatto perché a me non risultano prove di tutto ciò. Mi ricordo che il commento di nostro padre (o forse dello zio Alberto) fu “povero Anselmo, desiderava talmente trovare nobili ascendenze che il prevosto di Borgo Val Sugana lo avrà voluto accontentare” (le ricerche dello zio Anselmo si erano basate sull’Arciprete di Bazzano e sul prevosto di Borgo VS).

Le cose sicure ( confermatemi da Dimitrios Georgiou Osti, figlio ancora ventenne  di una Osti di Bazzano che fa l’avvocato a Bologna e ha aggiunto il nostro cognome al suo con tutti i crismi della legge) sono che un Osti di Borgo Valsugana andò all’Università di Bologna nel 1700 e si sposò con una di Bazzano. A Bazzano ci sono nostri lontani cugini (il ns. ramo si è separato prendendo residenza a Bologna dopo le guerre napoleoniche) ed esiste ancora una farmacia Osti di cui è titolare il dott. Piero Osti (la cui moglie mi scrisse a proposito delle peonie anni addietro). L’unica persona illustre della nostra famiglia è il prof. Giuseppe Osti che in un libro di quando studiavo giurisprudenza era definito uno dei fondatori del moderno diritto civile italiano. Era professore all’Università di Bologna e cugino in 3° o 4° grado di nostro nonno.

Quando lo zio Anselmo scoprì questa parentela gli scrisse una lunga lettera dicendo che dovevano riprendere i vincoli familiari etc. etc. In risposta ricevette una lettera cortese nella forma ma gelida nella sostanza: confermava la parentela ma concludeva che erano vissuti tanto bene senza frequentarsi e non vedeva ragione per innovare. Giuseppe Osti godeva di largo prestigio, mi ricordo che dando gli esami molti professori mi chiedevano di lui. Seppi così che sua moglie era la figlia di un altro professore e rettore dell’Università di cognome Venezian o Veneziani, di Trieste e volontario nella I° guerra mondiale , decorato di Medaglia d’Oro al VM. Personalmente mi accontento di provenire da una famiglia che frequenta l’università da 3 secoli. Volersi adornare delle penne del pavone è il modo sicuro di rendersi ridicoli. Questo è quanto dico ai miei figli .

Ho fatto questo sforzo visto che tu mi dici che vuoi scrivere della nostra illustre famiglia per tuo nipote Mattia (Mathias) e ti confermo che ti invierò copia del lo stemma che il lontanissimo cugino italo-greco dice di avermi inviato pochi giorni fa nonché copia del diploma della nomina ad alfiere del nostro, trisnonno o quadrisnonno? Anzi quando avrai completato il tuo scritto se me ne mandi copia mi farai un favore.

Esausto chiudo

 

 

 

I NONNI OSTI E LA FAMIGLIA OSTI

 

Oggi, 13 febbraio 2010 sono passate esattamente due settimane dall’ultima volta che ho parlato con mia sorella Ornella. Ornella un po’ di tempo fa, al suo ritorno da Parigi (forse avendo convissuto con Mercedes e la famiglia di Emanuele pensò che la seconda generazione dei nostri nipoti non potesse crescere senza alcuna nozione dell’importantissima!! famiglia di cui portano il nome) aveva deciso di registrare le nostre memorie d’infanzia. Chiese aiuto anche a me perché non si ricordava bene alcune canzoni e così andai da lei un pomeriggio e registrai anch’io i miei ricordi al riguardo. Bisogna dire che con Ornella ci trovavamo d’accordo in moltissime cose, fra cui nell’essere molto soddisfatti dell’educazione ricevuta nella nostra giovinezza. Ninni, Tita ed io stesso eravamo nati “a ruota”, Ninni nel 1918, Tita nel ’19, io nel ’20 , eravamo molto uniti. Ornella e Cicci rispettivamente a 4 e 11 anni da me, col passare degli anni si aggregarono senza problemi. Non ci scambiavamo certamente smancerie, “non dir cretinate” era un complimento che veniva scambiato frequentemente e ogni nostra debolezza veniva aspramente messa in rilievo, però stavamo assieme volentieri: ci divertivamo assieme, questo è innegabile. Anche a vent’anni una serata con le sorelle a discutere e a tagliarci i panni addosso la preferivo spesso ad uscire con amici ed amiche (Cicci evidentemente entrò a far parte a pieno diritto del nostro gruppo più tardi.).

Ritengo, dunque, che Ornella pensasse che fosse importante ed utile che i nostri nipoti e pronipoti conoscessero l’ambiente in cui ci eravamo formati e cresciuti. Aveva praticamente concluso i suoi ricordi e, rileggendoli, aveva notato che aveva trascurato i nonni Osti e mi chiese quindi di integrare le sue note con i miei ricordi. Gli dissi che sarei passato da lei. E, visto che non è più possibile scrivo i miei ricordi in proposito che passerò a Silvia perché li aggiunga ai ricordi dettati da Ornella.

 

Dirò subito che i nonni materni hanno giocato indubbiamente nella nostra infanzia un ruolo molto più importante di quello dei nonni Osti. I motivi di ciò si comprenderanno facilmente leggendo queste note. La famiglia di nostro padre Arrigo Lorenzo era composta dai genitori Annibale e Maria Bonvicini e dai fratelli Aldo, Anselmo, Anna e Alberto. Nostro padre era nato fra Anna e Alberto. Un altro fratello, Lorenzo era morto in giovanissima età. Nostro bisnonno Adamo era laureato in medicina ma non aveva mai esercitato la professione. Era non certo ricchissimo ma le campagne che possedeva gli assicuravano una vita confortevole. Adamo morì quando Annibale aveva poco più di vent’anni. Annibale aveva fatto il militare come ufficiale di complemento. Era una persona prestante, alto, di bella presenza, riusciva bene in molti sport e ispirava simpatia. Entrato in possesso dell’eredità paterna si diede alla vita brillante. Si racconta che avesse un barroccino con una pariglia di cavalli considerata fra le migliori di Bologna dove risiedeva. In poco tempo dissipò l’eredità paterna ed allora i suoi amici si diedero da fare per aiutarlo. Anzitutto venne fatto entrare nell’Esercito come ufficiale in servizio permanente effettivo. Poi gli venne trovata una moglie ricca, appunto Maria Bonvicini, figlia unica con una dote consistente, a quel che mi è stato detto, in due blocchi di edifici in una delle strade principali del Centro di Bologna, nonché qualche podere e una casa di campagna sui colli del pre- Appennino.

Debbo dire che nostro padre non ci ha mai parlato dei suoi genitori e della sua vita famigliare. Sono convinto che la sua giovinezza in famiglia non sia stata felice. I nonni paterni ebbero numerosi figli come già detto ma sembra che il comportamento di mio nonno fosse ben lungi dall’essere esemplare. Secondo lo zio Vittorio (Moroni. marito della zia Anna) Annibale sembra abbia finanziato (naturalmente coi soldi della dote della moglie) per diversi anni un balletto da café chantant, ma lo zio Vittorio col quale abbiamo passato con Cicci, assieme a nostro cugino Aldo (che poi aggiunse il cognome Guerrazzi ad Osti in quanto la madre era l’ultima dei discendenti di Francesco Domenico, Dittatore della Toscana prima dell’unione col Regno d’Italia) molte giornate divertenti, non era persona pienamente affidabile. Comunque dissipò allegramente anche i soldi della moglie e l’ultima botta pare la diede quando, congedatosi come colonnello dopo la I° guerra mondiale, si diede agli affari investendo in Germania e comprando, sempre secondo quanto dettomi non ricordo da chi, una miniera di carbone che aveva esaurito le sue riserve da tempo. Con la pensione da Colonnello allora non c’era da scialare, pertanto i figli si riunirono ed Alberto si prese in casa Annibale e mio padre si prese la nonna.

 

Va detto subito che le quattro nuore, Maria Giambruni, vedova di Aldo, capitano dei granatieri, morto in Libia nel 1911, Rosita Marini, moglie di Anselmo, un’infermiera, una bravissima donna – che mia nonna non aveva mai neanche voluto conoscere considerando questo matrimonio una mesalliance(!) – nostra madre Mercedes del Bono, la zia Mariolina Guerrazzi, moglie di Alberto, non avevano buoni rapporti con la suocera. In effetti lei aveva, così mi è stato detto, un carattere molto rigido e formale. Era religiosissima e a casa dei nonni Osti quando ancora avevano buone possibilità economiche, il confessore della nonna era sempre presente. La zia Mariolina sembra si fosse rifiutata di prenderla in casa e quindi venne da noi che in quegli anni (1928-1929) stavamo a Milano. Comunque la nonna, arrivata a Milano, a quanto mi disse mia madre, come prima cosa le disse ”io sono abituata che alle 8 di mattina prendo il caffè e alle 9 prendo il tè etc, etc.” Mia madre le rispose che, la signora sarebbe stata servita dato che lei era abituata a fare la serva. Questo fu l’inizio e a mio padre non fu necessario molto tempo per capire che la situazione non poteva reggere. Si trovò di nuovo coi suoi fratelli e decisero di mettere padre e madre in una casa di riposo di suore belghe, sempre a Roma oltre San Giovanni, con un grande parco, dove ogni domenica mattina, quando andammo ad abitare a Roma, andavo con mio padre a trovarli. Non è che la cosa mi entusiasmasse ma siccome non mi piaceva neppure andare alle riunioni dei Balilla non avevo vie di scampo. Anche nel tempo che nostra nonna abitò con noi non ebbi praticamente rapporti con lei, probabilmente influenzato dai rapporti con mia madre, anche se questa mi raccontò dei suoi rapporti con la nonna quando credo avessi già superato i 40 anni. A parte mio padre, l’unica persona che avesse confidenza con la nonna era nostra sorella Ninni , non ho mai capito perché. (Nota di Aldo/Cicci : si chiamava Anna Maria, come la nonna…)

A questo punto forse devo dare un mio giudizio su questi nonni. Il nonno ne aveva fatte di cotte e di crude eppure era simpatico a tutti. La nonna poverella aveva ingoiato tutta la vita pillole amare ma non godeva di nessuna simpatia. Aveva un carattere rigido, formale e molto conformista, in definitiva credo fosse molto noiosa. Per definire mio nonno basteranno due aneddoti: una volta già a Roma alla fine degli anni ’30, scesi da mia nonna materna e vi trovai una signora dell’età di mia nonna che poi seppi essere la Principessa Soragna, un’amica di Parma. Mia nonna mi presentò: “Questo è mio nipote Lupo Osti”. “Osti, parente del Colonnello Osti?” “Sì è suo nipote” “Ah, il Colonnello Osti….Un bel gallustron!” Quel gallustron definisce bene nostro nonno paterno. Un altro particolare che lo descrive è che, come già detto, lui si mangiò in allegria i suoi soldi e quelli di sua moglie e dovette essere parzialmente aiutato negli ultimi anni dai figli.. Peraltro scrisse quello che non so se lui stesso o i suoi figli chiamarono “l’ultimo vale”, una lettera testamento, in cui diceva che un nome onorato, una sana costituzione e una buona educazione sono la migliore eredità per chi resta e danno la più sicura tranquillità a chi lascia. Per non tralasciare nulla va detto che negli ultimi anni restò completamente cieco (distacco della retina?macula?) e comunque restò sempre di buon umore, senza mai lamentarsi. Forse è proprio la sua prestanza fisica e l’essere sempre ben disposto e di buon umore che lo rendevano simpatico alla gente.

 

Mia madre era molto amica della cognata Maria Giambruni, in effetti era anche lei di Parma ed è attraverso di lei che mio padre incontrò mia madre quando andò all’Accademia Navale di cui mio nonno del Bono era il comandante.   Era divenuta anche amica della zia Mariolina, moglie dello zio Alberto, che abitava a Roma in via Tre Madonne vicino a noi e si vedevano spesso. Era anche in ottimi e più che amichevoli rapporti con la zia Rosita nonché con la zia Anna, sorella di papà, nella cui casa a Castiglioncello passammo un’estate. Poi per vari anni prendemmo in affitto una casa vicino alla loro per le vacanze d’estate.

 

I fratelli di papà: lo zio Aldo lo conosco solo in fotografia, in particolare da quella in cui entra in Tripoli alla testa del 1°Regg.to Granatieri (lui comandava la prima compagnia) Oltre alla vedova, che chiamavamo zia Maria grande (era alta anche lei) per distinguerla dalla zia Maria moglie dello zio Gianni, fratello di mamma, lasciò due figlie ambedue più grandi di noi. La prima Pierina, una carissima cugina, buona come il pane, che mi riforniva di sigarette quando avevo 13 anni . Non si è sposata ed è morta qualche anno fa. La seconda Luisa ,morta anche lei, credo fosse nata proprio nel 1911, e sicuramente era viziata dalla madre. Completò i suoi studi in una università USA, cosa allora nient’affatto usuale e credo fosse una delle pochissime studentesse dell’Università di Roma che girasse sulla sua automobile.. Abitavano una bella casa in via Gregoriana: la terrazza aveva una vista spettacolosa, come quella del Pincio. Avevano anche una villa a Tivoli- Quintiliolo nel cui giardino c’erano i resti della Villa di Quintilio Varo con una bella vista sulle cosiddette cascatelle e sulla campagna romana. Luisa sposò il prof. Giuseppe Chiarelli che divenne anche presidente della Corte Costituzionale. Era il classico notabile meridionale (la famiglia era di Martinafranca, vicino a Taranto). All’epoca dei miei anni alla Terni mi chiese come mi trovavo ed io mi lamentai degli intoppi e degli intralci che mi venivano posti nel lavoro. Il suo commento fu: meglio avere impicci come amministratore delegato che come impiegatuccio o operaio. Hanno lasciato un figlio Raffaele professore anche lui all’Università. Quando gli chiesi di che fosse professore mi rispose “di diritto ereditario” chiara allusione al come fosse andato in cattedra. Politicamente è trotzkista, una persona indubbiamente originale.

 

La zia Anna non ha avuto figli ed è stata un’ottima zia. Ho passato molto tempo in casa sua a Castiglioncello, un posto dove ho trascorso delle estati che ricordo con piacere. Lo zio Anselmo, medico, era un uomo per benissimo. Come medico aveva moltissimi clienti che curava gratis e quindi non credo abbia mai goduto di larghe disponibilità finanziarie ma mi è capitato di incontrare a Roma diverse persone molto semplici suoi pazienti (gratis naturalmente) e tutte lo rimpiangevano e ne cantavano le lodi. In casa i suoi fratelli parlando di lui dicevano spesso “povero Anselmo”. Ad esempio quando lui pubblicava dei suoi libretti di poesie (mi ricordo di un melologo sacro!) a sue spese “povero Anselmo, chi vuoi che compri le sue poesie!”.

 

Lo zio Alberto era colonnello di Stato Maggiore ed un brillante ufficiale dei Granatieri. Era stato comandante di plotone e poi ufficiale di compagnia del principe ereditario (Umberto II di Savoia, il “re di Maggio” perché fu re solo per un mese, dall’abdicazione del re suo padre, Vittorio Emanuele III al 2 Giugno 1946 data del referendum che proclamò la Repubblica Italiana) e gli era rimasto molto devoto. Tornati dall’internamento in Germania, alla fine dell’ultima guerra, portammo al principe la bandiera del Reggimento Piemonte di cui lo zio era il Comandante e restammo a colazione con lui al Quirinale .

Lo zio Alberto ebbe tre figli il primo Aldo detto Pupi, rimase orfano della madre più o meno a otto anni e a casa nostra veniva considerato un fratello perché era sempre per casa. Ebbe poi altri due figli Giorgio e Umberto dalla seconda moglie Jo Dunant di Lucerna. Questo secondo matrimonio gli agevolò l’esistenza, dopo che diede le dimissioni dall’esercito. Ma durò poco, 5 o 6 anni perché delle vecchie ferite ai polmoni, lascito della I° guerra mondiale, degenerarono. Con lo zio avevo un rapporto quasi cameratesco. Era una persona simpatica e divertente, credo avesse preso dal nonno Annibale.

FINE DEL “CONTRIBUTO” DI LUPO

Fin qui il “contributo” di Lupo che non differisce tanto da quanto io ho detto già. Preciso peraltro che quando Lupo, mio fratello, parla di internamento in Germania si riferisce al periodo dal Settembre 1943 all’estate del 1945 che lui stesso e lo zio Alberto passarono per un lungo periodo nello stesso campo di prigionia. Tutti e due infatti erano nelle truppe italiane di stanza in Grecia Mio zio colonnello era il comandante, come detto da Lupo, del Reggimento di Fanteria Piemonte, mio fratello, tenente, era ad Atene ufficiale di collegamento col Comando Tedesco.

 

 

 

“Ritratti”e “Fatti”

A questo punto, come ho già accennato parlerò di fatti, o periodi precisi della mia vita e traccerò ritratti di persone che hanno particolarmente influenzato la mia vita.

 

I Pontecorvo

 

Ho già accennato brevemente, nello scritto precedente, a come la Famiglia Pontecorvo entrò nelle mia vita. Ne parlerò ancora perché tutta quella famiglia, ed in particolare il padre Mariano, hanno influenzato il mio modo di pensare ed i miei comportamenti nella mia età “matura”.

Tutto cominciò, ripeto, da quando Sabato Pontecorvo, raccomandatoci da parenti suoi che erano stati “per casa” di mio nonno Alberto del Bono, allora Ammiraglio a Napoli, arrivò a via Michele Mercati come “attendente” di mio padre. In teoria era attendente di mio zio Ernesto Lupi che, da Ammiraglio, ne aveva diritto a due. Uno c’era già e “attendeva”, appunto, casa Lupi che, allora ,occupava l’appartamento ora occupato da Silvia Culasso Francisci; l’altro, superfluo ai bisogni di casa Lupi, venne, appunto, passato dagli zii Lupi a noi che pur avendo già due persone di servizio (la Ginetta e l’Elvira), per essere decisamente una famiglia numerosa (anche se Lupo ed anche mio padre erano fuori casa, in Grecia, occupata allora dagli italiani), poteva certamente fare buon uso di un altro paio di braccia. L’”attendente” infatti non aveva altro scopo che d’essere il “maggiordomo/cameriere/cuoco” dell’ufficiale che “attendeva”. Allora non c’erano né lavastoviglie né lavatrici meccaniche. Noi avevamo un frigorifero, marca FIAT, ma ricordo benissimo, precedentemente a questo acquisto “epocale” (ben nella seconda metà degli anni trenta) l’arrivo del ghiaccio ogni mattina, in grosse “stecche” che poi venivano ridotte a dimensioni più maneggevoli per essere disposte nelle “ghiacciaie”, specie di armadietti di legno ricoperto, all’interno, da lastre di metallo zincato. Anche l’aspiratore veniva usato di rado in quanto poco maneggevole per le grandi dimensioni degli apparecchi d’allora (si era allora ben lontani dalla miniaturizzazione d’oggi, le radio, che non avevano transistors ma “valvole” erano grandi almeno quanto un forno a microonde d’oggi). I pavimenti venivano scopati tutti i giorni, a mano,…i letti rifatti completamente ogni mattina (dopo aver “arieggiato” coperte e lenzuola sul davanzale della finestra)…tutto era fatto, pulito, trattato, rammendato, lavato, stirato ….a mano. Il primo “apparecchio” domestico fu la macchina da cucire Singer (prima a mano e poi “a piede”) che venne migliorata e rilanciata sul mercato italiano, con motore elettrico, da Borletti (“Borletti punti perfetti” diceva lo slogan pubblicitario).

Non credo che oggi un ufficiale abbia diritto ad uno – e meno ancora – a due attendenti….chissà forse gli altissimi gradi….

Mio padre, da capitano di fregata aveva, anche lui un attendente : si chiamava Gino Petrelli ed era fratello del Renato Petrelli che era, appunto, l’attendente “titolare” di mio zio ammiraglio Lupi. Mio padre se lo portò in Grecia dove, purtroppo, Gino morì in un incidente automobilistico nelle vicinanze di Patrasso dove mio padre era stato destinato dalla Marina Italiana come Aiutante Maggiore dell’Amm. Marenco che era il comandante di quell’importante porto greco occupato dagli italiani. I Petrelli erano molto legati alla nostra famiglia in quanto uno zio di Gino e Renato, Augusto Petrelli era stato attendente di mio nonno l’ammiraglio del Bono e continuò a “bazzicare” casa nostra, e soprattutto quella di mia nonna Adelina del Bono (l’ammiraglio del Bono, mio nonno morì pochi giorni dopo la mia nascita, nel 1931) al pianterreno di via Michele Mercati 17/17A. Così usava allora. Il personale di una “casa signorile” continuava a frequentarla anche perché un possibile “impiego nell’Amministrazione di Stato, o altro, era ottenuto dopo il “servizio” nella famiglia che “raccomandava”. Né più né meno di quello che già succedeva in epoca romana dove ogni famiglia “importante” aveva un certo numero di “clienti” – così li chiamavano i Romani – che “dipendevano” dalla famiglia.

Dunque Sabato venne a Roma, da noi, ben contento di evitare i pericoli, senz’altro minori di quelli che avrebbe incontrato se si fosse imbarcato su una delle unità della flotta italiana che usciva poco, è vero (nella seconda guerra mondiale era quotidianamente condizionata dalla penuria di carburante), ma quando usciva veniva regolarmente fatta a pezzi per l’enorme vantaggio che avevano i nostri avversari inglesi visto che avevano il radar…noi italiani navigavamo “a vista” come ai tempi di Cristoforo Colombo….

Sabato (Pontecorvo) aveva certamente nostalgia di casa e non soltanto, visto che era fidanzato, anche se non ufficialmente, con Maria (splendida ragazza di Sorrento) che poi sposò e che, oggi, vive con lui a Sorrento (purtroppo è morto verso la fine dell’anno 2010).La sera si accucciava sui gradini delle scale che portavano al piano superiore (ho già raccontato che il nostro appartamento, a via Michele Mercati, era un “duplex”) che, grazie alla caldaia del riscaldamento immediatamente sottostante, erano piacevolmente tiepidi e leggeva, e rileggeva, le lettere della Maria….si levava le scarpe e si massaggiava i piedi. Per lui le scarpe erano un supplizio visto che – come tutti coloro che lavoravano la terra (soprattutto ad agrumi) a Sorrento, allora, sul lavoro girava a piedi nudi. Alla fine della giornata di lavoro (nel “giardino” così chiamavano la proprietä che coltivavano) i piedi venivano accuratamente lavati ed asciugati ed – a meno di “scendere” in città – si usavano gli zoccoli, non le scarpe. Certamente non si indossavano le scarpe dalla mattina alla sera come facevamo noi “cittadini”…

Sabato restò con noi fino alla liberazione di Roma da parte degli alleati, cioè fino a metà ’45 inoltrato e usciva di casa, durante l’occupazione tedesca, soltanto per andare dal parrucchiere… una volta al mese. Riuscì così ad evitare di “continuare la guerra” coi “repubblichini”, a fianco dei tedeschi, o peggio.

Tornato a Sorrento offerse, come segno di gratitudine a mia madre, di prendermi in casa sua per il periodo delle vacanze scolastiche. All’inizio trattandomi come un “principino”con la mia stanza “prestatami” dai proprietari nella casa padronale (a via S. Antonio 2) e poi, negli anni successivi, visto che m’ero completamente ambientato, in una stanza di casa sua – ben più modesta . In un letto matrimoniale, nella stessa stanza dormivano Peppeniello (Giuseppe) Taturiello (Salvatore) e Michele tutti e tre fratelli di Sabato (Michele deceduto pochi anni fa, siamo nel 2010).

Ricordo poco del primo anno….é certo che la vita che conducevo a Sorrento mi piaceva molto anche perché tutti i Pontecorvo si facevano in quattro per “sdebitarsi” dell’”ospitalità” offerta dalla mia famiglia ad un loro membro. Mariano, il padre, mi portò a visitare Capri ; Michele mi portava con sé a caccia di quaglie a Punta Campanella e altrove e mi insegnava come usare i “richiami”. Erano quaglie catturate con le reti sulle colline attorno a Sorrento che accecate – con un filo di ferro rovente, ora proibito da anni – e rinchiuse in una gabbietta col “tetto” di tela per evitare che la quaglia saltando, come fanno tutte le quaglie – che non hanno coda – per “spiccare il volo”, si rompesse la testa. I richiami servivano ad attirare le quaglie che trasmigravano a milioni dall’Africa dalla fine di Luglio a Settembre inoltrato. Così, attratte dal canto dei richiami, “atterravano” vicino al capanno (il “pagliarulo”in dialetto napoletano) dove noi avevamo passato la notte (per tenere i richiami sempre svegli) e dove, poco dopo l’alba, venivano scovate, “puntate” ed “alzate” dai cani per finire – nella maggior parte dei casi…ma d’ogni tanto “spadellavamo” – impallinate dai nostri fucili.

Il capanno fu anche il luogo da dove non soltanto si tenevano svegli i “richiami” ma dove si “ricevevano” visite da parte di fanciulle amiche o conoscenti di Michele e Peppeniello…tra le mie primissime esperienze.

Continuai a frequentare casa Pontecorvo fino alla mia laurea (1954) e dopo. Facendo, infatti, Agraria a Portici (Università di Napoli) mi era facile e comodo andare a Sorrento colla Circumvesuviana. Sorrento, allora, era già sviluppata come meta turistica ma nulla in confronto alla Sorrento di oggi dove treni, pullman (l’autostrada è vicina) e vaporetti da Napoli scaricano troupes di turisti vocianti. Il mare è inquinato, il traffico intensissimo i ristoranti non tutti proprio all’altezza.

Ai miei tempi, col finestrino aperto, agli inizi della primavera entrava nello scompartimento del treno il profumo dei fiori d’agrumi e si viaggiava tra “giardini” (così si chiamavano allora gli agrumeti, come ho appena detto) lussureggianti tenuti come – e meglio – di un vero giardino, ordinatissimi. E poi allora la concorrenza di oggi degli agrumi spagnoli, marocchini, israeliani o, addirittura, sud-africani, con un ciclo vegetativo ovviamente diverso stagionalmente – per la latitudine dei luoghi da dove provengono – non esisteva.

Gli agrumi siciliani occupavano indisturbati la quasi totalità del mercato italiano.

Perciò gli agrumi (soprattutto i limoni) di Sorrento venivano coltivati specialmente per arrivare sul mercato nella tarda primavera/estate quando quelli siciliani erano esauriti. I “giardini” infatti erano tutti coperti, all’autunno inoltrato, da pergolati sui quali venivano stese delle “pagliarelle”. Erano queste come delle “stuoie”, rigide, formate da paglia lunga trattenuta da una doppia cornice – inchiodata questa – di rami di nocciolo divisi in due Duravano un paio d’anni al massimo. Quindi una delle mansioni più ripetitive del contadino, a Sorrento, era quella, ogni anno, di costruire le nuove pagliarelle che sostituivano quelle consunte, a rotazione, o comunque rovinate dalle intemperie. Sulle pagliarelle infatti agivano pioggia vento, grandine, se ne veniva, che aveva un effetto particolarmente distruttivo ma non arrivava a danneggiare né piante né frutti impedita, appunto, dalle pagliarelle. Queste ultime erano – alla posa – legate con dello spago al pergolato costruito verticalmente e orizzontalmente con pali ricavati dai castagneti che ombreggiavano molte delle colline attorno a Sorrento. Sotto le pagliarelle gli agrumi (soprattutto limoni) non prendevano sole così maturavano molto più tardi spuntando sul mercato prezzi interessanti e remunerativi. Né, come ho detto c’era da temere l’arrivo degli agrumi da Israele (che era appena nato, nel 1948) o dal Marocco. I trasporti costavano molto di più e non erano organizzati come lo sono oggi.

In inverno, osservando Sorrento dalle colline attorno, si aveva l’impressione di vedere una enorme “piazza” coperta da stuoie. Tutto il terreno – a parte le case – era coperto, infatti, dalle pagliarelle. Attraverso di esse spuntavano gli alberi di noci (le noci di Sorrento sono reputate le migliori d’Italia) e quelli d’olivo, lasciati crescere maestosi e altissimi. Sui pali verticali dei pergolati s’arrampicavano anche le viti, cosicché lo spazio era tutto occupato dalle coltivazioni non solo al suolo ma anche, direi, in altezza…

Gli agrumeti (dovrei dire i giardini…) di vecchio impianto erano piantati irregolarmente quindi le distanze tra una pianta e l’altra erano variabili. Quelli di impianto più recente seguivano uno “schema” assolutamente geometrico il che facilitava enormemente il lavoro di raccolta, potatura e trattamento contro i varii parassiti ed anche la concimazione. Ogni pianta aveva uno spazio ricavato con la zappa attorno al tronco, ma non direttamente contro il tronco per evitare “bruciature”, che serviva a ricevere il concime. Quello usato dai Pontecorvo era soprattutto di origine umana. Sorrento non aveva fognature. La toilette di casa Pontecorvo (e più o meno anche quella nella casa dei proprietari) erano degli sgabuzzini con un buco praticato in una specie di sedile “a muro” che comunicava direttamente con la cloaca sottostante dove il contenuto fermentava allegramente…il fetore era quasi insopportabile ma ci si abitua a questo ed altro ed io ringrazio i Pontecorvo anche di questa esperienza.

In inverno le cloache (una dei Pontecorvo l’altra della casa dei proprietari) erano vuotate e il contenuto sparso nel giardino attorno a ciascuna pianta. Un lavoro immane ma, diceva Mariano Pontecorvo, le feci e l’urina umane costituivano il miglior fertilizzante…

Mariano aveva avuto, da Francesca sua moglie, dieci figli ma solo sette erano viventi quando io arrivai, nel 1945, a via Sant’Antonio due.

Nell’ordine Maria, Sabato, Michele, Taturiello (Salvatore), Peppeniello (Giuseppe), Teresa e Lenuccia (Elena).

Due dei figli vennero mandati all’Istituto Nautico di Piano di Sorrento : Michele che diventò Comandante con la “Fratelli d’Amico”cominciando la sua carriera con questo armatore grazie ad una “raccomandazione” di mio padre che li conosceva bene in quanto avevano gestito , per qualche anno, la sola nave posacavi della flotta mercantile italiana del dopoguerra. Mio padre che dirigeva tutto il lato tecnico dell’Italcable ebbe modo di usare la nave per rifare, alla fine della guerra, tutta la rete di cavi sottomarini che costituivano, allora, il patrimonio della Società. L’Italcable vendeva al pubblico un efficientissimo – ricordo i “Telegrammi Lampo”- servizio di comunicazione telegrafica con relativo recapito attraverso fattorini in bicicletta, e una rete di telefonia intercontinentale che era meno soggetta ai capricci atmosferici che condizionavano molto, allora, le conversazioni via radio, visto che era via cavo.Allora non c’erano ancora i satelliti che hanno reso la telefonia via “radio” altrettanto – se non più efficiente.

Peppeniello invece, diventò ufficiale di macchina, anche lui, se ricordo bene, con la “Fratelli d’Amico”.

Non so fino a che punto proseguirono gli studi le due figlie più giovani (Teresa e Elena). Maria, Sabato e Salvatore (Taturiello) non credo andarono oltre le elementari.

Mariano, loro padre, che non aveva certo seguito un corso di studi molto prolungato neanche lui, era peraltro di una intelligenza straordinaria mista a quel buon senso che, nelle persone particolarmente intelligenti sostituisce, talvolta, l’educazione agli studi. Resta sempre la domanda dove il soggetto sarebbe potuto arrivare avendo l’opportunità di educarsi. Domanda senza risposta, a mio parere, visto che questo “spreco” d’intelligenza è la vera ingiustizia della nostra Società civile.

Era, di media altezza, robusto e con un sorriso accattivante anche se il non essere stato educato allo spazzolino da denti (molto poco diffuso allora) lo portava a scoprire una bocca poco in ordine…ma i denti c’erano tutti, o quasi, mentre la Francesca, sua moglie, ne aveva persi parecchi, soprattutto davanti e quindi il suo sorriso era meno fotogenico. La mancanza di iodio nell’acqua le aveva fatto sviluppare, alla Francesca, il gozzo cosa che, ovviamente ,deturpava la sua fisionomia. Ma donna più affettuosa e, soprattutto, attiva io ne ho viste poche…forse mia madre….Che sia stata una caratteristica di quella generazione?

Io la chiamavo (parlo sempre di Francesca) “niumà” una traslazione del termine “niupà” che in dialetto napoletano/sorrentino è il “nostro” papà. Ma anche in sorrentino mamma era mamma anche se veniva, praticamente sempre, pronunciato “mammà”. Così, chiamando Francesca niumà e Mariano niupà, riuscivo ad evitare di avere due mamme e due papà, conservando per mia madre e mio padre i loro ruoli ed evitando un “doppione”. Sì, li consideravo – e li considero tuttora – i miei secondi genitori…difficile scordare l’affetto di Francesca e la fortissima personalità di Mariano.

Mariano vestiva , a casa e sul lavoro – in una maniera tutta sua…Descriverò il suo guardaroba estivo : portava una maglia di lana spessa estate ed inverno, a maniche corte di colore “avorio” caratteristico della lana poco cardata, e piuttosto ruvida. Era sempre in mutandoni, a righe bianche e blu, legati sotto il ginocchio e tenuti su da una cinghia di cuoio tirata bassa sulla pancia. Ma non aveva un panzone, tutt’altro….era diritto come un fuso. Ovviamente a casa e nel giardino non portava scarpe ma, come tutti gli altri, durante il giorno, nel “giardino”, girava sempre a piedi nudi.

Quando scendeva in paese era sempre elegante, giacca e cravatta e, ovviamente, calze e scarpe. Fumava il sigaro : un vero Toscano, l’unico sigaro autenticamente italiano, fortissimo e assolutamente non respirabile….Il mozzicone durava a lungo, fino agli ultimi termini; quando l’umidità stessa della saliva lo spegneva senza possibilità di continuare a fumarlo; allora, lo estraeva dalla bocca con la mano destra (cogliendolo come un fiore) lo passava nella mano sinistra e con delle “ leggere toccatine” del medio e del pollice destro ne scuoteva la cenere rimasta e… (se io ero presente, notando che io ero affascinato dall’operazione, prendeva un’aria scanzonata e mi faceva l’”occhiolino”) si rimetteva quello tutto ciò che restava in bocca dove restava un bel po’…. Naturalmente, a quel punto, il colore e la consistenza della saliva favorivano sputacchi abbondantissimi e multicolori che venivano “lanciati” a intervalli più o meno regolari ma il gusto preso in tutta l’operazione era palese; però lo faceva soltanto quando era “in giardino”, mai in casa.

Questo rituale si ripeteva tutte le sere nella parte dell’agrumeto il cui terreno lui aveva, a braccia, dissodato (“scassato”) scavando, fino a sfondarlo, lo strato di tufo sottostante che impediva il pieno rigoglio delle piante. Finita questa operazione aveva ripiantato il terreno ad aranci e limoni a distanze regolari piuttosto che “alla rinfusa”. Ciò era “normale” nel passato quando si credeva che la quantità del raccolto era direttamente proporzionale al numero delle piante. Ma lui aveva ben notato che lasciar “respirare” le piante provocava una raccolta più copiosa per unità tanto da compensare più volte quanto “perso” per aver piantato, in totale, qualche pianta in meno. Ne era molto fiero perché fu lui, di sua iniziativa ed a sue spese che portò avanti tutto il lavoro. Quell’appezzamento che era meno della metà dell’estensione totale della proprietà produceva di più, molto di più, di quanto tutto il resto messo assieme.

Ora il terreno è occupato dall’edificio di un albergo, piscine, campi da tennis, cortili etc.. Credo che se potesse vederlo oggi quel terreno, Mariano,, ci piangerebbe.

E ci ho pianto anch’io ma non lì. La proprietà aveva infatti una parte del terreno che “s’arrampicava” sulla montagna retrostante che dominava Sorrento, in basso, e guardava su tutto il Golfo di Napoli con tanto di Vesuvio, giù fino a Napoli stessa. Allora c’era una mulattiera che saliva il monte fino a S.Agata sui due Golfi…l’ho fatta più volte, salendo e scendendo a piedi, fino, e da, S.Agata.

Peraltro, senza prendere la mulattiera ma semplicemente attraversando la proprietà si arrivava, dopo pochi passi, su uno spiazzo (tutt’intorno la montagna era piuttosto ripida) dove campeggiava un enorme carrubo. Le foglie cadute una stagione dopo l’altra avevano formato una specie di materasso dove era piacevolissimo sedersi, colla schiena appoggiata al tronco di questo magnifico albero. Il panorama era, semplicemente maestoso.

Quando ero a Sorrento, da studente alla Facoltà d’Agraria di Portici, solevo portare con me i miei libri sui quali mi preparavo agli esami….una bottiglia d’acqua, una pagnottella sfornata (forno a legna…) da “niumà” con dentro un quaglia che passava il sapore a tutto il resto….ci passavo giornate intere.

Così quando ho portato Penny a via S.Antonio 2 (nel 1990 o 1991) chiesi a Taturiello che mi accompagnava (lui abita oggi , con la moglie, la vecchia casa) di vedere il carrubo. Dopo qualche esitazione mi ci portò….avevano scavato una buona parte della montagna per ricavarne due o tre campi da tennis…su un costone di roccia tagliata col martello pneumatico e la ruspa, spuntava un vecchio tronco, secco e martoriato….era il “mio” carrubo…Che tristezza !.

Mai fare “pellegrinaggi” in posti che tu ricordi con emozione….Il progresso viola qualsiasi sentimento.

Io ho un paio, forse più, di gouaches che sono state prese esattamente dove comincia la “mulattiera per S.Agata sui due Golfi…Pochi metri sotto il “mio” carrubo…che panorama!

Mi fa pensare a quello che disse un inglese (non ricordo quale) alla camera dei Lords:

“I am all for progress as long a it doesn’t bring about change”.

Ho promesso a Sabato Pontecorvo di andarlo, ancora, a trovare. Non so se lo farò. Ha un figlio che si chiama Mariano e che è, sul piano locale, un importante figura politica. Mi auguro che abbia ereditato, oltre al nome, l’intelligenza di suo nonno.

( Nota delGiugno 2011: Sabato è morto alla fine del 2010…..)

 

10 Giugno 1940 e le mie esperienze “militari”.

Oggi ricorre il 70° anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia contro Francia ed Inghilterra. La Francia era in ginocchio…I nazisti con una brillante manovra aggirante della “Linea Maginot”, attraverso Olanda, Belgio e Lussemburgo, avevano costretto le forze franco britanniche nella sacca di Dunkerque e il collasso totale, sul continente, di coloro che poi – quando ad essi si aggiunsero gli americani – vennero chiamati, con un termine generico, gli “alleati” era imminente. Noi italiani, alleati dei tedeschi, dopo un lungo periodo da “neutrali”, traversammo le Alpi e colpimmo alle spalle i francesi…la infamante “coltellata nella schiena” giustamente deprecata da Churchill, divenuto Primo Ministro britannico dopo le dimissioni di Chamberlain.

Quel giorno, il 10 Giugno lo ricordo ancora….I genitori non erano in casa ma comunque il personale di servizio (ricordo il nome della cameriera, una bella ragazza veneta, Giuseppina Nespolo) era attaccato alla radio. Ascoltavamo il discorso di Mussolini a piazza Venezia, di fronte alla solita “oceanica” folla che ritualmente riempiva la piazza ogni volta che il Duce messaggiava (e “masseggiava”) gli italiani. “Oggi, le truppe italiane sono entrate etc. etc. etc.” Così, impreparati (il Capo di Stato maggiore dell’Esercito aveva per iscritto messo in guardia Mussolini che l’Italia sarebbe stata pronta a una guerra soltanto, al più presto, nel 1943…) e con il solito scarso impeto guerriero che contraddistingue il popolo italiano, invademmo la Francia e dichiarammo guerra alla Gran Bretagna il Paese, allora, più ricco del mondo grazie alle sue colonie ed ad un tessuto industriale incredibilmente più sviluppato dell’italiano. Allora eravamo un Paese prevalentemente agricolo (l’ho ricordato più volte) con un Sud sottosviluppato visto che avevamo preferito colonizzare la Libia (1911) e, poi, l’Etiopia (1936) che costituivano per le nostre finanze una “partita contabile” continuamente a debito piuttosto che una fonte di ricchezza per la nostra Economia.

La folla, a Piazza Venezia, osannava il Duce. “Salutiamo nel Duce il fondatore dell’Impero” aveva insegnato agli Italiani il Segretario del Partito Nazionale Fascista, il “gerarca” del regime Starace. Alla radio sentivamo il boato degli applausi della folla alla fine di quasi ogni frase del discorso del nostro dittatore. Il tripudio era generale.

Ma la Giuseppina in piedi accanto alla radio (mi ricordo la marca: Pilot, di plastica marrone con il “quadrante” , che portava le lunghezze d’onda, rotondo ed una lancetta centrale che, col girare della manopola sinistra – la destra serviva a cambiare le onde da “medie” a “corte” – si muoveva da una stazione trasmittente all’altra) piangeva.

Io che non avevo ancora compiuto i dieci anni mi stupivo : “Ma perché piangi?” “Perché ricordo quanto tutti noi della mia famiglia abbiamo già sofferto per la prima guerra mondiale” .

Non capivo….Ne avevamo fatto altre di guerre, noi italiani, dopo la prima guerra mondiale. Avevamo conquistato l’Etiopia (l’”Impero”…il nostro Re era Re d’Italia ed Imperatore d’Etiopia) ed eravamo andati (coi tedeschi) a “dare una mano” a Franco in Spagna aiutandolo così a sconfiggere il regime repubblicano democraticamente eletto….

Un’altra guerra, dal mio punto di vista di bambinello viziato, non poteva essere che una ulteriore occasione per coprirci di gloria. Il pianto della Giuseppina dette il primo colpo duro a questa visione mitica che avevo acquisito, bambinetto, attraverso l’educazione pubblica che ricevevo condizionata, come era, dalle direttive in materia dello Stato fascista (“libro e moschetto”). Giocavo coi “soldatini” di plastica e con i modellini delle navi italiane, ma anche inglesi, in metallo della “Dynky Toys”.

Il sabato pomeriggio nelle scuole, anche quelle elementari, era il “sabato fascista”. Si andava a scuola e si marciava, noi “Figli della Lupa” senza moschetto ma le         “categorie”seguenti (i “Balilla Moschettieri”; poi, all’Università si arrivava ad essere “Avanguardisti”….) i moschetti li avevano, sia pure senza cartucce.

Mio padre, cioè tuo bisnonno, educato militarmente all’Accademia Navale, Ufficiale combattente (dirigibilista) nella prima guerra mondiale , aveva assorbito il concetto del rispetto dell’Autorità come fosse stato l’11° Comandamento, senza tentennamenti o dubbi di sorta. Quindi mai ha messo in dubbio l’utilità della mia educazione a scuola ispirata dalla propaganda del regime. “Credere, Obbedire, Combattere” “Il Duce ha sempre ragione” e motti del genere si leggevano non solo sulle pubblicazioni del regime ma su molti muri delle principali vie di comunicazione italiane. I Figli della Lupa, i Balilla etc tutti avevano una uniforme e anche negli Uffici statali esisteva una scala gerarchica quasi militare, certo militaresca.

A casa Osti la “fronda” era costituita da mia madre che sia pure non avendo avuto una educazione approfondita (non è mai stata all’Università) aveva letto molto e, soprattutto, aveva visto coi suoi occhi gli orrori della guerra facendo la crocerossina, al fronte (aveva lavorato in un “ospedale da campo”), nella Guerra del ’15-’18. Aveva addirittura impedito a mio padre di partecipare alle “adunate” fasciste quando veniva richiesto di vestire una divisa, fantasiosa forse, ma ai suoi occhi ridicola. Aveva in odio, particolarmente, la “scimmia” …così era chiamata una forma di copricapo nero, alto sulla testa con una frangia che cadeva su di un lato, svolazzante. Però non riuscì ad impedire che io vestissi la divisa da Figlio della Lupa. Pantaloni corti grigioverdi, camicia nera ed una grande bandoliera bianca incrociata sul petto con in mezzo una grande “M” metallica, iniziale di “Mussolini”…Eh sì perché io fui scelto per essere decorato della “Stella al Merito” per ragioni scolastiche, non guerriere….ero tra i primi della classe al S,Gabriele una scuola religiosa che tuttora esiste all’inizio di viale Parioli, poco distante da Piazza Ungheria, a Roma, dove io ho frequentato tutte le elementari.

Peraltro non credo che indossai la divisa molte volte….mia madre trovava sempre una scusa per non mandarmi alle adunate…

Ma torniamo alla guerra alla quale parteciparono attivamente mio fratello sul fronte greco-albanese in fanteria e mio padre in Marina. Tuo bisnonno Arrigo all’inizio della guerra tagliò i cavi sottomarini inglesi che univano Gibilterra (e da lì la Gran Bretagna) a Malta e poi andò anche lui in Grecia al comando del porto di Patrasso.

 

In un momento particolarmente delicato, quando i Greci avevano respinto gli italiani che avevano invaso il loro paese e sembrava che li ributtassero addirittura a mare, il “Bollettino di Guerra” trasmesso ogni giorno alla radio parlò del 13° Reggimento Fanteria che era quello di Lupo, mio fratello. Ricorderò sempre la faccia di mia madre che lo ascoltava, al limite del pianto. Ed invece Lupo ne saltò fuori indenne ma provatissimo perché la sua “Compagnia Mortai da 81” fece fronte ai greci che avanzavano, senza nessuna copertura…

Eppoi il colpo finale, direi, ai miei istinti guerreschi (dubito che ne fossi veramente dotato : come tutte le persone che hanno un fisico imponente sono l’uomo più mite della Terra) me lo diede l’espressione del viso dei soldati americani che vidi il 4 Giugno 1944 sbracati per terra in via Stoppani, vicino a Piazza Ungheria, in attesa di continuare l’avanzata verso Nord (erano sbarcati a Salerno) . Un aspetto più stanco, disgustato, distrutto direi non l’ho più visto nella mia vita…. Ed erano dei soldati che stavano vincendo la guerra! Qualcosa non andava. Già ne era rimasto poco o niente – avevo 13 anni – dell’entusiasmo guerriero della mia infanzia (giocavo con i modellini di nave, come ho detto, ma ne costruivo io stesso – su scala – in legno e sughero, poi accuratamente verniciati, copiandoli dall’Annuario delle Marine Mondiali che girava per casa)…dopo quell’incontro, progressivamente, l’”entusiasmo” sparì del tutto.

Quando feci il mio servizio militare (nel Servizio della Motorizzazione dell’Esercito Italiano nel 1957-58) lo feci perché ero obbligato a farlo, certo non per essere pronto a difendere la Patria…

Ero laureato (in Agraria), avevo cominciato a lavorare, e volevo bene a una fanciulla (si chiamava Germana Salzano e morì ancora giovane, negli anni 60’ o ai primissimi dei 70’), che cercavo di incontrare il più spesso possibile…ma feci buon viso a cattivo gioco anche se cercai, con successo, di fare il mio servizio militare nell’Esercito piuttosto che in Marina. Essendo figlio di Ufficiale di Marina ero infatti parte della “Leva di Mare” . ma in Marina il servizio durava 28 mesi, 18 soltanto nell’Esercito di Terra. Così nel ’58 andai ad Ascoli Piceno alla scuola allievi ufficiali di complemento e mi nominarono “Allievo scelto” e Capo Plotone. Poi fui mandato alla Scuola di Specializzazione per entrare nel Servizio della Motorizzazione cioè nel Servizio dell’Esercito italiano che è responsabile di tutti i trasporti motorizzati. Sapevo appena appena guidare ma La Scuola della Motorizzazione era alla Cecchignola alle porte di Roma e quindi potevo rientrare a casa tutte le sere, farmi una doccia come si deve, mangiare e vedere la mia fanciulla che mi attendeva, tornando in caserma in tempo. Avevo una Lambretta, un motoscooter da 125cm3 che mi consentiva di fare l’avanti e indietro senza troppi problemi. Il traffico, allora, a Roma, era praticamente inesistente raffrontato a quello, caotico, di oggi. E, diventato Sottotenente, fui assegnato come istruttore nella stessa caserma della Cecchignola quindi continuai a fare avanti e indietro col mio scooter, dormendo addirittura a casa e ripresentandomi in caserma il giorno dopo alle 6.30 per la sveglia delle reclute che io “istruivo” . Erano soldati di leva che venivano da tutt’Italia ma, visto che io ero Ufficiale di Complemento ed i miei colleghi tutti “di carriera”, avevano fatto in modo di rifilarmi, nel mio plotone, tutte le reclute provenienti dalla Calabria e dalla Sicilia. Ma io avevo una certa dimestichezza con gli italiani del Sud, visto che avevo studiato a Portici/Napoli ed avevo lavorato due anni in Puglia e Lucania, quindi me la sono cavata abbastanza bene e sono sempre stato rispettato dai miei soldati. Peraltro ho già raccontato che per la mia preparazione (tutta teorica) derivata dai miei studi in Agraria venivo spesso incaricato di “coltivare” i balconi di Generali o Colonnelli residenti a Roma, col risultato che il mio periodo da ufficiale, durante il mio “servizio di leva” fu veramente poco impegnativo.

D’altra parte ero un raccomandato di ferro visto che ero molto amico della figlia (Josè) del Capo di Stato maggiore della Marina (Amm. Corso Pecori Giraldi) che fu infatti la responsabile del mio trasferimento alla Cecchignola…Sarei dovuto andare, infatti, a Cesano (molto più lontano da Roma della Cecchignola) dove era la “Scuola di Fanteria” per diventare poi Ufficiale dei Granatieri. Aldo Osti (fratello di mio padre), tenente dei granatieri, era stato il primo ufficiale italiano morto in Libia nel 1911 quando l’Italia dichiarò guerra all’Impero Ottomano e “conquistò” quella dipendenza dell’Impero Turco sulla costa settentrionale dell’Africa e, anche, il Dodecanneso (Rodi) che ora (dal 1945) fa parte della Grecia. Il vice-Comandante della Scuola di Ascoli Piceno era un Ufficiale dei Granatieri e – visto che c’è una targa alla memoria del Tenente Aldo Osti nel cortile della caserma dei Granatieri a Roma – si ricordava di questo nome; mi chiamò e mi disse “lei, Osti, è un granatiere nato”. A parte il nome infatti ottemperavo largamente alla imprescindibile esigenza di misurare più di 1,75 metri d’altezza (strano che i Granatieri, dal nome del corpo omonimo nell’esercito del regno Sardo-Piemontese, fossero chiamati “di Sardegna” regione italiana dove la popolazione è, normalmente, di bassa statura). Il guaio era che i Granatieri di Sardegna, forse grazie alla loro prestanza fisica che non li faceva sfigurare accanto ai Corazzieri (tutti alti più di 1,90 mt) che sono i “guardiani” del Quirinale, residenza del Presidente della Repubblica dopo esserlo stato dei Re d’Italia, i granatieri – dicevo –erano richiesti molto spesso per montare la guardia essi stessi (l’ho fatto una volta da Allievo Ufficiale). È la cosa più noiosa e massacrante che si possa immaginare…Non parliamo dei disgraziati che per due ore di seguito debbono montare la guardia, nella garitta sulla piazza senza muoversi, o quasi, sotto il sole o la pioggia e con i bambini, quando c’è sole… che ti fanno le pernacchie ….ma anche l’ufficiale deve essere sempre vigilante e pronto a schierare la guardia per qualsiasi personaggio importante che entri dal portone principale….Insomma uno strazio immane. Ma come ho detto sono riuscito ad evitare il pericolo…

Quando ancora non avevo – teoricamente – finito il mio servizio militare (nel 1959) partii per gli USA per andare a Cornell e da allora non ho mai più avuto a che fare con l’Esercito italiano. Dopo l’America, infatti cominciai la mia carriera di Manager internazionale che mi portò prima di tutto, dagli Stati Uniti alla Svizzera e poi, ritornato in Italia, alla fine, in Francia . L’Amministrazione italiana, notoriamente lenta e scarsamente attiva non è mai arrivata a rompermi le scatole per corsi di aggiornamento o similia che alcuni dei miei amici o parenti (mio cugino Aldo Osti-Guerrazzi ad esempio) dovettero seguire per aggiornarsi sui mezzi bellici o sulle tecnologie moderne. Peraltro l’Amministrazione italiana non dimentica…quando ero già da anni residente a Parigi, fui chiamato dal Consolato per firmare un documento certificante la fine del mio servizio militare….Il documento che, finalmente, firmavo era partito da Roma nei primissimi anni 60’ per cercarmi negli USA; da lì, alla fine degli anni sessanta (dopo un meritato riposo, quindi) mi aveva seguito in Svizzera; da lì lo inviarono a Sansepolcro poi a Torino e finalmente verso la fine degli anni 70’ mi raggiunse, come ho detto, a Parigi…

Personalmente io ritengo che il “vivere “sotto traccia” (espressione italiana che descrive la rete di cavi elettrici nelle case, inserita nei muri piuttosto che, esterna  ai muri stessi) non sia un male…Meno rumore si fa, meno è facile essere notati e la pubblicità personale non è, sempre, produttiva se uno vuol vivere calmo e tranquillo…Forse è per questo che sono su Facebook, e solo su Facebook, per seguire mia figlia Mercedes che ovviamente la pensa diversamente da me e pubblica su Facebook e non so cos’altro, ogni suo respiro…(esagero). Di mio, su Facebook non c’è neanche la fotografia e non ho, su Skype, il video che permette al mio interlocutore di vedermi, sullo schermo, in carne ed ossa…Uso Skype, ma soltanto per telefonare e, debbo aggiungere, do più valore ad una lettera, un messaggio scritto, che ad una telefonata….E sì non sono di una generazione in via di estinzione…..

 

Miei incontri con uomini famosi

In casa abbiamo una fotografia, esposta al pubblico in soggiorno, di mio nonno Alberto del Bono con Giuseppe Marconi, l’inventore della radio, sulla terrazza del Gianicolo. Mio nonno Ammiraglio, già Ministro della Marina, “aiutò” Marconi al perfezionamento della radio mettendo a sua disposizione qualche nave destinata a sperimentare per lui la trasmissione di messaggi sulle lunghissime distanze. Allora l’Italia era considerata una delle “Grandi Potenze” e la Marina italiana aveva navi oltre che nel Mediterraneo (dall’Italia alla Libia ed al Dodecanneso, tutti possedimenti italiani) in Africa (L’Eritrea e la Somalia) ed addirittura in Cina visto che a Shangai c’era, nella parte internazionalizzata, anche una parte italiana. Inoltre, ogni anno una “squadra” italiana formata da più navi si recava a visitare Paesi lontani come le due Americhe, dove molti erano gli emigrati italiani. Si credeva così di affermare il “prestigio” italiano nel mondo.

Per quanto mi riguarda personalmente ho già parlato del mio trasferimento (subito dopo l’8 Settembre 1943) da Altipiani di Arcinazzo a Roma col Generale Graziani, tristemente famoso, non solo in Libia dove “pacificò” la popolazione impiccando la classe dirigente tribale e usando i mezzi bellici allora peggiori da un punto di vista umanitario (i gas…), ma alla fine della sua “carriera” accettò di divenire il responsabile dell’Esercito della Repubblica di Salò che, come ho già detto, era il Governo “fantoccio” italiano di Mussolini e che collaborò con i tedeschi, che occupavano una buona parte dell’Italia dalla fine del 1943 alla metà, o quasi, del 1945. La “Decima MAS” (di cui mio cugino Aldo Osti – poi Osti–Guerrazzi – fece parte) si macchiò di crimini orribili nel combattere i “partigiani” “, soprattutto comunisti, che si erano rifugiati sulle montagne piuttosto che continuare a fare la guerra coi tedeschi.

Nella mia carriera di Manager, viaggiando spesso (anche col Concorde per visitare gli USA) sono stato seduto accanto a uomini celebri : Jacques Costeau, Gary Grant e (aveva vicino una dama di compagnia) belle donne : Grace Kelly, principessa di Monaco… Ho incontrato Ava Gardner poco prima che morisse, a Londra, pranzando al ristorante dello Hyde Park Hotel . La ritenevo una delle più belle donne mai apparse su questa terra ed il vederla “sformata” e quanto mai poco “appetibile” perché un po’ in là con gli anni (beveva anche molto) mi dette da pensare alla caducità della bellezza in genere, soprattutto tra gli umani….

Sono stato molto vicino a don Sergio Pignedoli che era tra i candidati al Soglio Pontificio quando morì Paolo VI (nato Giuseppe Montini). Poi fu eletto il Cardinal Luciani che morì, da Papa, poco dopo. Pignedoli era di Reggio Emilia e nella cattedrale di quella città è la sua tomba, maestosa nella sua semplicità. È stato Prefetto di Propaganda Fide una delle “Congregazioni” più importanti della Chiesa Cattolica. L’unica visita di tuo padre (e tua zia Mercedes) in Vaticano fu quando “don Sergio”, così lo chiamavano coloro che lo avevano conosciuto, come me, da semplice sacerdote, mi invitò con famiglia (c’era anche tua nonna Christine), da cardinale, a pranzo, nella sua residenza in Città del Vaticano. Era stato cappellano militare in Marina durante la guerra, assistente spirituale nella FUCI (Federazione Universitarii Cattolici Italiani), segretario della ASCI (Associazione Scoutistica Cattolica Italiana), responsabile dell’Anno Santo 1950, Ausiliare dell’Arcivescovo di Milano (il Cardinal Montini) , Nunzio Apostolico in Bolivia, Venezuela , Canada e poi, come ho già detto, fatto cardinale da Montini divenuto papa. Era un uomo fantastico a cui mi legavano mille ricordi belli e affettuosi. Mi chiamò al telefono prima di entrare nel conclave dove lui stesso era tra i candidati favoriti (secondo la stampa di allora) e che poi elesse, come ho appena detto, il cardinal Luciani. Chissà, pensava, forse davvero, di essere eletto lui e quindi non avrebbe più potuto, lui, telefonarmi direttamente Certo è che mi sembrò quasi terrorizzato da questo macigno immane che gli stava ciondolando sulla testa. Mi chiese di pregare per lui perché il Padreterno lo aiutasse ad adempiere al grave compito di eleggere un nuovo Papa. Pregai per lui e non fu eletto…chissà, per lui certamente, e, forse, per Santa Romana Chiesa meglio così.

Di cardinali ne ho conosciuti e/o, incontrati diversi…a cominciare dal Cardinal Dolci che mi cresimò (nel 1939), al Cardinal Verde che abitava a Villa San Francesco a Piazza don Minzoni ai Parioli di Roma e che passeggiava ogni sera su Via Mangili (che comincia da Piazza don Minzoni verso via Aldrovandi) dove io spesso e volentieri giocavo a pallone. Allora come ho già detto il traffico romano era, raffrontato ad oggi, inesistente. Mi ricordo il Cardinal Verde perché aveva il più grosso panzone maschile che io abbia mai visto. D’ogni tanto andavamo da lui a baciargli la mano, per strada, e ci benediceva. Tra i ragazzi che erano con me e mio carissimo amico d’allora c’era Francesco d’Agostino entrato poi nell’Opus Dei e ordinato, poi, sacerdote. Non credo sia nemmeno Monsignore e visto che è lui stesso, oggi nel 2011, ottantenne essendo nato anche lui nel 1931, non credo lo diventerà mai. ‘E certo peraltro che non ha tale ambizione perche lui, il dono della Fede, lo ha.

Abbastanza approfondita la mia conoscenza del Cardinal Arcivescovo di Genova Giuseppe Siri…un vero personaggio. Lo incontravo per la Pasqua, quando officiava, ogni anno, una messa in fabbrica, alla Saiwa di Genova. Dopo la messa servivamo una prima colazione, ben servita e ben fornita, in una delle nostre sale riunioni e, una volta, sedendo io alla sua sinistra (Romano era a destra) mi disse : “Lo so caro Osti che lei è un socialista…anche io sono piuttosto progressista ma credo in un progresso “illuminato” come quello del regime di Franco in Spagna…”. Incredibile ma vero….E in un’altra occasione mi dichiarò: “Vede Osti, io ammiro gli uomini tutti d’un pezzo…quelli che hanno una barra d’acciaio nel polso”. Anche lui è stato un serio candidato al Soglio Papale, soprattutto come successore di Papa Pacelli (PIO XII). Era considerato (direi a ragione, come dimostrato dai due episodi realmente accaduti con me testimone, che ti ho appena raccontato) l’esponente di “punta” della tradizione conservatrice cattolica.

Sono stato premiato (l’ho già raccontato) da Giovanni Gronchi, Presidente della Repubblica Italiana, in una cerimonia dove l’attenzione del Presidente era centrata sulle fattezze di una ragazza premiata con me….veramente una bella ragazza. Giovanni Gronchi era noto – non all’altezza dell’attuale Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi – per un certo “penchant” per le belle donne.

Altro Presidente della Repubblica col quale mi sono incontrato è stato Giovanni Leone, famoso per un gesto scaramantico tipicamente italiano (le corna…) immortalato su pellicola dai fotografi. Io però lo conobbi quando non era, ancora, Presidente, a Roccaraso, dove ero a sciare con i miei amici Bolla ed anche Germana Salzano….Leone era con famiglia e con lui sua moglie molto più giovane di lui e nota per essere “vivace”…era vero, posso testimoniarlo anche se non per esperienza diretta.

Non ho incontrato mai Presidenti della Repubblica Francesi se non Giscard d’Estaing la cui consorte, Anemone, è membro della IDS (International Dendrology Society) di cui io faccio parte. A una cena, durante una visita dendrologica a giardini, parchi e foreste in Francia venne anche lui.

 

Tanto meno ho incontrato altri importanti uomini politici, a parte il Ministro dell’Agricoltura della Liberia, Taylor, di cui ho già parlato tra i miei ricordi di Cornell e de “La Fontanelle” il collegio nel quale tua nonna Christine ha insegnato durante la nostra permanenza a Vevey.

Tra gli uomini d’affari o manager forse quello che ho conosciuto meglio è Umberto Agnelli che era con me nel Consiglio d’Amministrazione della Worms, la Società a cui facevano capo le attività industriali del gruppo Worms, quello che restava cioè di quanto aveva accumulato Hyppolite Worms, nonno di Penny mia seconda moglie, e perciò affidato al fratello di Penny, Nicholas Clive-Worms detto Nicky. Ad un certo punto della storia della Società Nicky si vide contestato da una parte della famiglia che voleva vendere ed “uscire” . Anche se le due sorelle, azioniste come lui, continuarono, fedelmente, ad appoggiarlo, non riuscì ad opporsi (o non se la sentì di farlo da solo) e chiese aiuto alla famiglia Agnelli che entrò, quindi, nella Worms acquistando una partecipazione maggioritaria, lasciando peraltro Nicholas alla guida della Società. Nel consiglio io facevo parte dei Consiglieri rappresentanti la famiglia (Clive-)Worms mentre Umberto era tra i Consiglieri “entrati” con gli Agnelli.

Non posso che dire bene di Umberto anche se, come Manager, non mi fece una grande impressione. Quando la Worms avrebbe potuto aumentare la propria partecipazione nella SGS (Société Génerale de Surveillance) che in quel momento era quotata a molto meno di 1000 CHF per azione, si mostrò, a mio avviso, eccessivamente prudente e…perse il treno. Oggi la Società vale più del doppio di allora, quattro volte tanto, direi. Ma allora gli Agnelli avevano un leader carismatico: Gianni Agnelli che lasciava “giocare” il fratello Umberto…e poco più. In ogni caso io credetti nelle possibilità di sviluppo della SGS e comprai molte azioni (non abbastanza…). Non me ne pento.

Mi trovai anche in contrasto con mio cognato sulla sua decisione di pagare un grosso “bonus” a Dominique Auburtin, allora Direttore Generale della Worms … Umberto si schierò con Nicky ed io dichiarai che visto che l’azionista di maggioranza era a favore … le mie obiezioni “rientravano”. “Ubi major, minor cessat”.

Uso qui un proverbio latino che assieme ad altri proverbi ho amato, e amerò finché vivo, usare….Tra gli altri (anche in italiano):

  • « Homo altus saepe stultus sed intelligens…intelligentissimus ». Ovviamente un proverbio « Cicero pro domo sua » (Cicerone per casa sua) cioé a sostegno della mia configurazione morfologica d’uomo altissimo…
  • “Meglio arrossire oggi che diventare verdi domani”…Meglio cioè riconoscere subito un errore che peggiorare irrimediabilmente le cose insistendo nell’errore.
  • “Timeo Danaos et dona ferentes” “Temo i Greci anche quando portano doni” che nel mio dizionario si traduce nel mio credere che si debba usare estrema cautela quando uno straniero (non necessariamente di diversa nazionalità), cioè un estraneo, ti offre un qualcosa in regalo.
  • “Semel in anno licet insanire”. Cioè una volta all’anno è lecito fare una follia.
  • “Moglie e buoi dei paesi tuoi” che come tutti sanno NON ho messo in pratica e ne sono felicissimo…

E quant’altro…: “Chi tace acconsente”…..”Meglio una gallina oggi che un uovo domani” per finire col detto di Menandro che ho cercato di seguire con …fede”:

“Non chiedere agli Dei una vita priva d’affanni ma un animo grande”.

Ma, tornando al “bonus” di Dominique Auburtin…io credo che un manager debba guadagnare bene, cioé attorno alla media degli altri managers che ricoprono responsabilità assimilabili a quelle a lui pertinenti (ci sono Società specializzate nel “misurare e confrontare” le retribuzioni dei managers); possono anche guadagnare un bonus, se determinati – e prestabiliti – obbiettivi vengono raggiunti (cosa che non era il caso di D.A.) ma mai superiori a uno stipendio annuale….Ovviamente mio cognato aveva delle ragioni per essere generoso (coi soldi dell’azionista tra i quali era, tra i più importanti, lui stesso)…non me le ha mai indicate ma comunque l’ha spuntata lui.

 

 

 

 

Avrei potuto essere un attore

 

Quando domanderai a tuo padre: “Cosa faceva il nonno?” E ti risponderanno che ero un dirigente (in francese “cadre superieur”) è vero. In effetti, come avrai letto dalle mie pagine precedenti, ho lavorato nell’industria alimentare finendo la mia carriera da “President Nabisco Brands Europe”. Uno degli annual reports della Nabisco, quando la Nabisco era, ancora, “sola”, cioè prima del merger con Standard Brands, mi riporta in fotografia con un collega (di cui non ricordo il nome), assieme –anche- al mio capo d’allora Edward (Ed) Redding, ottima persona con la quale sono rimasto in cordiale rapporto d’amicizia.

Ma avrei potuto essere un attore di cinema….

Parlo del 1948 o giù di lì…Facevo, allora, la IIa Liceo al Goffredo Mameli di Roma che divideva col Tasso ( scuola tuttora esistente dove insegna mia nipote Giovanna Suber, insegnante) l’edificio in via Sicilia. Molte delle scuole di Roma vennero, negli ultimi anni della guerra, occupate da sfollati. Gente che aveva dovuto abbandonare le proprie case a Roma, o in Provincia, perché distrutte dai bombardamenti aerei o dalle operazioni belliche legate alla “liberazione” dell’Italia dalla occupazione nazista. Il Mameli ha cambiato sede ed ora occupa un edificio tutto suo a via Micheli, una traversa di viale Buozzi, , molto vicina a via Michele Mercati, dove è situata la casa dove vive, oggi, mio fratello Lupo e due dei suoi figli, di cui ho molto parlato nelle m,pagine precedenti . Io ci sono “cresciuto” visto che ho vissuto in quella casa da meno di un anno d’età a ventisette anni quando da Roma, finito il mio servizio militare (o quasi) sono partito per prendere il mio Ph.D. negli U.S.A., alla Cornell University.

Dunque, all’uscita dalla scuola (si scendeva una corta rampa di scale che portava ad un grande portone sulla strada) c’erano tre “signori” evidentemente interessati a chi quelle scale scendeva, cioè anche a tuo nonno, allora men che diciottenne.

Ovviamente tale comportamento mise tutti – me compreso – sul “chi va là” dato che interessi del genere sono talvolta legati ad una deviazione sessuale (omosessualità) da “guardoni”, poco popolare nei giovani d’allora…forse meglio tollerata oggi. I tre si avvicinarono a me e qualificandosi come non meglio identificati “talent scouts” del “dott.” De Sica (famoso attore italiano dell’anteguerra e, nel dopoguerra ancora più famoso regista) mi chiesero se fossi interessato a fare del cinema. Figurarsi i miei compagni! L’eccitazione guadagnò tutta la classe che mi esortava a cogliere una occasione fantastica per il mio futuro etc. etc. Io rimasi molto più freddo dal momento che immaginavo quale sarebbe stata la reazione della mia famiglia. Mio padre aveva infatti un amico, il Comandante (titolo dato agli Ufficiali di Marina Militare come agli Ufficiali di lungo corso della Marina Mercantile) De Giuli che era entrato nel mondo del cinema finanziando film di Totò (Antonio de Curtis) famosissimo attore comico italiano. Era stato invitato a vedere una “ ripresa ” a Cinecittà a Roma e ne era tornato profondamente scandalizzato dalle scene (secondo lui) di palese “libertinaggio” alle quali aveva potuto assistere.

Cominciai a parlare del mio incontro prima con le sorelle e, attraverso le sorelle, ne parlai anche con mia madre. Tutte espressero dubbi sulla presentabilità della cosa a mio padre anche per ragioni meno “bigotte” di quelle evidenti a prima vista. Ero in seconda liceo, l’anno seguente avrei dovuto passare la mia “maturità” (il “ bacheau” italiano) che allora, molto più che oggi, rappresentava un traguardo serio e particolarmente impegnativo.

Comunque ebbi il permesso di presentarmi al “famoso” De Sica ed in effetti lo incontrai in un ufficio in via Tomacelli a Roma, alla presenza dei “talent scouts” che mi avevano “pescato” all’uscita della scuola. Qualche giorno dopo mi fecero fare un “provino” cioè mi chiesero di cercare di “fingere” un particolare stato di gioia, o di tristezza…mi chiesero di leggere qualcosa….mi chiesero di raccontare la giornata che avevo avuto a scuola….mi chiesero di guardare una giovane signora (non so chi fosse) con….interesse. Insomma mi ripresero con la cinepresa per almeno un’ora, forse più. De Sica era presente spesso, ma non sempre. Poi la cosa divenne più complicata perché (era tardi, ed io dovevo tornare a casa….) sarei dovuto tornare il giorno dopo. Dissi, allora, che non sarei tornato…”perché ?”, mi fu chiesto. Spiegai la situazione a De Sica che disse che avrebbe telefonato a mio padre. Credo lo fece perché mio padre mi guardò nei giorni seguenti con particolare intensità…non ero abituato a questa attenzione nei miei riguardi da parte sua visto che, ho già detto,mio padre era presente a casa, molto spesso solo la sera e sempre distratto da impegni varii legati all’Italcable, la Società dove lavorava e che lui aveva aiutato a creare. Di De Sica non ne ho mai saputo più niente, nè da lui né da mia madre (che peraltro mi aveva permesso di andare a fare il “provino”). Mi fu detto che avevo la Licenza Liceale da affrontare l’anno seguente e …non se ne parlò più. Non avevo certo l’età per decidere, attraverso una decisione indipendente dai miei genitori, il mio futuro e, debbo aggiungere, non credo neanche che qualcosa del genere mi sia passato per la testa. Alla resa dei conti la carriera d’attore non m’attirava per nulla.

Il film nel quale avrei dovuto “girare” la parte principale maschile doveva essere tratto da uno scritto di Zavattini : “Totò il buono”, dove Totò era un giovincello sognatore, un po’ sempliciotto di modi e di idee ma buono, come sono buone tutte le anime semplici. Fu effettivamente girato, prodotto e lanciato sul mercato e non ebbe gran successo. Il titolo sotto il quale é conosciuto dai cinofoli é “Miracolo a Milano” un “classico” di De Sica. Io non l’ho mai visto né so cosa sia avvenuto del giovane, che, sotto la guida di De Sica ne era il personaggio principale. Anche lui era stato ingaggiato “dalla strada” (come avrei dovuto essere io) come usava molto in quegli anni, a cominciare da “Ladri di biciclette” tutto girato con attori non professionisti. Nessuno, che io sappia, di essi ha avuto grande fortuna, poi, nell’”ottava arte” o a teatro. Anzi, quello che recitò in “Ladri di biciclette”, e che era un muratore di professione, cercò senza alcun successo, di continuare a fare l’attore e la sua vita diventò un inferno…Forse,quindi, meglio che sia andata come è andata, per me. Grazie quindi a mio padre, ammesso e non concesso, che alla resa dei conti De Sica avrebbe potuto davvero riuscire a fare di me un attore…